Segnalati e dimenticati. Una testimonianza dalla Valle del Chota in Ecuador ai tempi della pandemia Covid-19

Segnalati e dimenticati. Una testimonianza dalla Valle del Chota in Ecuador ai tempi della pandemia Covid-19

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di Alexandra León*

Guayaquil è stata segnalata come la città dell'Ecuador più colpita dal covid-19 e Quito come quella che ha registrato più contagi. Le due città più grandi del paese hanno concentrato, senza dubbi, la maggior quantità di casi. Tuttavia questo ha fatto si che l'attenzione e le risorse si concentrassero maggiormente nei centri urbani dimenticando le zone più remote. Una di queste è la Valle del Chota. Questa regione del nord andino dell'Ecuador si trova a 1500 metri sul livello del mare e si estende tra le regioni del Carchi e dell’Imbabura. É abitata principalmente da comunità di afrodiscendenti. Alla sua popolazione è stata negata l’assistenza medica e statale anche prima della pandemia. Durante l'emergenza sanitaria si sono prese decisioni che oggi son qualificate come razziste  dai suoi abitanti e dalle sue istituzioni locali. 

Juan García, presidente della circoscrizione d’Ambuquí della Valle dice che una delle prime azioni che si son realizzate nelle comunità afrodiscendenti nella regione dell’Imbabura e del Carchi, sono state quelle di chiudere le strade che collegano la Valle del Chota con il comune d'Ibarra. Il proposito della misura, adottata dal Municipio d'Ibarra, era di stabilire dei cerchi epidemologici per evitare contagi massivi.

La decisione ha negato ulteriormente l'accesso al diritto alla salute degli abitanti della valle. In questa zona e nella conca del fiume Mira ci sono solo dei centri di salute di prima necessità, denominati di tipo A e solo due centri di tipo B. Gli ospedali si trovano nella città d'Ibarra. Nella regione del Carchi, l'ospedale più vicino si trova a San Gabriel, a un'ora dalla Valle. Risulta quindi un'odissea l'arrivo dei farmaci, delle squadre di soccorso e dei test diagnostici in questi posti. I centri di salute nella Valle, addirittura prima della pandemia, non contavano con le dovute garanzie per poter affrontare altri tipi d'emergenza come malattie della pelle per l'inquinamento dell'acqua o l'attenzione a pazienti con ipertensione o diabete.

La dottoressa Nathalie Mosquera, incaricata del posto di salute della comunità di Pusir Grande — nella regione del Carchi— dice che per ogni circoscrizione della zona, il Ministero della Salute ha assegnato appena 100 prove rapide, 50 PCR (prove molecolari raccomandate per la detenzione del covid-19) e solo 20 recipienti  sterili per la prova salivare. Però, bisogna considerare che solo nelle comunità del comune di Bolívar della zona del Valle del Chota, la popolazione supera i 10 mila abitanti. Quindi, si tratta di una misura insufficiente. Inoltre, dichiara García, è risultato impossibile conoscere come e quanti siano stati i contagi, se sono stati massivi e se i pazienti siano stati asintomatici perché la capacità di prove consegnate sono state minime.

Dopo otto giorni, a Cristofer Delgado gli hanno praticato un tampone PCR nel mese d'aprile con risultato negativo. L'Organizzazione Mondiale della Salute ha dichiarato, sin dall'inizio del mese d'aprile del 2020, che le prove rapide non dovevano essere usate come diagnostico di covid-19. Il Ministero della Salute dell'Ecuador ha accolto questa raccomandazione in un documento dello stesso mese, dicendo che si sarebbero dovuto preferire le prove molecolari PCR a quelle rapide. Il tempo che era trascorso tra questa prova e la PCR poteva significare che Cristofer Delgado non avesse più tracce del virus nel suo organismo, o che non l'avesse mai tenuto. Senza certezze chiare su quanto accaduto, otto mesi dopo Cristofer Delgado si domanda se è stato un falso positivo e se lo è stato, quanti falsi positivi ci son stati e continuano ad esserci nella zona? Chi ci ripara dal danno morale? Si lamenta.

La dottoressa Mosquera ha lavorato in alcuni centri medici della zona e dice che mancano gli insumi per affrontare la pandemia e non è l'unico problema. Dice, inoltre, che nelle comunità esiste una differenza importante nell'accesso all'attenzione medica cosi come negli altri servizi. “Non c'è acqua potabile nelle 24 ore giornaliere. Non esistono farmaci per curare in modo adeguato la popolazione vulnerabile e la spazzatura delle città grandi si deposita nei fiumi dai quali si alimentano", dichiara.

Nella Valle del Chota esiste la discarica di San Alfonso, ubicata nella circoscrizione di Ambuquí, che da 10 anni riceve i rifiuti della città d'Ibarra, la capitale della regione dell’Imbabura. Sono circa 150 tonnellate di rifiuti giornalieri che si depositano in questa discarica. Glli abitanti di questa zona dicono che questo posto si è convertito in un pozzo infettivo per la presenza di topi e ci sono odori insopportabili.

Lo scorso 3 settembre del 2020, il sindaco d’Ibarra, Andrea Sacco, ha visitato la discarica per verificare la gestione dei rifiuti ed ha registrato una serie di lamentele da parte degli abitanti che non solo si lamentano della presenza della discarica ma anche della carenza dei servizi basici. A causa della pandemia del covid-19, si è reso ancor più evidente la mancanza di acqua potabile, la inesistenza di ospedali all'interno della comunitá e la pessima gestione del servizio idrico. 

La maggior lamentela degli abitanti è stata quella che alla spazzatura “comune” della città d’'Ibarra, son cominciati ad arrivare i rifiuti sanitari di persone contagiate dal covid-19. In questo giorno di visita del sindaco, in presenza di forti reclami degli abitanti, il primo cittadino ha dichiarato che la discarica presenta tutte le autorizzazioni ambientali.

La dottoressa Mosquera elenca tutti questi problemi e carenze e spiega che è impossibile che la campagna del Ministero della Salute, per evitare i contagi da covid-19, abbia funzionado nella Valle del Chota perché in queste comunità non si sono risolti ancora i problemi di accesso ai servizi basici. 

Nella metà del XVII secolo, la Compagnia di Gesù, uno degli ordini cattolici più potenti del mondo, ha condotto nei suoi estesi latifondi nella Valle del Chota, conosciuti come Coangue o della Morte, per la siccità del suo clima, centinania di schiavi africani perché lavorassero le loro terre. Per le malattie e per il rigore del lavoro forzato inventato dagli Inca e poi adottato dai conquistatori spagnoli, si era decimata la popolazione indigena che lavorava in queste terre. Per rimpiazzare la loro forza lavoro, la Compagnia di Gesù, decise di fa giungere dall'Africa degli schiavi e portarli nella loro zona.  

Cent'anni dopo, la Valle del Chota è composta da oltre 39 comunità che si trovano ai lati del fiume Chota e Mira. Il 7,2% della popolazione dell'Ecuador è afrodiscendente —di cui il 4,11% vive nel territorio ancestrale della Valle del Chota. Queste comunità hanno vissuto in un abbandono storico che li ha portati ad essere tra i luoghi con i più alti indici di povertà dell'Ecuador: 68,6% di povertà e il 34,7% di povertà estrema secondo il censimento del 2010 realizzato dall'INEC.

Le poche volte che l'Ecuador si è interessato della Valle del Chota è stato per celebrare i grandi calciatori che produce e che furono parte della squadra che portò l'Ecuador per la prima volta a disputare un mondiale di calcio nell'anno  2002. Le altre volte che il paese ha posto attenzione su questa valle è stato per parlare delle industrie illegali che, in mancanza di opportunità, proliferano nelle comunità del Chota: un operativo contro le minerie illegali nella zona di Mascarilla nel 2018  provocò un morto: Andrés Padilla morí durante uno scontro a fuoco con la polizia. Oltretutto, la valle rimane nel dimenticatoio sia da parte delle autorità nazionali che da quelle locali nella regione dell'Imbabura  e del Carchi che hanno giurisdizione sul territorio. 

Durante la pandemia del covid-19, quest'abbandono sistematico ha significato che gli abitanti della zona non avessero accesso alle prestazioni basiche di salute, alle prove di diagnostico del coronavirus e agli aiuti da parte delle autorità.

I primi contagi della regione d'Imbabura si registrarono nella capitale e presto si diffusero verso le comunità negre, la cui popolazione, molto probabilmente, si è contagiata durante i viaggi di lavoro verso la capitale regionale. Tuttavia, le pubblicazioni dei mezzi locali e nazionali hanno segnalato che i contagi si erano dati per il disordine sociale che si viveva nella zona catalogata dai mass-media, come conflittiva. Ho chiesto insistentemente un' intervista con il sindaco però, dopo varie promesse, non l'ha concessa. 

Il 15 luglio del 2020, il sindaco d' Ibarra, Andrea Sacco, in una dichiarazione pubblica ha dichiarato che si sarebbe contagiato di covid - 19 in una visita di campo con organizzazioni d'aiuto umanitario nella Valle. Rapidamente i medici locali della città d'Ibarra hanno replicato queste dichiarazioni. La dichiarazione di Sacco ha dato fastidio agli abitanti delle comunità, che hanno voluto le scuse pubbliche che non sono mai giunte.

Gli abitanti della Valle del Chota non hanno fiducia nelle autorità e questa sfiducia è aumentata durante la pandemia. Inoltre, in mancanza di un'attenzione medica adeguata, vari abitanti della zona sono riscorsi a meccanismi ancestrali per trattare il covid-19 come prendere un aguardiente tradizionale con zenzero per contrarrestare il malessere corporale e rafforzare le difese. 

Juan García, presidente della circoscrizione di Ambuquí —una che compone la Valle del Chota— dice che i dati epidemologici presentati dal Ministero della Salute non coincidono coi casi a sua disposizione. 

Nelle 11 comunità che amministra, ci sono stati dei casi nei quali le persone furono diagnosticate con altre malattie nei centri di salute e quando giungevano in ospedale, morivano. I certificati di decessi, secondo García, sono inconsistenti perché "chi arrivava in ospedale con qualche dolore veniva messo nella lista dei contagiati da covid senza i dovuti accertamenti". In queste circostanze, la mancanza d'informazione hanno fatto si che le comunità vivessero la pandemia senza accesso alla prevenzione, senza prove chiare che determinassero i livelli di contagio. Allo stesso tempo le istituzioni locali e circoscrizionali hanno segnalato permanentemente le mancanze storiche nella zona e purtroppo hanno sempre ricevuto silenzi, rifiuti e negazioni. 

*Laureata in Comunicazione all'Universitá Politecnica Salesiana di Quito

https://gk.city/2021/01/27/valle-del-chota-covid/

(Traduzione di Davide Matrone)

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