21 dicembre 1879-21 dicembre 2020: Iosif Stalin e il partito della classe operaia

21 dicembre 1879-21 dicembre 2020: Iosif Stalin e il partito della classe operaia

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Quest'anno, l'anniversario della nascita di Iosif Stalin (21 dicembre 1879: ci atteniamo alla datazione classica, anche se alcuni parlano del 18 dicembre 1878) cade a distanza di un mese esatto dal 100° anniversario della fondazione (21 gennaio 1921) del Partito Comunista d'Italia – Sezione della III Internazionale.

Se sulla prima data si fa di tutto, da sempre, per tacere, sulla seconda si concentra quest'anno l'attenzione delle più diverse parti politiche e giornalistiche, ognuna interessata, a modo suo, a porsi quale “oracolo” del XXI secolo, dalle cui altezze sarebbe ormai possibile disvelare le “lacerazioni profonde” delle scelte fatte un secolo fa, ma quasi tutte concordi nel mettere al centro delle proprie (con rispetto parlando) “analisi”, il peccato originale commesso cent'anni fa a Livorno e aggravato, negli anni a seguire, eseguendo gli “ordini impartiti dal dittatore” del Cremlino.

Chiaramente, ognuna di quelle parti politiche e pubblicistiche, nell'altezzosità di presentarsi come “la più originale”, ci tiene a “rivelare” nuove e diverse sfaccettature degli intrighi orditi a Mosca (da Lenin, ovviamente, perché Stalin, a detta loro, oltre all'appellativo di “perfido tiranno”, all'interno, e “complice di Hitler” nello scatenamento della guerra, all'esterno, non può ambire ad altro che a quello di “figura di secondo piano” tra i protagonisti della Rivoluzione d'Ottobre) per obbligare una parte dei socialisti italiani a dar vita a un partito comunista autonomo, a staccarsi cioè dalla II internazionale riformista, menscevica e attesista, per aderire alla III Internazionale, comunista e rivoluzionaria.

E, però, la sostanza pressoché univoca di quelle “rivelazioni” sfocia sempre, alla fin fine, nella versione italica dell'anatema plekhanoviano dopo la rivoluzione del 1905 in Russia, del “Non bisognava prendere le armi”, adattato al peccato originale nostrano del “Non bisognava staccarsi dal PSI”. E come mai non ci si doveva staccare? Qui, ognuno, in base fazione della classe dominante cui fa riferimento, vuol dire la sua, e c'è l'imbarazzo della scelta delle “ragioni” portate a sostegno di tale (tardivo e non richiesto) ammonimento; ma, ancora una volta, l'obiettivo è unico per (quasi) tutti, ed è quello di predicare che la democrazia borghese costituisce le colonne d'Ercole del consesso umano, varcate le quali i vascelli dei moderni Ulisse in cerca di un nuovo ordinamento sociale, non possono che precipitare dalla terra, piatta, verso l'ignoto. O meglio: verso un “noto” rappresentato dalla “dittatura stalinista”, dal “terrore stalinista”, dai “crimini stalinisti”. Brrrr... ribrezzo: fremono borghesi e riformisti, social-liberali e beghine della “democrazia pura” interclassista.

Dunque, dalle “dannazioni” degli Ezio Mauro, ai “cantieri della sinistra” dei Massimo D'Alema, dai Matteo Renzi (caricato con l'App “Tony Blair”) del “perché la sinistra è riformista o perde”, ai soliti tirapiedi del Volevamo combattere il mostro, e abbiamo creato un mostro ancora peggiore”, il coro ha una sola vocalizzazione: non ci si doveva staccare da quel partito che predicava le “riforme democratiche”; non serviva il partito comunista; il distacco dai socialisti ha favorito (questo gargarismo, nonostante gli anni, è sempre presente nel coro) la presa del potere fascista. Quindi, a che serve oggi pensare a un Partito comunista? Si deve, al contrario, stare tutti uniti nella “Sinistra”, persino esorcizzando il nome di “comunista”; una sinistra che “attui le riforme”, che spezzi i pani e moltiplichi (poco) i pesci e li distribuisca ai poveri; una sinistra che spieghi a quei poveri (termine con cui, da sempre, liberali, gesuiti e riformisti indicano con compatimento la classe operaia) come l'ordine capitalista sia “l'unico possibile”: basta solo smussare le “ingiustizie” più grossolane e smaccate, affinché quei poveri non si innervosiscano troppo, ma si convincano del “diritto naturale” alla proprietà privata dei mezzi di produzione e che, cristianamente, “le disuguaglianze sociali tornano di vantaggio comune”. In questa cornice, al nome di Iosif Stalin, così come all'appellativo di comunista, è riservata solo la dannatio memoriae, oppure li si indica quali vituperio de le genti.

Ma basta. Nello spazio di una breve introduzione, è impossibile enumerare i meriti di Stalin, sia verso l'Unione Sovietica, che verso il movimento comunista internazionale: dalla scelta di por fine alla NEP (a dispetto dei gorbacëviani, che l'avrebbero voluta quale nec plus ultra di sviluppo del socialismo, Lenin stesso l'aveva vista come una “misura temporanea”) e sviluppare il settore socialista nelle campagne con la collettivizzazione integrale; dalla cancellazione della disoccupazione, alla rivoluzione culturale; dall'industrializzazione accelerata (“Siamo in ritardo di 50-100 anni rispetto ai paesi sviluppati. Dobbiamo coprire questa distanza in 10 anni. O lo facciamo, o ci calpesteranno”: disse con profetica determinazione il 4 febbraio 1931, esattamente 10 anni e cinque mesi prima dell'aggressione hitleriana all'URSS), alla liquidazione della “quinta colonna” militare-partitica, col che si aprì la strada alla vittoria nella Grande guerra patriottica; fino alla ricostruzione del dopoguerra, allo sviluppo dell'arma atomica, che impedì il programmato bombardamento anglo-americano delle maggiori città dell'URSS. Iosif Stalin si considerò sempre un “allievo di Lenin” e, in quanto leninista, mise sempre al primo posto gli interessi del proletariato e del Partito comunista quale arma, strumento, per la dittatura del proletariato e il socialismo.

Si diceva, all'inizio, che appena un mese separa il 21 dicembre (1879) dal 21 gennaio (1921). Il 21 dicembre del 1879 nasceva Iosif Stalin; il 21 gennaio 1921 i comunisti italiani (la frazione comunista era attiva già da tempo all'interno del PSI) si separavano dai riformisti e dai centristi del PSI e davano vita all'autentico partito del proletariato italiano. In uno dei suoi scritti più diffusi (e ovviamente bollato di “dottrinarismo” dai “teorici” liberal-democratici), “Sui principi del leninismo”, Stalin parla anche della necessità di un partito della classe operaia, di contro ai partiti riformisti e social-democratici.

Perché fosse necessario fondare un tale partito cento anni fa in Italia – e si fosse anzi in ritardo, rispetto alla crisi rivoluzionaria italiana e all'avanzata della reazione - e perché sia più che mai necessario fondarlo oggi, è ovviamente inutile spiegarlo ai D'Alema e tantomeno ai Renzi, capintesta degli interessi padronali e “condottieri” di masse di “prenditori”, liberi professionisti, padroni e padroncini: non sono loro gli interlocutori della classe operaia e dei lavoratori.

Qui si propongono alcuni passaggi dal capitolo VIII “Il partito”, di “Sui principi del leninismo” di Iosif Stalin

 

Nel periodo prerivoluzionario, nel periodo di sviluppo più o meno pacifico, quando i partiti della II Internazionale erano la forza dominante nel movimento operaio e le forme parlamentari di lotta erano considerate le principali, in quelle condizioni il partito non aveva, né poteva avere, il significato profondo e decisivo che ha acquistato in seguito, nelle condizioni delle grandi battaglie rivoluzionarie. Difendendo la II Internazionale dagli attacchi, Kautsky dice che i partiti della II Internazionale sono strumenti di pace e non di guerra, che appunto per questo essi non sono stati in grado di intraprendere alcunché di significativo al tempo della guerra, nel periodo delle azioni rivoluzionarie del proletariato. Questo è perfettamente vero. Ma cosa significa questo? Questo significa che i partiti della II Internazionale non sono adatti alla lotta rivoluzionaria del proletariato, che essi non sono partiti di lotta del proletariato. (…)
Tuttavia, la questione mutò radicalmente con l’avvento del nuovo periodo. Il nuovo periodo è quello degli aperti scontri di classe, è il periodo delle azioni rivoluzionarie del proletariato, il periodo della rivoluzione proletaria, il periodo della preparazione immediata delle forze per l’abbattimento dell’imperialismo, per la presa del potere da parte del proletariato. Questo periodo pone di fronte al proletariato compiti nuovi, per la riorganizzazione di tutto il lavoro del partito su una nuova base, rivoluzionaria, per l’educazione degli operai nello spirito della lotta rivoluzionaria per il potere. (...) Pensare che questi nuovi compiti possano essere assolti con le forze dei vecchi partiti socialdemocratici, educati nelle pacifiche condizioni del parlamentarismo, significa condannarsi a una irrimediabile disperazione, a una inevitabile sconfitta. (...)
Di qui la necessità di un nuovo partito, un partito combattivo, un partito rivoluzionario, abbastanza audace per condurre i proletari alla lotta per il potere, abbastanza sperimentato da sapersi orientare nelle complesse condizioni di una situazione rivoluzionaria. (…) Questo nuovo partito è il partito del leninismo.
In cosa consistono le particolarità di questo nuovo partito?
Il partito deve essere, prima di tutto, il reparto di avanguardia della classe operaia. Il partito deve impregnarsi di tutti i migliori elementi della classe operaia, della loro esperienza, del loro spirito rivoluzionario, della loro infinita devozione alla causa del proletariato. Ma per essere effettivamente il reparto di avanguardia, il partito deve essere armato d’una teoria rivoluzionaria, della conoscenza delle leggi del movimento, della conoscenza delle leggi della rivoluzione.

(…) Nessun esercito, in guerra, può fare a meno di uno Stato maggiore sperimentato, se non vuole condannarsi alla sconfitta. Non è forse chiaro che il proletariato, a maggior ragione, non può fare a meno di un tale Stato maggiore, se non vuol darsi in pasto ai suoi nemici giurati? Ma dove è questo Stato maggiore? Questo Stato maggiore può essere soltanto il partito rivoluzionario del proletariato. La classe operaia, senza un partito rivoluzionario, è un esercito senza Stato maggiore.

Il partito è lo Stato maggiore di lotta del proletariato.
Ma il partito non può essere solo un reparto di avanguardia. Esso deve essere, al tempo stesso, un reparto, una parte della classe, parte intimamente legata ad essa con tutte le fibre della sua esistenza. (…) <Noi siamo - dice Lenin - il partito della classe, e perciò quasi tutta la classe (e, in tempo di guerra, nell’epoca della guerra civile, tutta la classe al completo) deve agire sotto la direzione del nostro partito, deve unirsi al nostro partito quanto più strettamente possibile; ma sarebbe manilovismo e “codismo” pensare che, in regime capitalista, quasi tutta o tutta la classe sia mai in grado di elevarsi alla coscienza e all’attività del proprio reparto avanzato, del proprio partito social-democratico>. (...)
Il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza, il principio della direzione del lavoro del partito da parte del centro, non di rado suscita attacchi da parte degli elementi instabili, accuse di “burocratismo”, di “formalismo”, ecc. (…) Lenin definisce la lotta contro questi princìpi “nichilismo russo” e “anarchismo da gran signore”, degno di esser deriso e respinto. Ecco che cosa dice Lenin di questi elementi instabili nel suo libro “Un passo avanti”:
<Quest’anarchismo da gran signore è caratteristico del nichilista russo. L’organizzazione del partito sembra a costui una “fabbrica” mostruosa; la sottomissione della parte al tutto e della minoranza alla maggioranza gli appare come una “servitù”... la divisione del lavoro, sotto la direzione di un centro, gli fa lanciare degli strilli tragicomici contro la trasformazione degli uomini in “viti e rotelle”> (…)

Il partito è il reparto organizzato della classe operaia. (…) Il partito è la forma suprema di organizzazione del proletariato. Il partito è il fattore fondamentale di direzione in seno alla classe dei proletari e tra le organizzazioni di questa classe. (...) Il partito è necessario al proletariato prima di tutto come proprio stato maggiore di combattimento indispensabile per la conquista vittoriosa del potere. È superfluo dimostrare che senza un partito capace di raccogliere attorno a sé le organizzazioni di massa del proletariato e di centralizzare nel corso della lotta la direzione dell’assieme del movimento, il proletariato in Russia non avrebbe potuto attuare la propria dittatura rivoluzionaria.
Ma il partito è necessario al proletariato non solo per la conquista della dittatura; esso ne ha ancor più bisogno per mantenere la dittatura, per consolidarla ed estenderla, nell’interesse della piena vittoria del socialismo. (…) La conquista e il mantenimento della dittatura del proletariato non sono possibili, senza un partito forte delle proprie coesione e ferrea disciplina. (…) <Nell’epoca attuale di guerra civile acuta - dice Lenin - il partito comunista potrà adempiere il proprio dovere soltanto se sarà organizzato nel modo più centralizzato, se vi dominerà una ferrea disciplina, confinante con la disciplina militare, e se il centro del partito sarà un organo autorevole di potere, con ampi poteri, che goda la fiducia generale dei membri del partito>. (...)
Ne consegue che l’esistenza di frazioni non è compatibile né con l’unità del partito, né con la sua ferrea disciplina. (...) Naturalmente, i partiti della II Internazionale, in lotta contro la dittatura del proletariato e che non vogliono condurre i proletari al potere, possono permettersi un tale liberalismo, come la libertà di frazione, giacché essi non hanno affatto bisogno di una disciplina ferrea. Ma i partiti dell’Internazionale Comunista, che costruiscono il proprio lavoro sulla base dei compiti della conquista e del rafforzamento della dittatura del proletariato, non possono andare né verso il “liberalismo”, né verso la libertà di frazione. (…)

Fonte del frazionismo nel partito sono i suoi elementi opportunisti. Il proletariato non è una classe chiusa. Vi affluiscono continuamente elementi provenienti dai contadini, dai piccoli borghesi, dagli intellettuali, proletarizzati dallo sviluppo del capitalismo. Allo stesso tempo avviene un processo di decomposizione degli strati superiori del proletariato, composti principalmente di funzionari sindacali e di parlamentari, foraggiati dalla borghesia coi sovraprofitti coloniali. <Questo strato di operai imborghesiti - diceva Lenin - questa “aristocrazia operaia” del tutto piccolo-borghese, per genere di vita, per entità dei salari, per tutta la sua concezione del mondo, è il pilastro principale della II Internazionale>.

(…) Essi principalmente sono fonte di frazionismo e disgregazione, fonte di disorganizzazione e demolizione del partito dall’interno. Combattere con l’imperialismo avendo nelle retrovie simili “alleati”, significa finire nella posizione di persone bersagliate da due parti: dal fronte e dalle retrovie. Perciò la lotta spietata contro questi elementi, la loro cacciata dal partito, è condizione pregiudiziale del successo della lotta contro l’imperialismo. (...)
<Avendo nelle proprie file riformisti, menscevichi - dice Lenin - non si può vincere nella rivoluzione proletaria, non la si può difendere. Questo è evidente dal punto di vista di principio. Questo è stato confermato in maniera palese dall’esperienza della Russia e dell’Ungheria... In Russia, molte volte vi sono state situazioni difficili, allorché il regime sovietico sarebbe stato certamente rovesciato, se menscevichi, riformisti, democratici piccolo-borghesi fossero rimasti nel nostro partito; ... in Italia, dove, per riconoscimento generale, si va verso battaglie decisive del proletariato contro la borghesia, per la conquista del potere statale. In un momento simile, non solo è assolutamente necessario allontanare dal partito menscevichi, riformisti, turatiani, ma può esser utile persino allontanare da tutti i posti di responsabilità anche degli eccellenti comunisti, suscettibili di oscillare e che manifestino delle esitazioni nel senso della “unità” coi riformisti...>.

(I. Stalin, Socinenija, t. 6, pag. 169-185; Moskva, 1947. traduz. fp)

 

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Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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