5 Novembre. Perché in Italia non c'è un (vero) movimento contro la guerra?

5 Novembre. Perché in Italia non c'è un (vero) movimento contro la guerra?

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Come l'AntiDiplomatico pubblichiamo 4 contributi sulla manifestazione di domani a Roma. Sono 4 contributi che con sfumature diverse sottolineano aspetti fondamentali e ambiguità sulla kermesse che domani metterà insieme anime diverse e un programma di azione per molti aspetti superato e poco incisivo. I contributi sono di Agata Iacono, Francesco Santoianni, Vincenzo Brandi e Sergio Cararo.
Qui e qui per leggere gli altri contributi

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di Francesco Santoianni - Avanti.it


Ma perché in Italia, nonostante quello che registrano i sondaggi, le manifestazioni “contro la guerra” si riducono a quella del 28 ottobre Napoli e quella prevista per il 5 novembre a Roma che non chiedono neanche la fine dell’invio di armi in Ucraina? E, visto che ci siamo, un’altra domanda:perché le manifestazioni che, in questi ultimi decenni, hanno riempito le piazze non sono mai state contro guerre che vedevano la partecipazione del governo italiano (Libia, Siria, Afghanistan …).bensì contro Armi di distrazione di massa: quali “femminicidio”, “fascismo” “Climate change”, “razzismo”, “omotransfobia”…?

Certo, in Italia c’è stato il Movimento Cinque Stelle che, per dieci anni, è servito a dare l’illusione che le piazze erano inutili essendoci in parlamento e nel governo gente come di Luigi Maio. Ma questa lettura non tiene conto che, oggi, l’assenza di un genuino movimento contro la guerra si registra nella quasi totalità dei paesi dell’Unione Europea. E ciò per una gigantesca operazione culturale e politica, cominciata, dopo il crollo del muro di Berlino (1989), che ha imposto una nuova ideologia orientando le energie di tanti giovani, restati “orfani del comunismo”, verso attività apparentemente “umanitarie” ma che servono, sostanzialmente, a consolidare il quadro geopolitico mondiale pianificato dagli strateghi del neoliberismo.

Una ideologia alimentata da ONG (erano 8 nel 1984, oggi quelle riconosciute dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite sono 2.350) “influencer” (capostipite dei quali, in Italia, è stato Roberto Saviano) e social. Una ideologia finalizzata, tra l’altro, a trasformare paesi aggrediti dall’imperialismo in “stati canaglia” da abbattere con qualche “guerra umanitaria”. Una ideologia che oggi impedisce di riconoscere il ruolo di carne da cannone affidato dagli USA all’Ucraina per una guerra finalizzata a distruggere la Federazione russa e obbligare i paesi dell’Unione europea ad importare gas proveniente dagli Stati uniti, nove volte più costoso di quello russo.

Parallelamente al rimbambimento di potenziali attivisti “No War” (oggi ridottisi a protestare contro la “guerra di Putin”) è andato avanti l’asservimento della “società civile” (la stessa che, nel 2003, aveva animato la più grande manifestazione, in Italia, contro la guerra) ridottasi oggi a “Terzo settore”: una galassia di Onlus, associazioni, cooperative, enti “no profit”… che campano grazie ai finanziamenti garantiti da qualche politico o dalla Direzione Generale per la cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri, incompatibili con ogni posizione critica sulla guerra.

A questo è da aggiungere un generale asservimento psicologico, garantito da due anni di terroristica gestione dell’emergenza Covid, che nel nostro Paese si è tradotto in episodi davvero preoccupanti, come gli inni patriottici cantati dai balconi o i convogli di bare salutate sull’attenti dai militari, e in una davvero inedita “unità” tra governanti e governati per affrontare il “nemico virus” che si riverbera nella martellante campagna mediatica contro il “nemico Putin”. Non a caso, i pochi a mobilitarsi subito contro la guerra in Ucraina sono stati, non già gli attivisti della “sinistra antagonista” (come sarebbe stato logico aspettarsi), bensì i “No green pass” che hanno subito identificato gli elementi comuni alla gestione governativa di due emergenze, apparentemente così diverse: una situazione di crisi affrontata non per risolverla rapidamente (nel caso del Covid, con cure già rivelatesi efficaci; nel caso dell’Ucraina, con l’affidamento alla diplomazia per arrivare, almeno, ad un cessate il fuoco) bensì per aggravarla per potere così imporre, tra l’altro, un ferreo controllo sociale e il modello politico ed economico dettato dagli strateghi di Davos: spoliare le piccole imprese, che saranno costrette a svendersi al grande capitale, e costringere milioni di lavoratori ad offrirsi per un salario da fame.

Ma è possibile la nascita, in Italia, di un genuino, grande, movimento contro il conflitto in Ucraina che, sempre di più, prefigura una Terza guerra mondiale? E con quali obiettivi? Coinvolgendo chi? A livello parlamentare, attualmente, si direbbe ci sia il vuoto più assoluto con la Meloni, che, rinnegate le sue posizioni sull’Ucraina, ribadisce la sua assoluta osservanza alle posizioni della Nato mentre gli altri partiti, o si dichiarano d’accordo, o, come il Movimento Cinque Stelle, fanno i pesci in barile. Ancora più desolante la situazione di quello che resta di buona parte dei “pacifisti”, spesso traviati (è il caso di molte organizzazioni cattoliche) dal governo in quanto coinvolti nel business dell’accoglienza agli immigrati. “Pacifisti” timorosi di contaminarsi con “sovranisti” considerati fascisti. Nonostante ciò, sono già numerose le (ancora oggi, piccole) manifestazioni, spesso egemonizzati da “sovranisti” ed ex “No green pass”, che chiedendo la fine dell’invio di armi all’Ucraina e delle sanzioni alla Russia cercano di intercettare la protesta dei tanti rovinati da spaventose bollette dell’elettricità e del gas.

A tal riguardo è doverosa una precisazione: non è vero che bollette del gas (e, conseguentemente, quelle dell’elettricità) dipendano da Putin o dalle sanzioni alla Russia. L’ENI, ad esempio, continua ad acquistare dalla Russia gas allo stesso costo di tre anni, fa ma lo rivende in Italia a prezzi sempre più elevati imposti dalla Borsa TtF di Amsterdam: una sciagurata struttura dell’Unione Europea dominata da squali della finanza come Blackrock, Vanguard, Statestreet… che, tramite i futures, ricavano profitti stratosferici e condannano alla miseria sempre più cittadini ed imprese. L’emblema di un capitalismo “impazzito”, di una “incontrollabile” Finanza che, così come è stato per Wall Street nel 2008, distrugge le basi stesse del sistema produttivo.

Questo andrebbe detto anche nelle manifestazioni, non certo per pedanteria ma per rintuzzare l’ultima carta che si giocheranno il governo e i suoi “giornalisti” quando le piazze saranno davvero piene di famiglie, lavoratori, piccoli imprenditori… ridotti alla fame dalle bollette del gas e dell’elettricità: aizzarli contro il “dittatore del Cremlino” e, magari, convincerli a supportare un attacco alla Russia per prenderci l’indispensabile gas. Lo ha già fatto Enrico Letta in un suo tweet: “La causa del caro energia? Ha un nome e cognome: Vladimir Putin”.

Ben altro sarebbe documentare sui danni e le proteste che le sanzioni alla Russia stanno già suscitando. Come l’occupazione dell’aeroporto di Genova da parte degli operai dell’Ansaldo. Non per una fumosa “mancata ricapitalizzazione”, come dichiarato dai media, ma per i licenziamenti connessi, principalmente, a commesse alla Russia bloccate dalle sanzioni. E ancora non si sono pienamente manifestati i danni e le proteste per le controsanzioni del Cremlino per rispondere ad una sempre più smaccata partecipazione dei militari europei ed Usa al conflitto. Il blocco delle esportazioni di grano russo a seguito dell’attacco a navi che dovevano garantire, davanti alle coste ucraine, il rispetto dell’accordo di Ankara è solo l’inizio.

Francesco Santoianni

Francesco Santoianni

Cacciatore di bufale di e per la guerra. Autore di "Fake News. Guida per smascherarle"

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