“Prendi i soldi e scappa”. Il furto dell’oro venezuelano

“Prendi i soldi e scappa”. Il furto dell’oro venezuelano

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“Prendi i soldi e scappa” è il titolo del noto film di Woody Allen (1969) che, usando una tecnica che mischia il documentario e la burla, racconta le gesta di un criminale turpe, nevrotico e incompetente. Un’immagine che ben si attaglia alla rete criminale di Guaidó, l’autoproclamato “presidente a interim” del Venezuela, messo lì per appropriarsi indebitamente delle risorse del popolo venezuelano. Peccato che non faccia ridere nessuno, neanche quei sinceri fautori della democrazia borghese, che hanno deciso di gettare alle ortiche qualunque regola della stessa democrazia borghese, a partire da quella basilare secondo la quale è il popolo a eleggere i propri rappresentanti. 

Il burattino Guaidó, invece, non è stato eletto presidente da nessuno, bensì “unto” dal gendarme del mondo e, per estensione, dai suoi vassalli, i quali, pur notevolmente diminuiti di numero, sembrano ora inviare un messaggio, neanche tanto occulto, al loro imbarazzante fantoccio: “Prendi i soldi e scappa”: prima che la barca affondi del tutto e che la giustizia finisca per fare il suo corso.

Appare questo il senso del pronunciamento emesso dall’Alta Corte di giustizia del Regno unito a favore del fantomatico consiglio direttivo della Banca centrale del Venezuela (Bcv) nominato virtualmente dall’autoproclamato per intascare l’oro venezuelano depositato nella Banca dell’Inghilterra. Oro per 2.000 milioni di dollari in oro, che appartengono alla Banca centrale del Venezuela (quella vera), dunque al popolo venezuelano. È quanto resta delle 210 tonnellate di oro depositate nelle banche straniere – l’80% delle quali in quelle della Gran Bretagna – e rimpatriate da Hugo Chávez nel 2011.

Un bottino ghiotto per la banda di lestofanti che, dopo aver ottenuto dai propri padrini nordamericani l’imposizione di misure coercitive unilaterali illegali contro il proprio paese, ha cercato di incamerarne i beni all’estero per contro dell’amministrazione Usa. Ora, dopo un processo di quattro giorni terminato il 18 luglio, la giudice Sara Cockerill ha ritenuto che le norme britanniche non consentano di convalidare le sentenze con cui la Corte suprema di giustizia venezuelana (Tsj) ha annullato le nomine del consiglio Bcv fatte da Guaidó. La sentenza della giudice britannica, tuttavia, non autorizza per ora l’autoproclamato a mettere le mani sul bottino. Bisognerà aspettare un’altra udienza, e il ricorso presentato dal governo bolivariano.

Che la banda dell’autoproclamato sia ormai alla canna del gas, è ammesso esplicitamente anche dai giornali di opposizione. Su Tal Cual, per esempio, il politologo Pablo Andrés Quintero rileva che i numerosi casi di corruzione e la poca trasparenza del “governo a interim” gli ha tolto credibilità “tra i venezuelani, tra gli attori politici nazionali, nelle diverse organizzazioni e anche tra i grandi alleati internazionali”.

Quintero precisa di riferirsi “alla grande quantità di irregolarità nella gestione degli attivi di Citgo o Monomeros e anche alla poca trasparenza che c’è stata nella gestione delle risorse approvate dal governo degli Stati uniti per il loro funzionamento. Il venezuelano si sente tradito – dice il politologo della destra -, sente che questo non ha funzionato per il suo quotidiano e, in alcun modo, nella direzione di questa struttura, che finisce per apparire per ciò che è”.

Ma, intanto, di fronte al possibile cambio di marcia nelle relazioni tra Colombia e Venezuela, dopo l’elezione di Gustavo Petro, e nel contesto di scontro geopolitico a livello internazionale, caratterizzato dal conflitto in Ucraina, i falchi affinano le unghie e quello delle autoproclamazioni resta uno schema consolidato (anche se fallimentare, in Venezuela) della guerra di IV e V generazione.

Intanto, il legittimo consiglio direttivo della Banca centrale venezuelana ha annunciato che presenterà ricorso contro la sentenza di Cockerill. Il governo bolivariano ha respinto con un comunicato “l’insolito pronunciamento di un tribunale britannico che, subordinato ancora una volta alle decisioni di politica estera della Corona britannica, mina il legittimo potere di amministrare le proprie riserve internazionali da parte della Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

Tale decisione giudiziaria – dice ancora il comunicato – “viola lo Stato del diritto internazionale e l'ordinamento costituzionale e legale venezuelano, fingendo di ignorare le legittime autorità della Banca Centrale del Venezuela, per giustificare la rete criminale che consente l'appropriazione indebita delle riserve internazionali del Venezuela”. È estremamente grave – continua – “che la politica estera britannica, che in questo caso ha messo la museruola direttamente ai suoi tribunali, rechi grave danno ai diritti e agli interessi dei cittadini, delle istituzioni e di altri Stati”.

La Banca d'Inghilterra, “violando l'intero sistema degli investimenti internazionali e la custodia delegata, ha mostrato in ogni momento la sua compiacenza con questi espedienti illegali che intendono trarre beneficio dall'appropriazione indebita dell'oro venezuelano, causando enormi danni che continuano alla lettera i sottomessi e non- giustizia esistente di quei tribunali inglesi”.

La comunità internazionale – avverte allora il comunicato – “deve essere consapevole che il continuo boicottaggio dei poteri assegnati alla Banca Centrale del Venezuela sull'amministrazione delle sue riserve internazionali, è promosso dalla politica estera di uno Stato che non rispetta nulla, né l'ordinamento giuridico né costituzionale degli altri stati, né le loro istituzioni, e viola gravemente il diritto internazionale pubblico”.

Per questo, “la Banca Centrale del Venezuela si riserva tutte le azioni legali alla sua portata per impugnare questa insolita e disastrosa decisione in difesa dell'oro, patrimonio del popolo venezuelano, e continuerà a denunciare che questi stratagemmi della politica estera britannica e della sottomissione da parte dei suoi tribunali non passeranno alla storia senza una vera giustizia secondo lo stato del diritto internazionale così martoriato dalle potenze egemoniche”.

L’operazione di pirateria internazionale contro il Venezuela è iniziata il 14 maggio 2020, quando il presidente del consiglio direttivo della Bcv Calixto Ortega ha denunciato la Banca d'Inghilterra per aver violato il contratto stipulato con lo Stato venezuelano non ottemperando all'ordine dell'amministrazione Maduro di trasferire 930 milioni di euro in oro a un fondo delle Nazioni Unite. Il rifiuto della Banca inglese di trasferire le riserve si è basato sulla farsa dell’auto-proclamazione, che ha portato a “riconoscere” Guaidó e non Nicolas Maduro, come presidente legittimo del Venezuela.

“Prendi i soldi e scappa”. Ma fino a quando?

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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