Afghanistan Anno Zero

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di Danilo Della Valle

Era il 23 Febbraio del 2002, avevo da poco compiuto 19 anni e a Caserta assistevo alla presentazione del bellissimo libro di Giulietto Chiesa, con l’introduzione di Gino Strada, dall’eloquente titolo “Afghanistan anno zero”, un libro che raccontava in maniera chiara e senza troppi giri di parole, la storia, la posizione dell’Afghanistan e gli attori in campo in quella partita globale che dopo l’11 Settembre aveva scatenato un’altra guerra per “esportare la democrazia”. 
Dopo 20 anni in Afghanistan tornano al potere... i talebani.

Le forze di occupazione straniera sono state per 20 anni nel Paese, hanno apparentemente sconfitto in poco tempo i talebani, hanno promesso che avrebbero “ricostruito” uno Stato con tutti gli strumenti per esser tale, dando loro diritti, addestramento e armi per difendersi da soli con un vero esercito. Eppure questi venti anni possono esser racchiusi in poche e significanti “fotografie” che mostrano il fallimento dell’esportazione della democrazia, come la fuga alquanto patetica del “Presidente” afgano Ghani, scappato in Uzbekistan con quattro auto e un elicottero pieni di soldi, seguito dall’arrendevolezza dell’esercito e dalle orrende scene di diversi afgani che cadono dagli aerei e dagli elicotteri occidentali che abbandonano celermente il Paese come “i topi abbandonano la nave che affonda prima di tutti”.

Ma la cosa più triste a cui si assiste è che si usino eventi come questi per meri obiettivi politici interni, roba davvero schifosa a mio modo di vedere. Ho letto che Salvini ha approfittato della questione per rincarare la dose in chiave “anti immigrati”, seguito a ruota dal candidato Sindaco di Caserta della Lega che addirittura dice in un post che quello che sta succedendo in Afghanistan è il risultato del “pacifismo di sinistra”, immagino volendo attribuire la questione taliban al disimpegno militare. Niente di più lontano dalla realtà quello di pensare che l’abbandono militare dell’Afghanistan sia legato a questioni “ideologiche” o di pacifismo, come abbastanza lontano dalla realtà è legare le questioni internazionali ad apparenti lotte per la “democrazia” o al terrorismo, ma probabilmente immagino che la geopolitica, oltre che la storia, siano cose che non appartengono a queste persone.

In realtà l’avanzata talebana, accelerata rispetto alle previsioni, era stata praticamente “accettata” e messa nero su bianco dall’ “Accordo per portare la pace in Afghanistan”, documento di quattro pagine firmato il 29 febbraio del 2020 a Doha, in Qatar, dagli Stati Uniti d’America, amministrazione Trump, e l’«Emirato islamico dell’Afghanistan che non è riconosciuto dagli Stati Uniti come uno stato ed è conosciuto come i Talebani». Questo spiegherebbe anche il perché un esercito, come quello afgano, superiore per armi e numero di uomini alle milizie dei talebani non abbia combattuto...
Questo ennesimo fallimento è la dimostrazione che l’imperialismo e le “guerre umanitarie” non servono, e mai serviranno, a stabilizzare un Paese, al massimo lo distruggono lasciando sulla scia lacrime sangue e guerre civili. Chi pensa che la questione talebani si sarebbe potuta evitare semplicemente stazionando sul territorio afgano ancora un po’ si sbaglia: questa è stata la missione più lunga che gli Usa ricordino e semplicemente avrebbe posticipato il finale oppure avrebbe anticipato un nuovo conflitto civile interno. Il punto è sempre lì, chi pensa di andare a imporre un modello di Paese, che sia occidentale o no, perde in partenza. 

Ed ora che ne sarà dell’Afghanistan?

Innanzitutto direi che se c’è una cosa che la storia insegna è che non conviene invadere l’Afghanistan, come per la Russia. 
Dal punto di vista umanitario tutto può essere, da una “normalizzazione” dei talebani, a cui credo davvero poco, ad una stabilizzazione del Paese molto lenta che passerà inevitabilmente per faide, uccisioni e crudeltà classiche delle rese dei conti post-guerre civili, sempre che non ricominci…
Paradossalmente la patata bollente gli Usa l’hanno lasciata alla Cina e, in parte, alla Russia, con la speranza che magari possa esser per loro una bomba ad orologeria. Ad oggi Mosca e Pechino sono rimaste in Afghanistan, nonostante avessero partecipato anche loro alla decomposizione del Paese, e hanno ben più di un motivo per agire in maniera diplomatica, avendo internamente il problema di cellule terroriste islamiche; la Cina, proprio al confine con l’Afghanistan, nello Xinjiang, e la Russia con le cellule dell’Emirato del Caucaso. Evitare nuovi focolai per questi due Paesi sarà la sfida nella regione e magari nuove opportunità per il futuro.

Insomma, alla fine sembra che tutto cambi per non cambiare, purtroppo per gli afgani... Si ritorna all'anno zero, venti anni dopo.

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