America Latina e Venezuela: sanzioni, elezioni e balcanizzazioni

America Latina e Venezuela: sanzioni, elezioni e balcanizzazioni

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Piatto ricco di notizie, soprattutto perché domani, 11 aprile, è giorno di elezioni in Ecuador, Perù e Bolivia. E poi c’è la situazione in Venezuela, diventata incandescente nello Stato Apure, alla frontiera con la Colombia. Una frontiera lunga oltre 2.200 km, che delimita una zona di scambi e traffici e tentativi di infiltrazione da parte del narco-governo colombiano, dove gli omicidi di ex combattenti e leader sociali sono purtroppo quasi quotidiani, così come aumenta, nonostante la pandemia, il numero degli sfollati a causa delle violenze paramilitari coperte dallo Stato.

 In Colombia, questo 9 aprile, la sinistra colombiana ha ricordato l’omicidio del leader liberale Jorge Eliecer Gaitan, nel 1948. Un assassinio che ha chiuso la strada alla possibilità di costruire un cambiamento vero mediante la via istituzionale in un paese che è il principale alfiere degli Stati Uniti nella regione. La Colombia non solo ospita 9 basi militari, ma anche la Cia e corpi d’elite che accompagnano l’esercito colombiano nelle provocazioni costanti che compie alla frontiera nel tentativo di scatenare un conflitto armato con il Venezuela e fornire il pretesto agli USA per intervenire a livello militare.

Una richiesta, non dimentichiamolo, che i rappresentanti dei golpisti venezuelani all’estero, anche in Italia, dove vengono celebrati e ricevono premi in nome della “democrazia”, hanno rivolto pressantemente a Trump e che ora rivolgono a Biden. Lo schema è quello della balcanizzazione. S’infiltra e si occupa illegalmente un corridoio di frontiera, di solito ricco di risorse, e se ne prende il controllo: per staccarlo dal territorio nazionale, per usarlo come grimaldello destabilizzante e per chiedere alla cosiddetta comunità internazionale di inviare truppe con il pretesto di evitare che la zona diventi un pericolo per l’intera regione. Un modello che si è, per esempio, cercato di applicare in Bolivia nella cosiddetta mezzaluna fertile, dalle cui zone l’oligarchia di Santa Cruz ha fatto partire il golpe contro Morales nel 2019.

Nello stato Apure, un gruppo di narcotrafficanti, che in passato si era fatto passare per un settore dissidente della guerriglia Farc, è diventato la pedina della Cia e del governo colombiano per mettere in atto questo nuovo tentativo contro il governo bolivariano. Intanto, altre bande della grande malavita organizzata hanno organizzato uno show mediatico nei dintorni di Caracas, che è servito alla grancassa dell’opposizione golpista per diffondere la versione che il Venezuela sia un narco-stato, uno stato fallito, governato dal castro-madurismo, e che appoggia il “terrorismo”.

 Come si sa, questi due ritornelli sono quelli che servono per imporre sempre più misure coercitive unilaterali illegali: insieme alla retorica dei diritti umani usati come arma. E, infatti, sulla questione della sicurezza e di quella legalità borghese che nei paesi capitalisti è altamente feticizzata, il socialismo bolivariano viene messo sempre all’angolo: se non interviene contro le bande armate e i narco-trafficanti, è connivente, se lo fa è repressore.

E così sta avvenendo alla frontiera, dove la Forza armata nazionale bolivariana è intervenuta per cacciare questa banda al soldo della Cia insieme agli organismi del potere popolare, lasciando sul terreno alcuni soldati morti a causa delle mine anti-uomo che queste bande sono solite seminare in Colombia. Una pratica finora sconosciuta in Venezuela. Tanto che, il governo bolivariano ha chiesto all’ufficio preposto dell’Onu una specifica consulenza. Al riguardo, vi invitiamo a leggere sull’Antidiplomatico l’intervista a un rappresentante della Corriente rivoluzionaria Bolivar y Zamora.

Non è la prima volta che si cerca di balcanizzare il Venezuela infiltrando dei paramilitari alla frontiera. Nel 2004, l’opposizione golpista ha assoldato oltre 300 mercenari che si sono allenati in un’azienda agricola, poi scoperta, che dovevano farsi passare per soldati dell’esercito bolivariano. È stato uno dei numerosi tentativi di rovesciare il governo, che si sono succeduti dopo il golpe contro Chavez, dell’11 aprile 2002.

Quel golpe durato solo due giorni perché il popolo ha riportato a Miraflores il suo presidente, è un punto di svolta su cui tornare a riflettere per varie ragioni: intanto per i soggetti che lo hanno organizzato, sempre con il viatico degli Stati Uniti e la partecipazione della Cia. Allora sono andati a braccetto i vertici delle burocrazie sindacali, insieme all’equivalente di Confindustria, alle gerarchie ecclesiastiche e ai media privati. Perché?

Per impedire le nazionalizzazioni, la riforma agraria, la ripresa di sovranità sulle risorse ittiche attraverso una legge che impedisse le scorribande delle multinazionali, e lo sviluppo della democrazia diretta prevista dalla costituzione. Un esempio di quel che potrebbe capitare qui se si riuscisse a costruire un blocco sociale anticapitalista in grado di vincere e realizzare riforme strutturali, e se poi non si volesse capitolare come la Grecia.

Insieme a Cuba, il Venezuela è stato ed è al centro di un modello di integrazione regionale che guarda a sud e non al consenso di Washington, è un paese ricchissimo di risorse e per questo è nel mirino di ogni genere di attacco. Attacchi che violano il diritto internazionale, come si vede con le cosiddette sanzioni imposte dagli Usa e dall’Europa in modo extraterritoriale e senza il consenso dell’Onu, unico organismo preposto a stabilirle in caso di provata violazione dei diritti umani.

Invece, imprese, persone e istituzioni vengono perseguitate in ogni paese dal gendarme del mondo se si azzardano a intrattenere relazioni con il Venezuela. Non so se avete letto, sia sull’Antidiplomatico che sui quotidiani del proprietario di un ristorante italiano, che la politica di sinistra non sapeva neanche dove stesse di casa, a cui il ministero del Tesoro statunitense ha bloccato conti e carte di credito italiane per un caso di omonimia con un imprenditore svizzero che, udite, udite, stava cercando di commerciare con una filiale dell’impresa petrolifera di stato venezuelano.

Il malcapitato ha detto di aver dovuto cavarsela da solo perché le istituzioni italiane, come si sa, non sono competenti in fatto di sovranità nazionale. Che poi quel medesimo malcapitato ne abbia tratto come unica lezione il desiderio di ricevere in cambio una green card dagli Stati Uniti, fa ulteriormente riflettere.

Intanto, si continua a censurare il Venezuela anche rispetto all’efficacia delle cure contro il coronavirus. Nonostante la “variante Bolsonaro”, proveniente dal Brasile, che sta provocando un aumento dei contagi, il Venezuela ha un numero di morti relativamente basso, di appena superiore ai 1700 e un tasso di guarigione di oltre il 90%, grazie a una politica sanitaria analoga a quella cubana. E, infatti, insieme a Cuba, sta producendo anche un proprio vaccino, l’Abdala, arrivato alla fase di sperimentazione conclusiva. Però di questo il governo bolivariano non può parlare, perché Facebook blocca gli account del presidente e di chiunque si azzardi a mettere un like.

La demonizzazione del Venezuela e il tema del posizionamento dei vari paesi latinoamericani nel quadro internazionale è al centro del dibattito elettorale anche in Perù, in Ecuador, in Bolivia. E non è un caso che la diplomazia militare statunitense, dopo essere passata dal Messico, stia ora passando per l’Argentina, due paesi governati da presidenti progressisti, e per l’Uruguay, tornato a destra nelle ultime elezioni.

Il controllo delle basi militari nordamericane, di cui pullulano i paesi come Colombia, Honduras, e il controllo geopolitico del territorio per contrastare la presenza cinese, sono al centro delle preoccupazioni di Washington e della Nato, che non per niente si è già riunita con i membri della Unione europea per rinnovarne il vassallaggio.

La situazione del Perù, che domenica va alle elezioni presidenziali e parlamentari, è a suo modo un condensato esemplificativo del fallimento degli stati capitalisti al soldo di Washington, e della crisi della democrazia borghese, messa alla prova della guerra di classe negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Il 6 aprile 1992, a due anni dalla sua elezione, l’allora presidente Alberto Fujimori sospese la Costituzione e sciolse il Parlamento, dando vita ad un governo detto di emergenza e di ricostruzione nazionale. Il “golpe bianco” di Fujimori ebbe il sostegno delle Forze armate che occuparono il Parlamento (dove il partito del presidente era in minoranza), il palazzo di Giustizia, i ministeri e la sede della radiotelevisione. Fujimori accusò il Parlamento di aver ostacolato la politica di riforme ultra-liberiste da lui promossa.

La campagna di sterilizzazione forzata è stata solo la punta dell’iceberg di un’involuzione autoritaria che ha lasciato una impronta pesante nelle istituzioni peruviane. Tra il 1995 e il 2001, furono sterilizzate a forza, in base al Programma nazionale di pianificazione famigliare di Fujimori, 346.219 donne, in maggioranza indigene e contadine.

Cifre fornite dal rapporto realizzato nel 2002 da una commissione parlamentare indipendente. Ora Fujimori è agli arresti domiciliari per motivi di salute e sua figlia Keiko, che si presenta per la terza volta, adesso come candidata del partito di destra, Fuerza Popular, ha in programma di renderlo definitivamente libero. Al contrario, la permanenza del cosiddetto Diritto penale del nemico, analogo alla legislazione d’emergenza in Italia, consente la criminalizzazione della protesta e mantiene in carcere i prigionieri politici del passato conflitto, benché abbiano ormai quasi novant’anni.

In carcere per la cosiddetta Operazione Olimpo vi sono artisti, militanti delle organizzazioni popolari e avvocati. Nessuno dei 5 candidati, né di destra né di centrosinistra, che potrebbero passare al secondo turno, giacché non vi è un aspirante presidente che abbia possibilità di vincere al primo turno, mette nel suo programma la fine dell’emergenza e l’amnistia per i prigionieri politici.

L’unico partito di sinistra radicale, che si dichiara marxista-leninista e che ha una posizione internazionalista chiara, Perù Libre, esiste dal 2012 e non risulta rappresentativo. L’altra candidata che propone un programma di centro-sinistra, ma con molte ambiguità rispetto per esempio alla posizione sul socialismo bolivariano, è Verónika Mendoza, candidata per Juntos por el Peru.

Durante una conferenza stampa virtuale con media argentini, ha sostenuto di guardare al progressismo dell’Argentina, di non essere d’accordo con il bloqueo a Cuba e di volersi affidare alle relazioni sud-sud impostate dal progressismo moderato. Un altro tema forte di campagna elettorale, è stato quello di un’assemblea nazionale costituente, declinato sia da destra che da sinistra, e avanzato nelle recenti proteste popolari. Il Perù ha cambiato 12 costituzioni nella sua vita repubblicana. 200 anni fa, Bolivar voleva farne uno dei cardini della Patria Grande, un avanzato progetto federativo che non ebbe fortuna.

In quello spirito, si è messa in moto l’assemblea nazionale costituente che, in Venezuela, ha portato alla democrazia partecipata e protagonista a cui guardano i movimenti popolari di tutta l’America Latina, osteggiata invece dai moderati in stile europeo, o dai reazionari affezionati alla democrazia borghese. Su questo tema, trovate in rete tutte le risposte fornite dai candidati, sollecitati sul punto in tutte le interviste. Mendoza si dice d’accordo per un nuovo patto sociale che privilegi il bene comune e non il profitto, che garantisca pieni diritti e ridia allo Stato un ruolo regolativo.

Un altro tema, è quello di genere, relativo sia alla violenza contro le donne, sia all’accesso ai diritti sociali e politici. Mendoza è appoggiata dai movimenti femministi e Lgbtq. L’ultimo censimento realizzato dall’istituto di statistica, nel 2017, dice che le donne peruviane costituiscono il 50,8% della popolazione, però secondo l’Indice delle disuguaglianze di genere, realizzato dal Foro economico mondiale nel 2020, il Perù si situa al 66mo posto su una lista di 153 nazioni.

Inoltre, con il dilagare della pandemia - che ha messo in evidenza le carenze del sistema sanitario, i guasti della gestione politica neoliberista e la corruzione dilagante, che ha portato alle dimissioni o alla messa sotto accusa di vari presidenti -, è aumentata a dismisura la violenza contro le donne e le bambine. Nonostante la quarantena, durante il 2020 sono state denunciate 5.500 sparizioni di donne, bambine e adolescenti.

Anche su questo tema, l’unico che fa un discorso strutturale sulla violenza patriarcale e sul maschilismo è il piccolo partito Perù Libre, ma anche Mendoza propone riforme che vanno nel senso della parità come quella della pensione alle casalinghe, contando gli anni del lavoro di cura effettuati.

E anche su questo tema si misura la distanza esistente tra la situazione delle donne in Venezuela ottenuta in questi 22 anni di rivoluzione bolivariana e il resto dell’America Latina, eccezion fatta per Cuba. Numerose organizzazioni popolari, come quelle dei famigliari dei detenuti, invitano al boicottaggio delle elezioni in Perù. Secondo i sondaggi, il voto nullo rappresenta il 30% degli interpellati nelle inchieste elettorali, su un totale di 25 milioni di aventi diritto.

Tuttavia, nonostante la pandemia e la drammatica crisi sanitaria, le inchieste dicono anche che la maggioranza vorrebbe recarsi alle urne. L’indecisione sulle intenzioni di voto, invece è evidentissima, tanto che nessuno dei cinque candidati che risulterebbero più votati, su 18 formazioni in lista, ottiene, nei sondaggi, più del 10%. Il secondo turno si svolgerà il 6 giugno e l’assunzione d’incarico il 28 luglio.

In Ecuador, invece, si volgerà il secondo turno delle presidenziali dopo le elezioni del 7 febbraio che hanno visto ai primi due posti l’economista di sinistra, Andrés Arauz, sostenuto dalla coalizione UNES, con il 32,72% dei voti, e l'uomo d'affari conservatore, Guillermo Lasso, di Creo, secondo con il 19,74% dei consensi.

Arauz, che ha 38 anni ed è stato proposto dall'ex presidente Rafael Correa, sostiene di voler cambiare il modello neoliberale introdotto da Moreno per tornare ad uno Stato sociale che ponga al primo posto salute, istruzione e rilancio del settore produttivo. Anche in questo caso, le alleanze sud-sud, che Arauz vuole rimettere al centro mentre Lasso intende continuare con la subalternità agli Stati Uniti, sono state al cuore della campagna elettorale.

Il terzo classificato, con una differenza di 300.000 voti da Lasso, il controverso candidato per l’organizzazione indigena Pachakutik, Yaku Pérez ha invitato a votare scheda bianca. Nelle precedenti elezioni, però, i suoi voti sono andati alla destra. Nelle organizzazioni indigene, intanto, c’è forte scontro fra chi intende convogliare i voti sulla destra, com’è spesso avvenuto, e chi invece, come i dirigenti della CONAIE invita a votare Arauz. Questi ha rinnovato l’intenzione di costituire un ampio blocco di alleati che raccolga anche le istanze dei partiti socialdemocratici e le sollecitazioni delle organizzazioni indigene.

Un voto segnato sia dalla crisi sanitaria che ha già portato alla sostituzione di 5 ministri, sia dalle denunce di brogli da parte dalla sinistra, che dall’ombra minacciosa degli Usa. Per gli Stati Uniti è di fondamentale importanza che il paese venga definitivamente ricondotto nella loro orbita, nella quale è ritornato con il tradimento di Lenin Moreno, eletto presidente con i voti del Movimento di Rafael Correa.

Un cambiamento politico in Ecuador, seguito a quello in Bolivia e ai due grandi paesi, Messico e Argentina, tornati al progressismo, modificherebbe gli equilibri regionali, rimettendo in moto un ciclo virtuoso per le classi popolari di tutto il continente in questo Bicentenario dall’indipendenza. Con Moreno, il FMI è già tornato a rimettere le mani in Ecuador, ma Arauz ha dichiarato che intende rinegoziare i finanziamenti ad altre condizioni, oppure rompere gli accordi.

Una decisione che ha già preso il governo di Luis Arce in Bolivia, rifiutando il prestito chiesto al Fondo Monetario Internazionale dal precedente governo golpista. Un tema al centro del conflitto con l’oligarchia boliviana, che già vedeva le risorse nazionali, a cominciare dal litio, tornare sotto il controllo degli Usa, e dunque anche nelle proprie capienti tasche.

Una questione che, insieme a quella dei vaccini, si riverbera nel ballottaggio che avrà luogo l’11 in 4 dipartimenti boliviani. La Bolivia ha presentato alla Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac) e in altre istanze internazionali una denuncia contro l’accaparramento del 96% dei vaccini da parte di soli10 paesi. Insieme al Venezuela e a Cuba, il governo boliviano sta portando avanti una battaglia per la distribuzione di vaccini gratuiti e per tutti, ritenendo, con ragione, che la lotta alla pandemia sia un problema mondiale e non dei singoli stati, e come tale vada affrontato.

La seconda volta in quelle che si chiamano le elezioni sub-nazionali, si determina per quei candidati che non hanno raggiunto il 51% dei voti o almeno il 40% e un vantaggio di 10 punti percentuali rispetto al secondo classificato. Una seconda volta segnata dalle tensioni per l’arresto dell’ex autoproclamata Janine Añez, difesa dalle istituzioni internazionali subalterne a Washington come l’Organizzazione degli Stati Americani. Il 7 marzo, le elezioni nei 9 dipartimenti di cui è composto il paese, hanno laureato al primo turno 5 governatori, tre dei quali appartenenti al MAS, il partito di governo, che ha ottenuto anche 240 municipi, che però non si situano nelle principali città.

 Questo secondo turno è quindi importante per il Mas per ottenere il controllo della maggioranza delle governazioni e offrire un maggior sostegno politico a Arce, considerando anche le roventi polemiche interne ad alcune strutture del partito. Un confronto complicato dal fatto che in tre dipartimenti il Mas dovrà vedersela con dei candidati usciti dalle proprie fila. È accaduto già a El Alto, tradizionale bastione del Mas, che a imporsi sia stata Eva Copa, con il movimento Jallalla che ha deciso di candidarsi fuori dal partito, che non l’aveva proposta. Per il secondo turno, questo confronto si ripete anche per la governazione di La Paz, dove la competizione è tra il candidato del Mas, Franklin Flores, e Santos Quispe, di Jallalla.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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