Oligarchia all’attacco in Bolivia e in Venezuela

Oligarchia all’attacco in Bolivia e in Venezuela

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Presentiamo una sintesi della rubrica Brecce, un programma di Radio Quarantena (www.spreaker.com), ascoltabile sulle note del cantautore venezuelano Ali Primera e della sua Abre Brecha.

Questa volta parliamo della situazione in Bolivia e in Venezuela, nel quadro della riorganizzazione delle forze conservatrici, che si rimodellano in base alle politiche della nuova amministrazione Biden, e della sua sostanziale continuità in politica estera con il precedente inquilino della casa Bianca, rispetto all’America Latina e non solo. Una politica che lascia mano libera alla repressione criminale del governo colombiano di Ivan Duque contro il suo popolo, essendo la Colombia il principale cavallo di Troia degli Stati Uniti nella regione.

Alla lunga lista di omicidi di ex guerriglieri passati alla politica legale e di leader sociali, si è aggiunto quello della sindaca di una comunità indigena nel dipartimento di Putumayo, uccisa insieme al suo bambino di 5 mesi. Feriti anche un’altra figlia e un nipotino.

Un massacro infinito che di certo non susciterà la richiesta di sanzioni da parte degli Stati Uniti, che foraggia l’industria militare per la sicurezza con il pretesto della “lotta al terrorismo e al narcotraffico”.

Si assiste invece a una levata di scudi di tutte le forze che organizzarono o coprirono il golpe in Bolivia contro Evo Morale del 2019, di fronte ai procedimenti giudiziari che hanno portato in carcere l’ex autoproclamata presidenta a interim Janine Añez e alcuni dei suoi più stretti collaboratori.

 È insorta l’oligarchia di Santa Cruz, il ricco dipartimento che si atteggia a specchio di Miami, e le cui squadracce fasciste – i Comitati civici - hanno imperversato nel paese per amplificare le denunce di presunti brogli durante le precedenti elezioni parlamentari.

È insorta la Conferenza episcopale boliviana, da sempre avversa a qualunque tinta di socialismo nella regione. Sono insorte le grandi istituzioni internazionali che quel golpe hanno favorito e coperto, come hanno anche di recente confermato fonti del Foreign Office al portale inglese Declassified UK, che si occupa di intelligence e politica estera: l’ambasciata britannica a La Paz si è rapidamente mossa a favore dei golpisti, insieme alla Cia e alla mefitica Organizzazione degli Stati americani diretta da Luis Almagro, uomo di Wasghinton.

In ballo, nella piccola Bolivia, c’è infatti il controllo di una risorsa strategica per il capitalismo: il litio, le immense riserve di litio, le più importanti del pianeta, che i precedenti governi Morales avrebbero voluto processare nel paese, servendosi degli aiuti cinesi.

Almagro ha subito denunciato presunte violazioni di diritti umani nei confronti di Anez, che in quanto ipertesa è sotto costante controllo clinico e anche mediatico, essendo stati i media privati attori principali nella costruzione del golpe, golpe che ora riprendono a negare. A loro si sono unite le grandi agenzie dell’umanitarismo, accompagnate dalla solita Unione Europea, sempre “preoccupata” per quel che fanno i governi progressisti e socialisti, ma mai per quel che viene fatto contro di loro da quelle forze destabilizzanti, che trovano sempre riparo e sostegno nei paesi europei.

Come si ricorderà, il golpe in Bolivia iniziò a prepararsi con molto anticipo quando i media egemoni a livello locale e quelli internazionali, in special modo la Cnn e El Pais, cominciarono a ventilare che Morales stesse preparando una grande frode elettorale. Una versione che ha consentito poi le manovre di Almagro, rivelatesi in seguito assolutamente false, come hanno dimostrato diverse inchieste successive.

Almagro è quindi altrettanto responsabile di Anez della morte di 36 persone nei massacri di Sacaba e Senkata e in altri fatti di sangue, così come delle centinaia di feriti e dei 1.500 prigionieri politici frutto della caccia alle streghe scatenate dai golpisti e che certo non hanno ricevuto l’attenzione internazionale di cui ha goduto anez fin dalle prime ore di detenzione.

Le autorità boliviane, supportate dagli organismi internazionali di segno opposto a quelle gestite dagli Stati Uniti, come l’Alba, e appoggiate dai movimenti popolari, hanno denunciato Almagro e chiedono che venga deferito alla Corte Penale Internazionale.

La Bolivia ha, attualmente, la direzione dell’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, Alba, e anche un ruolo centrale nella neo organizzazione Runasur, che riunisce le Organizzazioni sociali e i Movimenti indigeni del sur, e che pure si è espressa contro Almagro.

Ma per l’imperialismo, l’impunità per i suoi crimini deve regnare sovrana in America Latina, fino a che non sia lo stesso padrone nordamericano a voler cambiare cavallo mediante i processi per corruzione (vedi in Honduras, Guatemala o Perù).

 Intanto, si è aperta la battaglia legale per fare uscire dal carcere la golpista Anez, mentre una lettera assai pertinentemente le ricorda: Non preoccuparti, signora Anez che non verrai trattata com’è accaduto alla deputata indigena del Mas, le cui sevizie pubbliche avevano fatto il giro del mondo durante il golpe: colpita, denudata del suo abito tradizionale, la pollera, trascinata per strada coi capelli rasati e con la pittura in testa. Non siamo come voi, dice la lettera.

Ma, intanto, continua anche l’opera di demolizione della figura pubblica dell’ex presidente Morales, accusato di aver avuto una relazione sentimentale con una ragazza non ancora maggiorenne. Alcune signore dell’oligarchia hanno manifestato davanti al carcere dove si trova Anez – non certo una femminista progressista, piuttosto una Bolsonaro al femminile – e hanno accolto Morales durante un atto in preparazione del secondo turno delle regionali con cartelli che dicevano Pedofilo.

L’infelice replica maschilista di alcuni deputati del Mas ha ovviamente servito su un piatto d’argento l’occasione ai media per moltiplicare gli argomenti contro il governo boliviano, e per cercare di acuire le contraddizioni interne e impedire che trovino una soluzione proporzionata alla realtà boliviana e non ai voleri del grande capitale internazionale.

Il tasso di maschilismo esistente nelle società latinoamericane non è affatto trascurabile, ma proprio per questo sono da considerarsi significativi i passi avanti fatti dalla lotta delle donne, anche in Bolivia.

Dopo Cuba, il Venezuela è però il paese dell’America Latina dove più sono visibili le conquiste delle donne, sia in termini di autonomia economica che di potere reale, significato dalla loro presenza, a volte maggioritaria, negli organismi del potere esecutivo e, per oltre l’80% negli organismi di direzione del potere popolare.

La costituzione bolivariana, declinata nei due generi, si è arricchita di un corpo di leggi molto avanzate in tema di lotta al patriarcato e alla violenza di genere. La strada da compiere è ancora lunga, hanno detto però le femministe venezuelane, riunite ieri in un momento preparatorio del Congresso Bicentenario dei popoli del mondo. Oltre 200 donne, in rappresentanza di diversi organismi di vari paesi del mondo, hanno partecipato e condiviso la visione della lotta antipatriarcale come asse fondamentale della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo, ribadendo il nesso tra socialismo e femminismo.

 Un nesso purtroppo spezzato nei paesi capitalisti nei quali, dopo la sconfitta del ciclo di lotta degli anni ’70, la questione della libertà femminile si è staccata dalla lotta per la libertà di tutte e tutti. Dal socialismo femminista venezuelano, che rivendica la necessità di coniugare la storia insorta nei primi duecento anni di indipendenza dall’imperialismo a quella delle lotte rivoluzionarie, anche armate, contro le democrazie borghesi della IV Repubblica, viene l’indicazione ad articolare le diverse lotte e differenze all’interno di un’agenda comune internazionale.

Una proposta che raggiungerà quella delle altre e degli altri soggetti che costituiscono il socialismo bolivariano e che la lotta di genere attraversa, in questo marzo interamente dedicato alle donne in Venezuela. Dal 22 al 26 marzo tutti questi settori si riuniranno per confluire nella plenaria internazionale del 26. Centrale, il congresso della classe operaia che sta sviluppando una Piattaforma di lotta comune a livello internazionale, e che ha al centro anche il tema della lotta al latifondo mediatico e lo sviluppo di reti alternative per la comunicazione che contrastino le menzogne mediatiche.

Nessuno, infatti, ci parlerà qui delle tante fabbriche occupate dai lavoratori e dalle lavoratrici e consegnate dal governo bolivariano alla gestione diretta, in base all’avanzata legge del lavoro che lo prevede. Nessuno ci spiegherà l’importanza, in questa gestione, dei Consigli Produttivi, organismi di autogoverno operaio, che si legano alla gestione del quartiere e sono uno dei nuclei centrali delle comunas.

Nessuno farà il paragone con i governi che devastano i paesi capitalistici europei, a cominciare dall’Italia, dove si appoggiano gli industriali e i grandi gruppi a scapito degli interessi e della salute dei settori popolari. Gruppi che dopo aver intascato le risorse pubbliche chiudono le fabbriche e se ne vanno a delocalizzare in questi paesi del sud dove non esistono leggi di tutela lavorativa come quella votata dieci anni fa in Venezuela, e dove i ministri vanno a occupare le fabbriche gestiti dal settore privato, insieme agli operai.

In compenso, le pagine dei grandi quotidiani e i cervelli già disastrati dei loro lettori, si riempiranno di notizie false circa la “dittatura” di Maduro, e le inesistenti imprese dell’altrettanto inesistente “governo-fake” dell’autoproclamato presidente a interim del Venezuela, Juan Guaido. Una finzione estremamente pericolosa, come si è visto in Bolivia, appoggiata dalle costanti e criminali disposizioni emanate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea per imporre sanzioni al popolo venezuelano.

Consigliamo la lettura di due notizie, di segno opposto. La prima viene dal gruppo di giornalisti d’inchiesta che si riunisce interno al portale Mision Verdad, e che analizza un rapporto dell’agenzia finanziata da Soros, Crisis Group. Nell’intento di attaccare il governo bolivariano, Crisis Group analizza il peso del discorso e dell’azione dei cosiddetti “esiliati” venezuelani sui governi dei paesi in cui si trovano e nei quali vivono nel lusso. Un’influenza visibile anche in Italia, così come continua a essere pesante nel parlamento europeo e in quello nordamericano, unitamente all’anticastrismo di Miami.

L’altra perla viene invece dal giornale di estrema destra spagnolo, ABC, noto per i suoi falsi scoop, regolarmente smentiti, ma ripresi poi nella logica micidiale delle fake-news. Questa volta parla dei cacciatori di taglie che si muovono, organizzati e gestiti dai grandi gruppi internazionali, all’interno del Venezuela per cercare di intascare la taglia di milioni di dollari messa da Trump sulla testa di Maduro e dei principali dirigenti della rivoluzione bolivariana. Di recente, il vicepresidente del Partito socialista Unito del Venezuela, Diosdado Cabello, ha denunciato la scoperta di uno dei questi gruppi.

E concludiamo con una notizia che è anche un appuntamento. È nato, a partire dalla Sicilia, il Collettivo internazionalista Vientos del Sur. Venti del sud contro le economie di guerra della Nato e dei suoi vassalli, contro il capitalismo, contro il patriarcato, contro il bloqueo a Cuba e al Venezuela, e contro il nuovo far west delle democrazie borghesi. Il nostro primo appuntamento sarà per il 23 marzo alle ore 18,30 via Facebook. Non mancate.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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