"Generazione Antidiplomatica" - Il domani che ci porterà al dopodomani
Generazione AntiDiplomatica è lo spazio che l’AntiDiplomatico mette a disposizione di studenti e giovani lavoratori desiderosi di coltivare un pensiero critico che sappia andare oltre i dogmi che vengono imposti dalle classi dirigenti occidentali, colpendo soprattutto i giovani, privati della possibilità di immaginare un futuro differente da quello voluto da Washington e Bruxelles. Come costruirlo? Vogliamo sentire la vostra voce. In questo nuovo spazio vi chiediamo di far emergere attraverso i vostri contenuti la vostra visione del mondo, i vostri problemi, le vostre speranze, come vorreste che le cose funzionassero, quale società immaginate al posto dell’attuale, quali sono le vostre idee e le vostre riflessioni sulla storia politica internazionale e del nostro paese. Non vi chiediamo standard “elevati” o testi di particolare lunghezza: vi chiediamo solo di mettervi in gioco. L’AntiDiplomatico vi offre questa opportunità. Contribuite a questo spazio scrivendo quanto volete dei temi che vi stanno a cuore. Scriveteci a: generazioneantidiplomatica@gmail.com
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Articolo di Eros Rossi Fomin, studente di architettura di Fermo
Il mondo sta cambiando rapidamente. È stato scritto molto sulle implicazioni storiche che ha avuto ed avrà l’operazione speciale russa, così come si è parlato molto dell’ascesa del multipolarismo, della inevitabile de-dollarizzazione, e di altre questioni più o meno geopolitiche. Aspetti che non sono ancora stati abbastanza discussi sono invece i cambiamenti epocali che vedremo nei prossimi anni, e che già ora stiamo nel nostro frangente storico percependo.
Non solo IA
Il “momento Sputnik” di DeepSeek, il modello cinese che ha rivoluzionato il settore dell’intelligenza artificiale tagliando enormemente i costi di addestramento e la quantità di mezzi materiali necessari per raggiungere elevate capacità computazionali, è solo la punta dell’iceberg. Provando prima DeepSeek, e poi Qwen di Alibaba, che un IA a basso costo e di alta qualità è possibile, la Cina ha letteralmente trascinato il futuro molto più vicino a noi, così come Maometto fece muovere la montagna. Elencare tutto ciò che può esser fatto con un IA open-source accessibile a tutti, soprattutto a livello scientifico e negli ambienti di ricerca, è difficile, ma basti pensare che poco dopo il tonfo provocato dall’annuncio di DeepSeek, Nvdia – pur senza ricevere altrettanta attenzione – ha rilasciato Evo 2, un modello IA incentrato sulla genomica. Addestrato nell’analizzare e comprendere il codice genetico piuttosto che il solito linguaggio umano su cui destreggia già la totalità degli altri IA, Evo 2 si basa su 9mila miliardi di lettere genetiche provenienti da 128mila genomi di varie specie, e con ciò si rende in grado di individuare schemi complessi all’interno delle sequenze di DNA, arrivando persino a generare nuove(!) sequenze genetiche. Il modello è disponibile per tutti, a prezzi più o meno accessibili per qualunque centro di ricerca [Sito ufficiale di Nvidia].
Con questo modello rivoluzionario, i potenziali sviluppi sono virtualmente infiniti. Come afferma Dave Burke, direttore tecnico di Arc Institute, che assieme all’Università di Stanford ha collaborato nello sviluppo dell’IA di Nvidia, «Distribuire un modello come Evo 2 è come inviare un potente telescopio nelle parti più remote dell’universo. C’è un’enorme opportunità di esplorazione, ma non sappiamo ancora cosa scopriremo».
Per ora sappiamo che Evo 2 ha già mostrato una precisione del 90% nell’individuare mutazioni pericolose del gene Brca1, fondamentale per la ricerca sul cancro al seno, e il bello di questo modello è che essendo addestrato su un’ampia gamma di DNA, non si limita solo all’applicazione medica per umani, ma è anzi anche il mezzo ideale per gli studi sulla genetica dei vegetali. In agricoltura, Evo 2 potrebbe aiutare a combattere la scarsità di cibo, offrendo informazioni sulla biologia delle piante e permettendo lo sviluppo di colture più resistenti al clima o più nutrienti per il fabbisogno umano od animale. In altri settori, potrebbe essere utilizzato per progettare biocarburanti o creare proteine che degradano olio o plastica, così da combattere l’inquinamento a livello globale senza la necessità di una raccolta manuale su larga scala.
E nell’ambito della ricerca medica la Cina sta ricoprendo sempre più il ruolo di avanguardia mondiale. In un solo anno, nel 2024, la Cina ha scoperto una potenziale cura per l’asma, addirittura una cura chirurgica per il 60-80% dei casi di alzheimer, potenziali medicinali per l’alzheimer moderato, e una cura per il diabete di tipo 1 attraverso le già miracolose cellule staminali, provocando l’ira dei giganti farmaceutici nordamericani che campavano (e campano ancora) sulla speculazione sull’insulina. Ma anche la Russia, nonostante sia indiscutibilmente dietro Cina e USA sullo sviluppo e l’utilizzo delle IA (ma decisamente avanti rispetto gli europei), è riuscita ad annunciare per il 2025, addirittura per bocca di Putin, un potenziale vaccino a base di mRNA che potrebbe lottare (per ora non prevenire) i tumori, analizzando caso per caso. «Ora ci vuole parecchio tempo per costruire [vaccini personalizzati] perché il calcolo per il vaccino, o mRNA personalizzato, dovrebbe assomigliare all’uso di metodi di matrice, in termini matematici. Abbiamo coinvolto l’Istituto Ivannikov, che si affiderà all’intelligenza artificiale per fare questa matematica, vale a dire il calcolo delle reti neurali, dove queste procedure dovrebbero richiedere circa mezz’ora o un’ora», ha spiegato Alexander Gintsburg, direttore del Centro nazionale di ricerca per l’epidemiologia e la microbiologia Gamaleya, in un’intervista con TASS.
Vi è poi l’ambito ingegneristico, su cui non vi sono ancora molte notizie riguardo invenzioni rivoluzionarie, ma chi è del settore – almeno quelli che lavorano in progettazione avanzata come l’aeronautica, l’aerospaziale, e costruzioni di alto livello – sa bene quanto i cinesi stiano applicando, più di tutti al mondo, i frutti delle recenti scoperte tecniche. Ci sono già progetti risaputi, come la diga nella pianura tibetana – la più alta al mondo –, annunciata nel 2022, che avrebbe utilizzato tecnologia legata alle stampanti 3d e le stesse IA, allora ancora rudimentali.
E l’applicazione delle IA non si ferma solo all’ingegneria volta alla costruzione, ma anche alla logistica su larga scala. Anche in questo i cinesi sono avanti forse addirittura di decenni, con l’applicazione della robotica e appunto dell’IA nei cantieri navali e portuali, dove ormai gli stessi impiegati portuali non scaricano più “manualmente” i vari container dalle navi cargo, ma comandano il tutto dall’alto e a distanza, azzerando gli incidenti e migliorando enormemente l’efficienza e i tempi di stoccaggio e di consegna. Vi è poi l’applicazione nell’ambito della ricerca storica, anche se molti lo ignorano. Ci sono state già diverse scoperte – una fatta persino da un ragazzo di 21 anni che ha vinto 40.000 dollari – fatte grazie alle IA, che hanno decifrato tavolette o papiri di migliaia di anni fino ad ora rimaste un mistero nel loro contenuto. Questo perché l’uomo uomo certi problemi non può risolverli, per le limitazioni prettamente biologiche nella nostra capacità di riconoscimento dei pattern – ed è da dire che nonostante ciò, siamo comunque tra i più sviluppati in questo nel regno animale. Siamo inevitabilmente limitati dalla lenta evoluzione, che già di nostro abbiamo in certa misura e sotto certi aspetti “accelerato” dalla scoperta dell’agricoltura in poi, e per ora dobbiamo usare dunque l’IA come sorta di “protesi” al nostro intelletto e alla nostra capacità di calcolo. Su questo torneremo più avanti.
Vi è ovviamente l’applicazione nel mondo dell’arte, e qui è necessaria aprire una parentesi, perché è l’ambito forse più discusso e controverso – tralasciando il settore bellico – in cui l’IA viene stra-utilizzato. C’è chi difende la “proprietà intellettuale” – principale fonte di reddito dei cosiddetti “artisti professionisti” – e chi parla astrattamente di tradizione, uccisione dell’arte, e così via. Di fatto, coloro che attaccano il progresso delle IA anche nel campo artistico sono i reazionari della situazione, soprattutto i cosiddetti “marxisti”, in realtà piccolo-borghesi, che parlano di diritti intellettuali ed altre baggianate neofeudali. Marx stesso si è sempre opposto al concetto di proprietà intellettuale; nei Grundisse (manoscritto 7) in particolare, si parla della conoscenza diffusa, le idee i prodotti artistici frutti di queste conoscenze come parte di quello che viene chiamato “General intellect“, cioè parte di un intelletto collettivo, comune, sociale.
Come eccellentemente spiegato da Haz Al-Din, segretario del Partito Comunista Americano, nel suo “Come le IA ci porteranno al Comunismo“, «La concezione per cui un individuo possa trasformare parte del General Intellect in proprietà privata solo perché si è sforzato di comunicarla o di scoprirla, è completamente all’opposto della visione di Marx (…) perché per Marx tutta la società partecipa a questo processo, così come ogni individuo dà per scontato il bagaglio di conoscenza, abbondanza, e precedenti creati da altri prima che si possa creare qualcosa di unico.
L’idea che qualcuno possa avere diritti su un arrangiamento di pixel sullo schermo di un computer, è simile all’idea che si possa trasformare il linguaggio stesso in una forma di proprietà, e che utilizzando parole che ovviamente non abbiamo inventato noi, stiamo “rubando” il “lavoro” di altri».
«Violare la “proprietà intellettuale” di qualcuno non è più simile a “sfruttare il suo lavoro”, quanto ad espropriare la proprietà della stessa classe capitalista». Si può appunto dire che sia più simile ad una forma di pre-capitalistica, praticamente feudale di proprietà: «la proprietà intellettuale è ancora più illegittima di quella capitalista. È una forma di proprietà parassitaria e fondata sulla rendita che, a contrario dell’industria capitalista, non produce alcuna ricchezza materiale».
Come viene notato sempre da Haz, le IA daranno invece accesso popolare a tutti coloro che o non hanno tempo, o non hanno le capacità di creare arte, pur potendola immaginare. L’accesso a queste nuove tecnologie potrebbe nel breve termine far arricchire i giganti di Hollywood, dato che potranno tagliare enormemente i tempi e i costi esorbitanti destinati a scrittori ed effetti speciali, ma nel medio-lungo termine metteranno in crisi non solo l’industria cinematografica che dovrà competere – come già stanno facendo i giganti videolugici almeno dal rilascio di Unreal engine 4 e 5 – con gli “indie“1 popolari che avranno accesso agli stessi mezzi, ma metteranno in forte crisi soprattutto i media mainstream e quindi gli organi di propaganda di regime, la loro narrativa e quindi la tenuta egemonica di tutto il sistema imperialista su cui si poggia l’occidente.
«Le implicazioni politiche sono anche più importanti: ora i movimenti politici dissidenti potranno creare agitprop, media, spot elettorali ecc. più all’avanguardia. Questo ovviamente creerà un enorme panico tra gli apparati di sicurezza». «I social media sono stati il primo colpo ai media dell’establishment. Le IA porteranno tutto questo su un piano al momento neppure immaginabile. Uno dei modi in cui il potere si è espresso nell’era dei mass-media è il monopolio della tecnologia dei visual media (…) [che] sono stati a lungo il segno del consensus delle elites: a lungo ha rappresentato esclusivamente la coscienza di coloro che stanno al potere».
Ma il punto più importante è un altro; le IA non deturpano l’arte, perché anche quando un IA “dipinge” qualcosa, lo fa esclusivamente grazie a noi. «L’intelligenza artificiale non è una “coscienza artificiale”. È completamente senza senso al di fuori di un contesto socialmente aggregato di patterns, tendenze, mode, e fenomeni prodotti dagli esseri umani. L’IA non ha storia, cultura, discorso o società. È solo un modo inedito in cui gli individui possono interfacciarsi al complesso della realtà sociale prodotto dagli esseri umani».
Abbiamo accennato l’industria bellica. Inutile parlarne perché sappiamo tutti come le IA possono essere (ed anzi già sono) utilizzate dagli eserciti. Lo si sta vedendo in particolare con il genocidio dei palestinesi.
Ma un punto fondamentale che sarebbe da toccare – almeno brevemente così da liquidare ogni contraddizione riguardo le IA ed andare avanti con ragionamenti ed analisi più proficue – è l’utilizzo di questi strumenti per la “sicurezza”, o il controllo di massa sui propri cittadini. Da marxisti tutti sappiamo che un mezzo è un mezzo, e non è intrinsecamente né buono né cattivo. Una pistola è sì uno strumento oggettivamente nato per uccidere, ma senza di essa si ucciderebbe lo stesso; con la pistola si può uccidere ingiustificatamente, così come ci si può difendere, anche come deterrenza. Così vale con le IA. È chiaro che – salvo nell’ottica dei libertari ed anarchici tali per principio – uno Stato, se socialista, utilizzerà diversamente e positivamente le IA per garantire la sicurezza della collettività, rispetto ad uno Stato capitalista, specialmente se decadente e marcio come quelli occidentali. WikiLeaks c’è bastato per sapere di tutti gli scandali di spionaggio e controllo che gli Usa compiono sui propri cittadini e quelli delle proprie colonie, compresi alte figure di Stato. Quindi, cosa cambierebbe con le IA? Più efficienza, sicuramente, ma siamo già fortemente controllati e spiati dagli algoritmi e i modelli di machine learning, sin dall’ascesa degli smartphone. Le IA piuttosto sono un grosso rischio per i governi, in quanto, molto più di internet, grazie agli open-source cinesi potranno essere usati da tutti. La differenza che stiamo vedendo è che queste tecnologie stanno cominciando a circolare liberamente, così che attori non statali possano farne uso.
Tornando a noi e ad ulteriori pregi delle IA, vi è infine, ma è abbastanza importante, il potenziale dell’IA nell’ambito gestionale, amministrativo e dei servizi su larga scala. Citando di nuovo Haz, questa capacità amministrative e gestionali delle IA «accelerano la transizione al comunismo. “Valorizzando” i patterns dal caos del mercato globale, le forze produttive vengono socializzate ad un livello mai pensato prima.
Le informazioni, al posto dei profitti, diventano la forza trainante della produzione. L’inaspettata natura sociale dei rapporti di produzione, mischiata ai segnali caotici del mercato, diventa impossibile da non riconoscere.
La possibilità di una reale pianificazione economica su scala mai pensata prima; e sulla base degli interessi di tutta la società cessa di essere un sogno, ma diventa una realtà. Perché gli “interessi di tutta la società” smettono di essere basati sull’ “opinione degli esperti” o su qualche autorità centrale. Possono essere dedotti oggettivamente, tramite il potere dell’Intelligenza Artificiale».
Chongqing come solito funge da modello per la Cina del futuro, ed ha annunciato già nel “lontano” 2020 la costruzione di un campus – progettato dai noti architetti danesi di Bjarke Ingels Group (BIG) – governato totalmente da IA. Ma ciò che per i cinesi è un semplice “campus”, per noi è una vera e propria città; sono previsti infatti migliaia di utenti, e dovrà ospirate anche uffici per diversi giganti del tech. Ogni casa di questa “città” avrà un IA che fungerà da maggiordomo ed aiutante personale, servirà la colazione, potrà organizzare la giornata, e allo stesso tempo, a livello collettivo, sarà capace di controllare i sistemi di sicurezza in maniera centralizzata, intrattenere con spettacoli robotici, e persino controllare il fuoco e i camini in modo sicuro [Articolo di B1M]. Sembra di leggere un qualcosa di folle scritto da un visionario illuso dai propri sogni, magari nel secolo scorso immaginandosi i nostri giorni, o nel migliore dei casi di uno scenario futuristico (e in effetti lo è) che potremmo vedere nei prossimi 50 o 100 anni. La Cina tuttavia ci ha dimostrato innumerevoli volte come riesce a realizzare ciò che pianifica nei 5 o 10 anni prima, con i propri piani economici, ma anche con le direttive di Partito che pianificano di fatto le innovazioni dei vari settori. Come è spesso ricordato da molti analisti, la Cina è passata dall’essere una “fabbrica del mondo” volta a basarsi su un’economia di beni prodotti in massa, di bassa qualità e di basso valore, allo sviluppare un’industria “high tech” di telefoni ed elettrodomestici che gradualmente hanno raggiunto e ormai superato le qualità dei giganti della Silicon Valley e dell’allora industrializzata Germania, fino ad arrivare alla produzione di auto elettriche a basso costo ma di alta qualità, allo sviluppo di IA, ai microprocessori prodotti in Patria facendosi beffa delle sanzioni disperate degli americani, e alla robotica sempre più d’avanguardia.
La robotica e le forze produttive di alta qualità
E parliamo allora di robotica. Per ora abbiamo creato il cervello, e lo stiamo ancora raffinando ulteriormente, ma prima o poi questo cervello avrà bisogno di un corpo per eccellere nei lavori più materiali e manuali. È evidente che il PCC stia scommettendo sulla futura rivoluzione robotica, e lo si evince dall’invito dell’azienda cinese Unitree al simposio tra il Partito e i privati più strategici (non necessariamente i colossi più grandi), oltre ad avergli dato uno spazio mediatico non indifferente durante il Gala del Festival primaverile del 2025, con più di 300 milioni di spettatori su CCTV. Al simposio di gennaio erano invitati, oltre ad Unitree, anche DeepSeek, l’azienda automobilistica Byd (davvero un colosso anche per il numero di dipendenti che ha), la storica Xiaomi, la cooperativa Huawei, i semiconduttori Will, la catena di supermercati New hope e, ai bordi del tavolo – per far comprendere che l’e-commerce è un settore importante sì, ma ormai secondario rispetto le altre forze produttive di alta qualità – il colosso del digitale Tencent e il colosso dell’e-commerce Alibaba. Baidou neanche invitato, non essendo stato in grado di stare a passo coi tempi e aggiornare il proprio modello di motore di ricerca, integrando le nuove tecnologie IA.
Il PCC desidera dirigere l’innovazione facendo collaborare i settori, integrando le varie tecnologie di alta qualità. Come affermato da Qiu Ping nel suo articolo “Comprendere l’essenza delle forze produttive di [alta] qualità“, «Diversi fattori di produzione diventano vere e proprie forze produttive solo quando vengono combinati. Le nuove forze produttive di qualità si riflettono quindi nello sviluppo innovativo non solo dei vari fattori produttivi ma anche dei modi attraverso i quali questi fattori si uniscono. Man mano che i lavoratori, gli strumenti di lavoro e i soggetti del lavoro che costituiscono le nuove forze produttive di qualità continuano ad evolversi, anche la loro combinazione ottimale subirà cambiamenti rivoluzionari, dando origine a nuove industrie, nuove forme di attività economica e nuovi modelli, così come nuovi fattori e punti di forza per promuovere la crescita economica».
Se infatti nella fase socialista precedente era necessario “tenere la testa bassa” e puntare sull’alta quantità, per sopperire alle differenze con i Paesi sviluppati d’occidente, oggi (anzi già, almeno, dal 2015) è ampiamente dimostrabile e agli occhi di tutti che la Cina necessita di un cambio di rotta, puntando sull’alta qualità 2.
Lo stesso segretario generale Xi Jinping ha evidenziato più volte questo punto nei suoi discorsi, in particolare durante l’undicesima sessione di studio di gruppo dell’Ufficio politico del XX Comitato centrale del PCC il 31 gennaio 20243, nella cui occasione viene detto che «In breve, le nuove forze produttive di qualità, in cui l’innovazione gioca un ruolo di primo piano, sono la produttività in una forma avanzata che ha sostituito il tradizionale modello di crescita economica e il percorso di sviluppo della produttività». Le stesse nuove forze produttive in questione «sono emerse grazie a innovazioni rivoluzionarie nella tecnologia, all’allocazione innovativa dei fattori di produzione e alla profonda trasformazione e ammodernamento delle industrie. Si tratta di ammodernare i lavoratori, i mezzi di lavoro, i soggetti di lavoro e la combinazione ottimale di questi elementi e di aumentare significativamente la produttività totale dei fattori. Con l’innovazione come caratteristica distintiva e l’alta qualità come chiave, le nuove forze produttive di qualità sono in sostanza forze produttive avanzate».
Come evidenziato anche da Cheng Enfu e Ding Xiaoquin in “Una teoria del ‘miracolo’ cinese“, «Oggi lo sviluppo della produttività coinvolge tre elementi sostanziali essenziali: forza lavoro, strumenti e macchinari di lavoro, e materiali; così come tre elementi interattivi: scienza e tecnologia, gestione, e istruzione. Di questi, scienza e tecnologia tendono a guidare i cambiamenti decisivi che guidano lo sviluppo delle forze produttive».
Xi Jingping stesso individua nella scienza e la tecnologia, oltre alla forza lavoro, l’uomo, il traino di questa continua innovazione: «Trasformare i risultati scientifici e tecnologici in vere e proprie forze produttive porterà alla nascita di nuove industrie e alla profonda trasformazione e ammodernamento di altre industrie», «L’innovazione scientifica e tecnologica, che darà origine a nuove industrie, nuovi modelli di business e nuovi driver di crescita, è l’elemento fondamentale per lo sviluppo di nuove forze produttive di qualità».
Questa la teoria, ma quali settori ricoprono queste “forze produttive di qualità”? È difficile porre dei paletti su tale concetto, in quanto sempre più si tende alla totalità della produzione, che diviene sempre più armoniosa e in sintonia con i nuovi progressi tecnico-scientifici; tuttavia, Xi Jinping delinea vari settori chiave: le industrie che permettono di velocizzare l’«aumentare [del]la forza della Cina nella produzione, nella qualità dei prodotti, nel cyberspazio e nello sviluppo digitale», perciò occorre sviluppare «l’economia digitale, promuovere la piena integrazione delle economie digitali e reali e costruire cluster industriali digitali competitivi a livello internazionale».
Come si diceva, le innovazioni prendono tutti i settori, tant’è che non vi è un settore che sia da premiare più di un altro. Sempre Xi Jinping nel 5 marzo 2024 dichiarava che «lo sviluppo di nuove forze produttive di alta qualità non consiste nel trascurare o abbandonare le industrie tradizionali. Bisogna prevenire la corsa precipitosa ai progetti e la formazione di bolle industriali, ed evitare di adottare un unico modello di sviluppo». Nel discorso del già citato 31 gennaio 2024 infatti affermava che la va sviluppata enormemente anche la «forza della Cina in agricoltura», «intensificare gli sforzi per promuovere l’innovazione nella tecnologia delle sementi e nei macchinari agricoli e l’applicazione di nuovi progressi nella ricerca, stimolando così lo sviluppo dell’agricoltura moderna con innovazione scientifica e tecnologica e salvaguardando la sicurezza alimentare della Cina».
Sfide e rischi
Niente al mondo è immune dalle contraddizioni. Tutto sta nel riuscire ad abbassare i rischi o risolvere in tempo tali contraddizioni, se non è possibile sfruttarle per i propri interessi. Come citato poco più sopra, Xi Jinping evidenziava il rischio di «bolle industriali» dovute a una «corsa precipitosa» verso un determinato settore, sviluppando una eccessiva offerta rispetto alla domanda (anche se i cinesi sono coscienti del fatto che è sempre meglio avere un lieve eccesso di offerta rispetto ad un lieve eccesso di domanda4), e questo aspetto è stato infatti approfondito da vari quadri del Partito, come il già citato Cheng Enfu. Insieme a Xiaoquin, nello stesso articolo sulla teoria dietro al “miracolo cinese”, si scrive: «La tensione di base tra una produzione sempre più socializzata e la proprietà privata capitalista dà origine ad altre contraddizioni e crisi. Tra queste, il conflitto tra la gestione e la pianificazione delle imprese private e il caos del mercato, la disparità tra l’espansione indefinita della produzione e la relativa carenza di domanda reale, e bolle periodiche, panici e recessioni». Tuttavia rassicurano: «Gli antagonismi di classe che derivano da queste contraddizioni hanno storicamente ispirato movimenti di massa volti a sostituire la proprietà privata dei mezzi di produzione con la proprietà pubblica».
Sono rischi che i cinesi sin dai tempi di Mao (già prima di Deng) si sono dimostrati disposti a correre, per via degli insegnamenti di Marx e Lenin secondo cui il capitalismo, o comunque il mercato che predomina in esso, è il modo di produzione più efficace per accelerare l’innovazione: «L’economia politica cinese contemporanea aderisce al principio dei diritti di proprietà, con una proprietà pubblica dominante. Nel contesto del relativo sottosviluppo della produttività nel socialismo nelle sue fasi iniziali, lo sviluppo economico ha richiesto che una proprietà pubblica dominante si sviluppasse accanto a una proprietà privata diversificata: “Le imprese private nazionali e straniere sono sviluppate sotto la premessa della priorità qualitativa e quantitativa dell’economia pubblica”», questo perché il «singolo capitalista» ha la «spinta (…) a innovare per ridurre i costi del lavoro» – tale pergio tuttavia, insieme al «carattere anarchico del mercato capitalista (…) portano periodicamente a crisi di sovrapproduzione, in cui i lavoratori soffrono di più». È tuttavia da specificare che l'”innovazione” che il capitalista porta non è tanto sulla tecnologia del prodotto finito, quanto nelal tecnica di produzione; è infatti indiscutibile che, con il procedere della monopolizzazione del capitale, si tenda a rallentare il progresso tecnologico così da “spremere” il più possibile ciò che può essere venduto più volte sotto forma diversa. Spetta alla dirigenza statale imporre un’innovazione continua, che è tipica del capitalismo solo nella sua prima fase da “libero mercato” pre-monopolitistico. L’indole del capitale a semplificare la tecnica di produzione rimane comunque anche durante la fase più terminale del capitalismo e all’interno del socialismo stesso, in quanto una tecnica migliore porta ad una diminuzione dei costi e un margine di profitto maggiore, oltre ad una quantità avanzata di merce.
Se dunque il socialismo per svilupparsi ulteriormente necessita di continua innovazione, per accelerare l’innovazione necessita di un’economia (almeno in parte) di mercato, ma la stessa economia di mercato porta con sé vari rischi insiti al capitalismo, quali la crisi di sovrapproduzione (dovuta alla contraddizione del plusvalore), bolle e recessioni.
O ancora: «L’economia politica di un socialismo distintamente cinese dovrebbe seguire il principio di organizzare la produzione per elevare gli standard di vita e soddisfare le esigenze delle persone. Questo principio sottolinea che la principale contraddizione nel socialismo nella sua fase iniziale è quella tra i crescenti bisogni materiali e culturali delle persone e l’arretratezza della produzione sociale. Questa discrepanza può essere superata solo attraverso lo sviluppo rapido e costante delle capacità produttive; questo è il compito primario del socialismo nelle sue fasi iniziali. Questo sviluppo deve essere incentrato sulle persone, con la prosperità collettiva come obiettivo guida».
Altra contraddizione che porta con sé l’accelerato sviluppo delle forze produttive e dell’innovazione è quindi il divario tra le varie zone di un Paese. Come detto dal Xi Jinping nella stessa sessione di studio del 31 gennaio 2024, «i divari nello sviluppo e nella distribuzione del reddito tra aree urbane e rurali e tra regioni rimangono ampi; e tutti questi sono ostacoli importanti allo sviluppo economico e sociale di alta qualità. Una revisione del nostro lavoro mostra che alcuni funzionari di spicco non hanno una chiara comprensione della necessità di perseguire uno sviluppo di alta qualità e tendono a tornare sulla strada battuta di perseguire un’espansione e uno sviluppo inefficienti con scarsi rendimenti non appena incontrano difficoltà e problemi. Alcuni funzionari di spicco si aggrappano ancora a un pensiero obsoleto e si limitano a rendere omaggio alla ricerca di uno sviluppo di alta qualità, agendo come versare vino vecchio in otri nuovi, come si dice. Altri sono incompetenti e non sanno come promuovere uno sviluppo di alta qualità di fronte a nuovi ambienti e sfide sia in patria che all’estero. E potrei fare altri esempi. Dovremmo prendere sul serio questi problemi e adottare misure per risolverli. Dobbiamo tenere a mente che lo sviluppo di alta qualità è di fondamentale importanza nella nuova era e dobbiamo applicare pienamente e fedelmente la nuova filosofia di sviluppo». Per colmare a questi problemi occorre «svolgere compiti strategici come accelerare lo sviluppo di un’economia modernizzata, rafforzare la nostra autosufficienza e forza nella scienza e nella tecnologia, muoverci più velocemente per promuovere una nuova dinamica di sviluppo, promuovere sia riforme più profonde che un’apertura di standard più elevati e perseguire uno sviluppo di alta qualità garantendo al contempo una sicurezza di alto livello».
Infine, un’altra contraddizione è il possibile sviluppo di rapporti di produzione iniqui. Xi Jinping afferma giustamente che «Il motivo per cui ho proposto il concetto di nuove forze produttive di qualità e ho impostato il compito di svilupparle è che le forze produttive sono ciò che fondamentalmente guida lo sviluppo della società umana e sono la causa finale di tutti i cambiamenti sociali e politici»5, perché per nuovi rapporti di produzione, per nuovi sistemi sociali e il raggiungimento di un socialismo avanzato, occorre necessariamente sviluppare le forze produttive, ma «I rapporti di produzione devono essere in linea con lo sviluppo delle forze produttive. Per sviluppare nuove forze produttive di qualità, dobbiamo approfondire ulteriormente la riforma in modo completo e creare un nuovo tipo di rapporti di produzione che siano compatibili con esse. La creazione di nuove forze produttive di qualità richiede non solo una pianificazione lungimirante, una guida e un solido supporto politico da parte del governo, ma anche la regolamentazione dei meccanismi di mercato e l’innovazione continua da parte delle imprese e di altre microentità. Sono gli sforzi congiunti della “mano visibile” del governo e della “mano invisibile” del mercato che promuovono nuove forze produttive di qualità».
Enfu e Xiaoquin delineano quindi sette criteri che dovrebbero essere soddisfatti da «qualsiasi piano per migliorare i mezzi di sussistenza delle persone»: «distribuzione di ricchezza e reddito, riduzione della povertà, occupazione, alloggi, istruzione, assistenza medica e sicurezza sociale. Nelle circostanze della “nuova normalità” di crescita più lenta e sviluppo dei mercati interni, questi criteri devono essere soddisfatti coordinando lo sviluppo economico e lo sviluppo sociale».
Ciò porterà a una società prospera: «In pratica, secondo il quadro ufficiale della Cina, ciò significa costruire una “società a tre tipi”: una “società con qualità migliorata”, ottenuta controllando e riducendo la popolazione; una “società con efficienza migliorata”, attraverso la conservazione delle risorse; e una “società protetta e promossa a livello ambientale”. Tutte queste richiedono un’innovazione continua come forza motrice».
Chiaramente questa non è una sfida da poco, né in termini temporali che di sforzi: «Migliorare i mezzi di sussistenza delle persone è un compito infinito e nuove sfide emergono continuamente».
Risultati generali su innovazione e benessere
Riguardo il lato prettamente pratico, occorre un elevato tempo di studio e capacità linguistiche in mandarino per analizzare i documenti del Partito e del governo, i regolamenti da essi emessi sullo svolgimento delle attività dei privati, eccetera, ed è dunque difficile parlare di come la Cina metta in atto tali principi delineati dai Congressi del Partito. Tuttavia, possiamo ammirarne i risultati. Possiamo dire ad esempio che la Cina rappresenta il 25% dei laureati mondiali in STEM, con circa 3.5-4 milioni di ingegneri e matematici formati annualmente. Più di tutto l’occidente messo assieme, e 15 volte la quantità totale dei laureati STEM statunitensi. La Cina è anche il Paese con la percentuale più alta di laurea in STEM: 41%, con un podio condiviso da Russia (37%) e Germania (36%). Non è un caso quindi se il 20% dei paper scientifici globali è cinese, contro l’ormai superato 16% americano. Nello specifico, detengono anche il 25% dei paper scientifici globali sull’IA. E non è solo quantità, ma anche qualità; nel 2022 NISTEP ha provato che la Cina rappresenta il 27% dell’1% degli articoli scientifici più citati (contro il 25% statunitense), e ciò è confermato anche dalla stessa Nature.
E se vogliamo parlare di più fatti e meno ricerche – che possono spesso essere fine a se stesse – la Cina nel 2007 dominava solo 3 dei 64 campi tecnologici individuati dall’ASPI (finanziata dal Pentagono statunitense, quindi sicuramente non interessata a fare propaganda filo-cinese), mentre oggi ne domina già 57 dei 64, ed è il Paese che rappresentava (dati del 2022) nei settori legati all’applicazione di IA la maggior parte dei brevetti WIPO registrati in tutto il mondo (61%), in netto contrasto con quelli registrati in USA (21%), per non parlare dell’Europa (2% contando UE ed UK assieme); tra l’altro, nel 2022 il “resto del mondo” (quindi al di fuori di Cina, Usa ed Europa) ha superato in numero di brevetti l’occidente. Ma la Cina non era quella che copiava e non sapeva innovare?
Oltre a ciò, possiamo notare come, nonostante la diseguaglianza evidenziata dallo stesso Xi Jinping, le politiche di innovazione e ridistribuzione cinesi hanno portato non solo alla vittoria sulla povertà assoluta, che è ormai assente nel Paese6, ma anche ad un benessere sociale elevato rispetto a quello di buona parte del mondo, e tutto ciò nonostante gli indici del PIL cinese relativamente limitati, specialmente quello pro capite. Questo sia perché il PIL cinese, come ai tempi quello sovietico, non considera l’economia dei servizi e della finanza – mentre i PIL occidentali enormemente pompati sì –, e sia perché il PIL di per sé non è un indicatore oggettivo di benessere, e la Cina ne è appunto un esempio lampante.
Con un PIL pro capite di appena 12.000 dollari – il 70% inferiore alla media dei Paesi ad alto reddito – la Cina ha comunque conseguito traguardi straordinari: dispiega la più estesa rete ferroviaria ad alta velocità globale, ha sviluppato aerei commerciali autonomi, domina settori chiave come le energie rinnovabili, i veicoli elettrici, la tecnologia medica avanzata, la produzione di smartphone e microchip, e vanta programmi aerospaziali competitivi.
Parlando di dati concreti, la Cina possiede oltre 3,3 milioni di stazioni base 5G (il 60% del totale mondiale), con copertura del 100% in tutte le città principali e il 97% delle contee rurali. Gestisce 7 dei 10 porti più trafficati al mondo, garantendo efficienza nella catena di approvvigionamento globale. Produce il 75% dei pannelli solari globali e ha installato 1.050 GW di energia solare ed eolica (oltre il 35% della capacità mondiale); nel 2023, il 36% della sua elettricità è stata generata da fonti non fossili. Ospita il 60% della produzione globale di batterie per EV (CATL è il primo produttore al mondo) e controlla il 35% del mercato mondiale di auto elettriche (BYD supera Tesla nelle vendite dal 2023). Il 90% della popolazione usa sistemi elettronici come Alipay o WeChat Pay, con un volume di transazioni di 526 trilioni di RMB (circa 72 trilioni di USD). Nonostante le sanzioni, ha ridotto le importazioni di chip dal 75% (2018) al 60% (2023), con aziende come SMIC che producono chip a 7nm. La stazione spaziale cinese Tiangong è operativa dal 2022, e nel 2023 ha lanciato 64 satelliti per il sistema di navigazione BeiDou (prima alternativa al GPS).
E, cosa più importante, nonostante un reddito pro capite inferiore dell’80% rispetto gli Usa, registra un’aspettativa di vita più elevata, passata dai 71 anni (2000) a 78,2 anni (2023), rispetto ai 76,1 statunitensi. Per decenni si è ritenuto che tali obiettivi richiedessero livelli di PIL/capitale estremamente alti. Tuttavia, nel corso dell’ultimo decennio, la Cina ha dimostrato che è possibile raggiungerli con una base produttiva più contenuta. Il segreto risiede nell’uso mirato di politiche industriali e finanziarie pubbliche per indirizzare investimenti e produzione verso priorità strategiche e obiettivi sociali. Questo approccio permette di trasformare la capacità produttiva aggregata in risultati di sviluppo con un’efficacia superiore rispetto a molti Paesi, dove gran parte delle risorse viene assorbita da attività lucrative per il capitale o vantaggiose per le élite, ma scarsamente allineate al progresso collettivo.
Pur presentando ancora lacune da colmare, l’esperienza cinese conferma che, anche con un PIL pro capite moderato, è possibile ottenere indicatori sociali avanzati puntando su strategie di sviluppo strutturate.
I computer quantistici
Non si parla ancora abbastanza dei computer quantistici, eppure saranno il salto qualitativo che farà impallidire tutti i progressi precedenti. Le attuali IA, o persino internet, sono molto più limitati rispetto le potenzialità che hanno i computer quantistici. Se fino ad ora tutti i dispostivi digitali e computazionali si sono basati su un linguaggio binario (che si compone con l’abbinamento di 1 e 0, cioè vero e falso, acceso o spento, in base alla presenza di un certo numero di atomi, in genere circa un milione per essere “percepiti” dai sistemi odierni); con i computer quantistici si parlerà di “qubit” (quantum bit), cioè singoli elettroni. Si passa da una precisione “molecolare” (anche se non definibile tecnicamente come tale, ma parliamo comunque di un ammasso di atomi), a una precisione non atomica, ma addirittura particellare. Questo non è un paper scientifico o un trattato tecnico o fisico sul funzionamento dei qubit e dei quanti, ma possiamo sintetizzare l’aspetto rivoluzionario di questi sottolineando che con i computer quantistici non si ragionerà più in modo binario, ma quantico, e cioè un bit può essere 0 o 1, o qualunque altro numero decimale tra 0 e 1. Tuttavia, stando agli studi (in particolare il Teorema di Holevo) e gli strumenti attuali7, nonostante questo potenziale infinito di enumerazione, i computer rileveranno lo stesso solo se vi sia un 0 o un 1. È comunque chiaro, per chi comprende un minimo di matematica, la portata infinita che potrà avere un’accumulazione di dati e una capacità di calcolo che si basa virtualmente su un numero infinito di “lettere”. Per comporre un numero non occorerà più un ammasso enorme di atomi, ma singole particelle. A livello macroscopico, ciò snellisce di miliardi di volte la massa e probabilmente l’energia necessaria per svolgere un calcolo o un immagazzinamento di dati.
Inoltre, se già l’informatica andava a braccetto con la matematica e la fisica, con l’informatica quantistica si giungerà verosimilmente ad una sintesi delle tre scienze (se non anche di altre). Ciò a cui stiamo assistendo è un progressivo superamento della divisione settoriale delle scienze, e quindi del lavoro, che è stata dialetticamente necessaria nella fase capitalistica – proprio come disse già Engels nel suo Anti-Dühring, e come predissero, seppure in chiave filosofica, metafisica e spirituale, i vari pensatori russi, in particolare Florenskij e la sua filosofia della “Totalità”.
Con i qubit, infatti, non si parla più di bianco e nero, vero o falso, ma di veri e propri vettori dalle infinite possibilità8, e dato che parliamo di elettroni, sono da contare le proprietà quantistiche dell’entanglement (in cui due elettroni si “collegano” anche a distanza infinita o tempi diversi) e della sovrapposizione (in cui 0 paradossalmente può anche essere 1). Questa particolarità dei quanti ci permetterà inoltre di fare passi avanti sulla “comprensione” (semmai sia possibile) della meccanica quantistica e di possibili applicazioni razionali di questa, come il teletrasporto di dati e, in un futuro, anche di oggetti (sicuramente non viventi) – per ora è stato possibile teletrasportare solo elettroni, che niente non è. Parlando del lato pratico, i cinesi sono avanti anche su questo fronte, e nonostante gli enormi investimenti di Alphabet (Google) e Microsoft, la Cina finirà verosimilmente per raggiungere senza troppi sforzi economici la produzione regolare dei primi computer quantistici. È recente l’annuncio di un rivoluzionario chip quantistico cinese, il prototipo di superconduttore Zuchongzhi-3, dalla capacità di 105 qubit e con prestazioni 1 quadrilione (10¹?) di volte superiori al più potente dei supercomputer, competendo direttamente con Willow QPU di Google.
Le applicazioni, come si può facilmente intuire, sono infinite, così come lo sono state quelle dei computer tradizionali. Stavolta però parliamo di supercomputer da milioni, in certi casi miliardi di dollari che sono capaci di accorciare i calcoli di miliardi di anni9, e che per via delle dimensioni che andranno sempre più a ridursi (come fecero già i computer un tempo militari), finiranno probabilmente nei nostri studi e salotti nel giro di uno o due decenni.
Inutile dirvi poi le potenzialità che avranno le IA combinate con queste macchine di calcolo; sarebbe come trapiantarle in cervelli miliardi di volte più sviluppati, veloci e con più capacità di memorizzazione, di calcolo, e quindi di immaginazione.
Da un lato, con un occhio esterno ed oggettivo, possiamo immaginarci che cambiamento drastico sarà avere dispositivi elettronici e robot così “infiniti” nelle loro capacità, dall’altro sarà tutt’altra cosa viverlo di persona e renderci conto della rivoluzione in atto. Sotto molti aspetti è verosimile che sarà molto più drastico del cambiamento che c’è stato dall’anno 0 al 2000.
La fusione nucleare
Quella a cui stiamo assistendo è una corsa allo sviluppo e l’innovazione che sta accelerando sempre di più. Questo per motivi sia dialettici insiti nello stadio finale del capitalismo e la fase di transizione al socialismo, sia per la situazione geopolitica con l’ascesa del multipolarismo e una “comunità umana dal futuro condiviso”, e sia per motivi prettamente tecnici. È infatti chiaro che vi sia una dialettica anche nella tecnica delle innovazioni in questione, che ha preso il via sicuramente dall’invenzione dei computer e di internet. Si sono avuti innanzitutto i mezzi, finalmente, per creare un algoritmo che permetta ad un modello di imparare dai propri errori – ed ecco qui il machine learning e le intelligenze artificiali –, dall’altro si è evidenziata la necessità di sopperire alle fonti fossili e cercare una soluzione all’ormai centenario dilemma della fusione nucleare (con i primi progressi che ricordiamo esser iniziati in Unione Sovietica), che ci risolverebbe non pochi problemi (anzi forse quasi tutti). Le IA sono diventate nel corso di pochi anni sempre più capaci nei loro calcoli, ma necessitano di numerosi hardware e una sempre più immensa mole di dati ed energia (anche se vi è stata una bolla speculativa, come si è visto dal crollo a seguito dell’open-source di DeepSeek), e qui la necessità per una corsa nello sviluppo della fusione accompagnata da immensi investimenti sulla fissione. Dopo lo scoppio della bolla attorno ad Nvidia e i mercati dei microprocessori, le voci sul nucleare hanno perso la loro insistenza, ma è inevitabile che col progressivo miglioramento delle IA, anche se su modelli più economici ed efficienti come quelli cinesi, occorrerà trovare una soluzione definitiva per la domanda d’energia. Per trovare soluzioni tecniche al dilemma della fusione, allo stesso tempo, occorre una immensa ricerca e innumerevoli tentativi, calcoli, sperimentazioni, e qui tornano in gioco sia le IA, che i computer quantistici. Ciò che è rivoluzionario in questa fase è che dopo aver raggiunto ad un buon livello l’automazione di quasi tutto ciò che è manuale, stiamo realizzando un’automazione del lavoro intellettuale, dell’innovazione. Questo apre, come già detto, le porte ad uno sviluppo esponenziale, e come si vede, tutte e tre le tecnologie citate sono indispensabili per lo sviluppo reciproco. Ma la fusione non scioglierebbe solo il groviglio di ostacoli che bloccano lo sviluppo di IA e computer quantistici.
Stando al discorso di Xi Jinping del 31 gennaio 2024, «Lo sviluppo verde è la caratteristica distintiva dello sviluppo di alta qualità e le nuove forze produttive di qualità sono verdi per natura. Dobbiamo accelerare la transizione verso un modello di sviluppo verde, che contribuirà a raggiungere il picco delle emissioni di carbonio e la neutralità carbonica. Dovremmo restare fedeli al principio secondo cui acque limpide e montagne rigogliose sono beni inestimabili e seguire risolutamente il percorso dello sviluppo verde che mette al primo posto l’ambiente».
Insieme ai computer quantistici, sarà la fusione nucleare a cambiare le carte in tavola, facendo fare alla Cina e al mondo intero un salto qualitativo che non abbiamo mai visto, sin dai tempi della scoperta del fuoco o dell’agricoltura. Stando alle pianificazioni del PCC, la Cina si aspetta (o si impone) di raggiungere successi storici nel campo della fusione nucleare e quindi dell’autonomia energetica entro il 2035, con l’obiettivo di commercializzare al mondo intero l’energia da fusione entro il 2050. Sono tempi lontani a noi, ma il PCC molto spesso tende a prefissarsi scadenze “medio”-lunghe, per poi raggiungerle prima del previsto.
Progressi se ne vedono, e ogni pochi mesi si leggono di nuovi traguardi nel campo della fusione, tra cui l’ultimo, del gennaio 2025, il raggiungimento di un record da 18 minuti nel mantenimento di 100 milioni di gradi (il nucleo del sole ne ha 15 milioni). La Cina col suo EAST negli ultimi due anni ha raggiunto vari record, ma la Francia con il WEST è oggettivamente vicina ai successi cinesi, e pochi giorni dopo l’ultimo record cinese ha raggiunto i 22 minuti alla stessa temperatura circa. Mentre l’EAST è partecipato dalla Cina con il suo istituto di fisica del plasma di Hefei sotto l’Accademia cinese delle scienze, il WEST è partecipato dalla Francia col suo Commissariato per l’energia atomica, l’UE e privati come Air Liquide e Thales, ma entrambi i centri di fusione posti negli angoli opposti del mondo sono progetti fatti in stretta collaborazione sotto il mantello di ITER (un consorzio partecipato anche da altri Paesi, quali Russia ed Usa). Gli obiettivi sono tuttavia diversi; l’EAST si preconfigura di esplorare la fusione a confinamento magnetico in condizioni di plasma ad alta temperatura (oltre 100 milioni di gradi Celsius) e lunghi tempi di confinamento; il WEST punta a studiare il comportamento del plasma in configurazioni stabili (steady-state) e testare materiali per ITER.
Prima ancora del completamento di tutti gli obiettivi per attivare la prima centrale a fusione è probabile ? stando agli stessi piani cinesi ? che verrà lanciato per il 2030 il “Solar array”, un enorme campo solare che orbiterà attorno alla Terra e che, con un’estensione di 1km e senza interferenze atomisferiche, potrà accumulare in un anno tanta energia quanto ce ne offre la totalità del petrolio estratta nello stesso lasso di tempo.
Parlando del lato pratico, cosa ci cambierebbe l’energia a fusione? Innanzitutto, come sappiamo, sarebbe un’energia pulita assai più efficiente di qualunque altra forma di fonte rinnovabile ? anche delle potentissime e colossali dighe cinesi ?; non ha il problema rilevante delle scorie a differenza delle centrali a fissione; ed ha una capacità di produzione energetica virtualmente “infinita”. Quest’ultimo punto è il più importante. Quante cose ci vengono in mente che sono limitate dall’energia?
Pensiamo ai mezzi di trasporto ad alta velocità, o ai mezzi spaziali stessi; pensiamo ovviamente alla produzione industriale, le lavorazioni dei metalli ad alte temperature; all’agricoltura nelle aree poco fertili, con poca acqua e dal clima avverso; eccetera.
Parleremo a breve dei mezzi di trasporto, ma possiamo aprire una parentesi sull’industria e l’agricoltura, che sono due settori dall’immensa importanza.
Riguardo l’industria, avere a disposizione tutta l’energia necessaria porterà la Cina ad intensificare l’estrazione delle risorse e la loro lavorazione, oltre ad accelerare l’edificazione (già da tempi record) delle città nelle aree più “sottosviluppate” ed isolate, migliorando ovviamente la comunicazione anche a livello logistico. Una volta colmato il divario tra campagne e città che il PCC ha riconosciuto, la Cina potrà insegnare il proprio modello a tutti i Paesi disposti a collaborare con Pechino, non solo esportando l’energia in eccesso a basso costo, ma anche aiutandoli a sviluppare in autonomia le proprie centrali a fusione e l’industria necessaria per sviluppare i rispettivi Paesi. La prima che gioverà da questo cambiamento sarà verosimilmente la Russia, vicina storica della Cina che ha una parte orientale – nonostante gli ultimi sforzi di Putin nel pianificavi lì uno sviluppo tecnologico entro il 2035 – ancora costretta ad un grosso divario con la parte più ricca del Paese, cioè i centri urbani posti nelle aree occidentali, chiaramente “più temperate”.
Tutto ciò sarà semplificato grazie all’invenzione delle batterie nucleari modulari al diamante. Nel relativo silenzio dei media, si stanno facendo passi da gigante su questo fronte, con la società cinese Betavolt che ha sviluppato una batteria nucleare che fornisce energia continua fino a 50 anni senza bisogno di ricarica. La batteria combina la tecnologia di decadimento dell’isotopo nucleare nichel-63 e il primo modulo cinese a semiconduttore di diamante (semiconduttore di quarta generazione) per realizzare con successo la miniaturizzazione delle batterie per l’energia atomica. Più piccolo di una moneta (anche perché modulabile), lo rende ideale per droni, apparecchiature di intelligenza artificiale, dispositivi medici (si pensi ai peacemaker) e microprocessori, ma anche il trasporto di energia e l’utilizzo di questa su satelliti, sonde, rover e altri mezzi spaziali che devono stare a lungo senza ricarica e ricambi. Non solo; a differenza delle batterie tradizionali, il design di Betavolt è sicuro, non esplosivo ed è ecologico, in quanto l’isotopo decaduto si converte in rame non radioattivo. Per ora siamo arrivati alla longevità dei 50 anni, ma si parla già di certe batterie che potrebbero durare migliaia di anni. Il primo lancio intanto è programmato per il 2025, con una versione da 1 watt.
Ma la svolta dovuta al nucleare sarà sul campo agroalimentare, perché le possibilità sono davvero spettacolari. Con l’utilizzo della tecnica idroponica (che risolverebbe anche il problema legato alle vaste distese spaziali che occorrono per soddisfare il fabbisogno di miliardi di persone) o di altri sistemi avanzati di isolamento dei raccolti dalle condizioni avverse della natura, la Cina potrà, sia in Patria che all’estero, sviluppare le aree desertiche – siano esse calde o fredde –, pompare canali idrici di qualunque dimensione e sconfiggere una volta per tutte il problema della fame nel mondo – una piaga che è esistita per sin troppo tempo, ed è scandaloso che esista ancora nel XXI secolo.
Con il superamento progressivo della peste capitalista, l’inquinamento, la crisi alimentare, la sporcizia ambientale, lo smog, le malattie che tutto questo insieme alla cattiva e chimica alimentazione hanno portato con sé, tutto ciò di schifoso che possiamo immaginarci correlato all’industria post-ottocentesca, sarà superato dall’industria stessa, grazie alla dirigenza socialista e razionale dei progressi tecnici. Come Xi Jinping ha sottolineato nello stesso discorso del 31 gennaio, l’uomo resta uomo, e i bisogni sono in fondo sempre gli stessi, ma potremo finalmente pensare di soddisfarli a pieno e in modo sano e naturale: «Allo stesso tempo, dovremmo sostenere vigorosamente stili di vita verdi e sani in tutta la società».
Occorre sviluppare i mezzi di produzione per ricongiungerci con la Natura e trovare una sintonia con essa, mantenendo dialetticamente ciò che ha di positivo, e sopprimendo, o perlomeno regolando e controllando ciò che ha di negativo.
I treni ad alta velocità e la Terra unita
Seppure abbia voluto evitare di parlare dei soliti mezzi di trasporto cinesi – che tutti sanno essere i più avanzati al mondo –, parlare dei treni ad alta velocità e di eventuali nuove invenzioni nell’ambito dei trasporti è inevitabile. Ciò che qui andremo ad analizzare è l’implicazione geopolitica che questo “nuovo dominio dei treni” porterà, di cui non si parla spesso.
La legge della progressione spaziale, che vede gli Stati-città trasformarsi in Stati regionali, per poi passare allo Stato-Nazione, ha seguito un processo, almeno in Europa, strettamente legato allo sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione e di trasporto, canali logistici, e capacità di difesa – tutto dipendente dalla tecnica e la tecnologia del tempo. Lo stadio successivo come molti hanno fatto notare è lo Stato-Civiltà, che garantisce l’unione di Grandi spazi terrestri capaci di fungere da deterrenza con la propria profondità strategica – evitando le armi sempre più a lungo raggio –, e già geograficamente contigui a livello sia ambientale che dal punto di vista antropico (con canali logistici e mezzi di comunicazione strettamente connessi).
Il mondo ha visto sorgere un Nomos marittimo a seguito della scoperta delle Americhe, del dominio dell’Inghilterra e poi degli Stati uniti d’America su tutti gli oceani, dall’Atlantico al Pacifico. La domanda che può sorgere spontanea è se ancora oggi domina il mare, o qualche altro elemento, dopo 500 anni di imperi talassocratici.
Scrive Schmitt nel suo Nomos della terra: «Oggi i concetti di terraferma e di mare libero sono stati entrambi profondamente trasformati, tanto nel loro significato intrinseco, quanto nel loro rapporto reciproco, da un nuovo avvenimento spaziale: la possibilità di un dominio sullo spazio aereo. Cambiano non solo le dimensioni della sovranità territoriale, non solo l’efficacia e la rapidità dei mezzi umani di potere, di comunicazione e di informazione, ma anche i contenuti dell’effettività. Quest’ultima possiede sempre un aspetto spaziale e rimane sempre, tanto nel caso delle occupazioni di terra e delle conquiste, quanto nel caso delle barriere e dei blocchi, un importante concetto di diritto internazionale. Muta inoltre, in seguito a ciò, anche la relazione tra protezione e obbedienza, e quindi la struttura del potere politico e sociale stesso, e il rapporto tra questi e altri poteri. Ha inizio così un nuovo stadio della coscienza umana dello spazio e dell’ordinamento globale». Sempre Schmitt: «Oggi sembra d’altra parte già possibile pensare che l’aria divori il mare e forse persino la terra, e che gli uomini stiano trasformando il loro pianeta in una combinazione di depositi di materie prime e di portaerei. Vengono quindi tracciate nuove linee di amicizia al di là delle quali cadono bombe atomiche e all’idrogeno».
Come evidenziato quindi da Schmitt, con la fine della guerra mondiale si è anche affermata una forma di Nomos dell’aria, ma è di fatto figlia del Nomos del mare, in quanto vi resta la stessa logica “liquida” senza confini, strettamente mercantilista e bellicista, aumentando la già materiale distanza, negli scenari di guerra, tra l’impero aggressore e la colonia aggredita (come dice Schmitt, prima aggredita orizzontalmente, ora verticalmente, senza grandi possibilità di risposta speculare, se non al massimo di mera difesa e resistenza, come dimostrato dai palestinesi o dagli houthi).
Ebbene nonostante sia passato praticamente un secolo da quando circolano gli aerei di linea (o 70 anni se consideriamo gli aerei con più capienza), i mezzi aerei non possono essere considerati ad oggi dei sostituti delle navi cargo; ergo il Nomos del mare è quello che inevitabilmente domina i criteri di commercio e di relazione tra gli Stati. Senza dubbio è più probabile che un cittadino abbia fatto almeno un volo in aereo piuttosto che una tratta in nave10, ovviamente perché per viaggiare ad ampie distanze è molto più conveniente – sia economicamente che in termini di tempo – usare un aereo, mentre occorrono navi capienti, crociere costose, per viaggi dalla lunga tratta. E i mezzi aerei, come già detto, sono quelli che contano davvero in un campo di battaglia, anche se l’indispensabile appoggio è sempre sulle portaerei o sulle basi terrestri.
Ma ciò che fa predominare ancora oggi la potenza marittima per imporsi come Nomos è il commercio. Con la globalizzazione non s’è fatto altro che migliorare le prestazioni, aumentare la produzione e intensificare le tratte delle navi cargo, e sarà così ancora per diversi anni se non decenni.
Il cambiamento epocale avverrà molto verosimilmente grazie ai treni ad alta velocità della Cina (e non la truffa dell’hyperloop annunciata da Musk ormai un decennio fa), in quanto anno dopo anno l’innovazione ci sta portando al raggiungimento – e probabilmente anche un successivo superamento – della velocità degli aerei di linea, su terraferma.
Citando di nuovo Schmitt dal suo Nomos della Terra (Capitolo 1): «Un passo ulteriore venne compiuto con la Rivoluzione industriale, nel corso della quale la terra fu nuovamente compresa e misurata. È essenziale il fatto che la Rivoluzione industriale fosse partita dal paese che aveva portato a termine il passaggio a un’esistenza di tipo marittimo. È questo il punto che permette di avvicinarci al segreto del nuovo nomos della terra. Fino ad oggi un solo autore, Hegel, si era approssimato a questo arcanum; citiamo pertanto le sue parole al termine di questo corollario: “Come per il principio della vita familiare è condizione la terra e la salda proprietà fondiaria, così per l’industria è il mare l’elemento naturale che la vivifica e le dà impulso verso l’esterno”. Questa citazione è estremamente significativa al fine di prognosi ulteriori. Ma prima di tutto dobbiamo prendere atto di una differenza elementare. Non è infatti la stessa cosa se la struttura di un mondo industrializzato e tecnicizzato, che l’uomo costruisce sulla terra con l’aiuto della tecnica, assuma quale propria base un’esistenza terranea o invece un’esistenza marittima».
Insomma, così come le navi dell’industriale Inghilterra ci portarono il Nomos del mare; i treni della nuova industria cinese ci porteranno al nuovo Nomos della terra. I treni che collegheranno entrambi i lati dell’Eurasia, da Lisbona a Pechino nel giro di 10 o anche 20 ore di viaggio, verranno senza ombra di dubbio preferiti ai più rischiosi, costosi e lenti viaggi via mare o aerei. Tutte le leggi commerciali e i paradigmi che esse portano con sé, questa nuova «comprensione e misurazione» del mondo che la nuova Rivoluzione industriale (o post-industriale?), porterà a confermarsi grazie a nuovi tempi e nuovi spazi il ritorno del Nomos della terra sotto una nuova forma.
Lo stesso dice Mackinder, che nel suo “The Geographical Pivot of History” scriveva – ovviamente con dispiacere, essendo a favore del dominio dei mari della corona inglese e avendo un terribile timore per la costruzione della ferrovia trans-Siberiana –: «Una generazione fa il vapore e il canale di Suez sembravano aver aumentato la mobilità della potenza marittima rispetto a quella terrestre. Le ferrovie hanno agito principalmente come alimentatori del commercio oceanico. Ma le ferrovie transcontinentali stanno ora trasformando le condizioni della potenza terrestre, e in nessun luogo possono avere un tale effetto come nel cuore chiuso dell’Euro-Asia, in vaste aree in cui né il legname né la pietra accessibile erano disponibili per la costruzione di strade. Le ferrovie fanno i maggiori miracoli nella steppa, perché sostituiscono direttamente la mobilità dei cavalli e dei cammelli, avendo tralasciato la fase di sviluppo delle strade. (…) Considerando questa rapida rassegna delle correnti più ampie della storia, non appare forse evidente una certa persistenza di relazioni geografiche? La regione cardine della politica mondiale non è forse quella vasta area dell’Euro-Asia che è inaccessibile alle navi, ma che nell’antichità era aperta ai nomadi a cavallo, come oggi sta per essere coperta da una rete di ferrovie?»
E ancora: «Il rovesciamento dei rapporti di forza a favore dello Stato pivot [cioè Russia, Heartland], con la conseguente espansione sulle terre marginali dell’Euro-Asia, consentirebbe l’utilizzo di vaste risorse continentali per la costruzione di flotte, e l’impero del mondo sarebbe allora in vista».
Il sorgere del multipolarismo in concomitanza con queste enormi innovazioni che abbiamo visto sembra quasi disegnare un certo progetto divino, l’arrivo di un’epoca d’oro che forse porterà davvero a una “pace perpetua” tra i popoli della Terra. Non solo il diritto internazionale, ma gli Stati stessi dovranno necessariamente ridisegnare i propri confini, non tanto per necessità di espansione territoriale, di nuovi irredentismi od altro di simile, ma per una pura conseguenza necessaria dovuta alla dialettica delle cose. Come detto poco sopra ed espresso ormai da vari pensatori politici cinesi e russi, gli Stati-Civiltà rappresentano la forma di statualità che predominerà l’era multipolare che sta sorgendo. Ma la storia si muove, è dinamica, e quando con un treno o un altro mezzo futuro sarà possibile far colazione a Roma e pranzo a Ulaan Baatar, non avrà più senso mantenere particolari differenze amministrative tra i grandi Stati, e l’unificazione diverrà necessaria, sia perché a questo punto i confini saranno un ostacolo commerciale senza senso dato la frequenza di trasporti tra continenti – che verrebbero trattati come gli scambi tra le nostre attuali regioni interne –, sia perché occorrerà avere un controllo più centralizzato per la massa di cittadini che va all’estero non per temporanee vacanze, ma per semplice vita quotidiana da pendolari, come può accadere all’interno di una attuale Nazione. Ma quest’epoca è ancora lontana. Non si è neanche costruito il canale di Bering tanto desiderato da LaRouche, e i continenti sono piuttosto divisi.
È indubbio però che i canali terrestri che si andranno a formare saranno molto più rilevanti e dal forte impatto rispetto alla Via della seta e la Belt and road, e porteranno una prosperità inimmaginabile per tutti i tracciati in cui passeranno i treni cinesi, così come abbiamo potuto vedere su scala locale quando arrivarono i treni che collegavano longitudinalmente la costa adriatica e tirrena, o trasversalmente le west e east coast americane, col sorgere di nuove città e con boom economici e demografici di quelle già esistenti. Stavolta questi cambiamenti si noteranno su scala nazionale e continentale.
È giusto dunque concludere questo argomento con Schmitt: «Continuiamo a nutrire la speranza di riuscire a penetrare il regno di senso della terra, e che siano gli spiriti pacifici a possedere il regno della terra»11.
Lo sviluppo esponenziale: umanesimo, medicina, genetica
Come abbiamo detto qui più volte, lo sviluppo a cui stiamo assistendo – e già l’hanno intuito in molti nei decenni scorsi se non già nel secolo scorso – segue sempre più un ritmo esponenziale, e i cambiamenti che vedremo nei prossimi 5 anni saranno più rilevanti di quelli avuti negli ultimi 10.
Abbiamo elencato vari potenziali cambiamenti a cui assisteremo, ma vorrei elencarne di altri, di cui non si parla molto, se non per nulla.
Abbiamo infatti elencato funzioni per cui le IA si sono dimostrate già capaci di migliorare gli studi, i lavori o le condizioni dell’uomo, ma la gran parte del focus è andato fino ad ora sull’arte, l’ingegno, l’applicazione militare e gestionale. Tuttavia, uno sviluppo delle IA tanto ignorato quanto rivoluzionario sarà il progressivo superamento delle barriere linguistiche tra gli uomini e gli altri animali. Sembrerà folle, ma è molto più semplice di quanto si creda, e col tempo sarà sempre più facile trovare metodi di comunicazione adatti a seconda della specie – chissà se anche con certi vegetali. Sono promettenti infatti i segnali che si stanno dimostrando – con certe specie già in parte comprese – e i progetti che si stanno formando attorno a questa idea [Articolo Axios a riguardo]; le conseguenze e le applicazioni, anche qua, come possiamo immaginare, sono infinite. Innanzitutto è chiaro che la percezione antropocentrica che la gran parte degli uomini ha sempre avuto sarà destinata a crollare, in quanto si riconoscerà che anche gli altri animali – seppur senza un linguaggio complesso come il nostro – sono capaci di pensare ed esprimere concetti basilari, provando una certa sensazione di sé, per non dire direttamente coscienza di sé12; ciò di conseguenza porterà a garantire più tutele, sicurezze e diritti per le altre specie, specialmente quelle domestiche e quelle la cui comunicazione diretta proveranno un certo stato di intelletto indiscutibile per l’unanimità degli uomini (ad esempio cetacei, elefanti, ed altri primati, che già oggi sappiamo che hanno modi di comunicare né complessi, né tantomeno basilari). In secondo luogo, si potranno gestire molto più facilmente gli animali che involontariamente sono da intralcio alla vita e le attività dell’uomo; si pensi alle mandrie e i gruppi di animali che devastano i raccolti, dagli elefanti ai cinghiali; si pensi agli orsi che possono interpretare male la presenza di uomini presso i propri territori; si pensino gli elefanti e rinoceronti cacciati dai bracconieri presso determinati territori che potrebbero evitare; si pensi alle orche ed altri cetacei che finiscono disgraziatamente in trappola in vari modi tra le eliche, le reti, o che vengono confuse dalle grandi navi portandole spesso anche allo spiaggiamento (tra l’altro sottolineamo che i delfini sono già facilmente addestrabili a livello militare); o si pensino agli animali che vanno calmati per scopi veterinari, nelle riserve o in altri contesti. “Parlare” con gli animali non sarà semplicemente capire cosa vuole il nostro cane o il nostro gatto – cose che già possiamo intuire di nostro, perché l’uomo ha una certa capacità nel riconoscere pattern e, vivendoci quotidianamente possiamo abituarci alla comprensione di certi messaggi –, ma aprirà letteralmente un mondo, e ci farà comprendere in maniera più profonda la natura e il nostro legame con essa.
Un altro aspetto che molti non hanno compreso delle IA è che esse, avendo “a mente” le leggi dell’Universo e le proprietà degli Elementi che conosciamo, sono capaci di trovare nuovi abbinamenti chimici, molecolari, e persino nuovi genomi – come abbiamo già visto nella prima parte di questo scritto parlando del modello Evo 2.
Ebbene, se possiamo inventare di sana pianta nuovi DNA sapendo la “lingua” che questa molecola utilizza, figuriamoci scoprire o inventare nuove molecole. Vi sono già stati risultati materiali negli ultimi tempi, con l’invenzione di una nuova molecola che non si trova in natura e che faccia da antidoto per il veleno di un serpente, e addirittura una proteina che ci avrebbe messo idealmente 500 milioni di anni per evolversi in natura, e sarà incredibile da leggere per molti, ma grazie al deep learning abbiamo già scoperto 2,2 milioni di nuovi cristalli e 380mila materiali stabili che potranno potenzialmente essere usati per l’immagazzinamento di energia o altre applicazioni ora difficili da predirre. Sicuramente un’urgenza che abbiamo è trovare un’alternativa utile (e non capsulette molli inutilizzabili) alla plastica, la gomma ed altri materiali resistenti e duttili derivati dal petrolio; così come sarebbe davvero ideale fare un salto qualitativo nell’ambito dell’ingegneria e delle costruzioni, trovando nuovi materiali molto più longevi del cemento e calcestruzzo, e molto più resistenti ma leggeri dell’acciaio.
La spiegazione per cui con le IA possiamo e inventare scoprire così tanti materiali è semplice: oltre a quello che abbiamo detto, e cioè conoscenza e capacità computazionali, c’è ovviamente la capacità di simulazione, che potremmo paragonare alla nostra capacità di immaginarci scenari – ma con molti meno errori. Ciò, come si capisce, ci fa risparmiare una quantità infinita di “tempo morto”, cioè esperimenti andati a vuoto con materiali che abbiamo calcolato male e i cui risultati ci aspettavamo essere diversi, eccetera, e questa logica si applica chiaramente con tutto, dall’ingegneria e dalla chimica inorganica, alla chimica organica e quindi la medicina.
È infatti chiaro che con le IA si avrà un’accelerazione nella scoperta di nuove cure a malattie fino ad ora incurabili. Come abbiamo accennato all’inizio, la Cina ha già trovato una cura per il diabete di tipo 1 e potenziali cure per l’asma a il terribile alzheimer, così come la Russia pare stia avanti nell’annuncio di un modello di cura per vari tipi di tumore. Tuttavia occorrono vari test, e tutti sappiamo i lunghi tempi che servono prima che un farmaco venga rilasciato definitivamente per l’utilizzo pubblico. Le IA molto probabilmente potranno abbreviare i tempi, non tanto sui periodi di sperimentazione animale ed umana, in quanto occorre monitorare gli effetti sul lungo termine, quanto nelle prime fasi di formulazione, o nelle successive fasi di ri-formulazione in caso di errori rilevati durante le sperimentazioni.
A livello medico e salutare, il problema principale che affligge la nostra epoca è senza alcuna ombra di dubbio il cancro. È la prima causa di morte nei Paesi sviluppati, e la seconda causa di morte al mondo dopo i problemi cardiovascolari. Le motivazioni sono tre. Sicuramente influisce enormemente l’inquinamento che stiamo avendo dalla prima rivoluzione industriale ad oggi, dallo smog delle città alla cattiva, scorretta e incompleta alimentazione industriale, infarcita di prodotti chimici spesso innocui in piccole quantità – quindi legali – ma di fatto letali se assunte quotidianamente. Un altro fattore, seppure pare sia secondario, è stato l’inizio dell’era atomica; gli studiosi sono infatti in gran parte concordi sul fatto che certi tipi di cancro, in particolare la leucemia infantile e i “cancri solidi”, è vero che sono sempre esistiti, ma hanno registrato un’intensificazione rilevante con l’aumentare delle testate atomiche fatte esplodere nei vari test in giro per il mondo (e ovviamente nella tragedia del Giappone), mentre altri tipi di cancro che colpiscono parti del corpo che evidentemente le radiazioni ionizzanti colpiscono di meno, hanno avuto un aumento minore, seppure costante negli anni. Il terzo motivo, che è oggettivamente il principale e spiega l’esistenza stessa del cancro, è la pura statistica; o meglio, essendo il DNA animale fatto in un determinato modo – con le estremità dei cromosomi composte da telomeri che, col passare del tempo e delle mitosi cellulari, si “assottigliano” – è inevitabile che ci si invecchi e si sviluppi prima o poi una mutazione ed una degenerazione cellulare che porterà alla formazione di un tumore. L’alternativa è morire prima per altri motivi.
Vi sono però animali che, nonostante le immense dimensioni e quindi una probabilità statistica maggiore che si formino tumori (più cellule = più mitosi = più probabilità che si degeneri il DNA), pare siano immuni al cancro. Che siano pregiati dall’evoluzione? Questo paradosso è per ora poco compreso dalla comunità scientifica, ed è infatti ancora poco spiegabile come mai gli animali più piccoli, nonostante la statistica a favore dalla loro parte, è più probabile che muoiano di cancro – se non per via della velocità che ci metta un tumore per allargarsi e corrompere quindi a vista d’occhio le funzioni vitali del corpo.
Ciò che ci resta da sperare è che le IA risolvino anche questo dilemma del secolo, ed è forse ciò che molti di noi pongono al primo posto come obiettivo da raggiungere. E la chiave forse sono proprio le balene e gli altri cetacei di grandi dimensioni che sembrano immuni ai tumori.
La cosa davvero interessante riguardo tutta la questione attorno al cancro, è che è strettamente correlata alla questione dell’invecchiamento. Tutti noi diamo per scontato che l’invecchiamento sia una cosa “naturale”. Sicuramente è naturale nel senso che è presente in natura come forma di degenerazione presso la maggior parte delle forme viventi, o almeno animali, ma non è assolutamente una legge che vale per tutti. Vi sono sia le meduse turritopis dohrnii e nurticula tra gli invertebrati, che attraverso la transdifferenziazione nel momento della riproduzione si “ringiovaniscono” addirittura a livello cellulare, e sia le aragoste, che posseggono telomeri particolari che gli permettono di vivere virtualmente per sempre, o meglio non invecchiare – peccato che sono comunque limitati dalla muta, e raggiunta una certa dimensione non riescono ad avere le energie necessarie per cambiare il proprio esoscheletro, e finiscono quindi per morire dallo sforzo, verso i 100 anni di vita.
In sintesi, a noi umani, salvo incidenti e malattie di percorso, è stato imposto di morire o per vecchiaia o per tumore. Mantenere i telomeri intatti, come accade presso le aragoste, potrebbe essere una soluzione per l’immortalità evitando la vecchiaia, ma ciò non toglie che si possano sviluppare mutazioni che portino alla formazione di un cancro. E con i telomeri industruttibili, paradossalmente è più difficile anche combattere contro il cancro.
Ciò che è chiaro però è che le IA, dal momento in cui risolveranno la piaga del cancro, è molto probabile che ci metteranno poco tempo prima di trovare una correlazione ed una soluzione parallela anche alla questione dell’immortalità.
In tutto questo, che ruolo spetta all’uomo? Ma all’uomo spetta tutto! Tutto ciò di cui stiamo parlando sono mezzi per raggiungere un fine che decidiamo noi, cioè l’emancipazione dai nostri limiti interni, biologici, e i limiti esterni, naturali. Dall’antico abaco che ci aiutava nel calcolo, alla calcolatrice moderna che ci ha praticamente sostituito nell’onere della computazione, i computer hanno rivoluzionato tutto, con la loro capacità elevata di calcolo, rendendoci possibile progettare palazzi improbabili come l’Heydar Aliyev Center, o di strutture come il THAD sul Peking Man cave. Le IA ci emanciperanno persino dal dover scoprire leggi e inventare soluzioni. Ciò non vuol dire che l’uomo da solo non scoprirà e non inventerà più nulla, così come l’uomo ancora oggi è capace di fare artigianato nonostante la gran parte dei prodotti siano fatti a livello industriale. Ma perché dovremmo romantizzare così tanto il lavoro intellettuale, quando dobbiamo riconoscere che l’uomo ha i suoi limiti intellettivi, ristretti al singolo? Le IA sono la summa della nostra conoscenza, ed è impossibile per un singolo uomo sapere tutto – anche se dovrebbe idealmente ambire a sapere il più possibile. Questa conoscenza, abbinata ad una capacità di calcolo miliardi di volte superiore al nostro limitato cervello con miliardi di neuroni, permette alle IA di arrivare lì dove noi non possiamo arrivare, o a cui arriveremmo impiegando molto più tempo. Perché dunque avere “il gusto” di fare ricerca medica e scoprire una cura per il cancro nel giro di 50 o persino 500 anni, quando un IA potente ci metterebbe (speriamo) 5 anni se non anche meno? E questo ragionamento è applicabile per qualunque ambito importante, perché ogni invenzione è volta a risolvere problemi, e i problemi possono essere più o meno letali per più o meno vite. Quante vite dovremmo sacrificare dunque per un capriccio di onnipotenza ed antropocentrismo?
Ma attenzione, ciò non vuol dire assolutamente legittimare ogni sorta di operazione scientifica o tecnica che vada contro la natura in sé. Questo aprirebbe una enorme contraddizione insanabile. Ciò che l’uomo deve fare è, come detto, colmare le criticità della natura e valorizzare le sue positività. L’uomo non può legittimare indistintamente ogni forma di tecnica senza avere chiaro in mente il fine che deve raggiungere; la tecnica deve essere un mezzo e non un fine, e ne consegue che non tutto ciò che è permesso dalla tecnica dovrebbe esser permesso dall’uomo. Viene da sé dunque che la snaturalizzazione della donna con la ricerca sugli ovuli ed embrioni cresciuti in laboratorio, la clonazione – se non per la salvaguardia di certe specie a rischio – ed altre politiche che sono incentrate sull’individuo, il piacere, il raggiungimento di un aumento della dopamina da circolo vizioso, è assolutamente in contrasto con la dottrina che i marxisti si prefiggono di seguire per il bene dell’umanità, intesa come collettività di comunità. È quindi giusto che Xi Jinping valorizzi tradizione e famiglia mentre parla di innovazione tecnologica, in piena controtendenza con chi l’innovazione tecnologica la persegue senza meta, se non il raggiungimento del transumanismo. Già nel 1906 Nikolai Fëdorov, il “Socrate di Mosca”, ci mise in guardia da questo percorso senza meta in cui pare si stava dirigendo l’umanità: «L’oblio dei padri da parte dei loro figli trasforma l’arte, dalla più pura felicità (…) in un piacere pornografico; mentre la scienza (…) diventa una sterile speculazione o un procuratore di effimero piacere»; «L’ideale del progresso, secondo i dotti, è consentire a tutti i partecipare alla produzione e al consumo di oggetti per il piacere sensuale, mentre l’obiettivo del vero progresso può e deve essere la partecipazione a un compito comune, lo studio della forza cieca che porta fame, malattie e morte per trasformarla in una forza vitale»; «la Commune [allora agricola] promuove il desiderio di raggiungere un’esistenza sicura, la cui forma più elevata è l’immortalità, piuttosto che il piacere ed il godimento temporaneo».
Come affermato da Fëdorov però, anche uno stesso obiettivo può esser eseguito seguendo etiche diverse, in quanto potrebbe essere ribaltato il mezzo con il fine. Lì dove la geoingegneria può essere un fine per i marxisti, per i capitalisti può essere solo un mezzo per un altro fine, e cioè il profitto, il benessere dell’individuo sopra a quello della comunità: «Questo filisteismo e questa cupidigia, questa assenza di vera grandezza, si manifestò anche nel tentativo americano di fare la pioggia. Dimostrò semplicemente che gli americani non sono degni della grande causa di salvare l’umanità dalla fame – una possibilità che apparentemente non avevano nemmeno preso in considerazione, essendo semplicemente inclini al profitto. In effetti, è persino desiderabile che tali esperimenti privati americani su piccola scala falliscano a causa del male che l’individualismo americano potrebbe fare». «Brevettare la produzione artificiale di pioggia, come tentato dagli americani, è peggio che perverso: è una profanazione, una manifestazione dell’ultima degenerazione morale e religiosa. Desideravano emulare gli dèi pur rimanendo in una disunione ispirata a Satana, e non riuscendo a cercare la totale unità a somiglianza del Dio uno e trino (…). Il compito di trasformare la forza cieca che dirige sia le correnti secche che quelle umide in una coscientemente regolata può essere affidato solo ad un patrimonio comune di tutti i popoli e nazioni» 13.
E questo discorso vale per la geoingegneria come banalmente anche per le IA – nella lotta tra open-source cinese e API key americane –, o ovviamente sull’immortalità, che deve essere per tutti o per nessuno.
Tornando a noi, tutto ciò che è positivo della natura va mantenuto: l’organicità, la divisione dei sessi, la nostra struttura genetica (non per forza nella composizione attuale) e così via, perché sono queste cose che determinano la nostra coscienza e quindi il nostro essere. Ciò che è negativo della natura va estirpato o regolato: la fame, le malattie, le degenerazioni fisiologiche interne, esterne, mentali o sessuali dovute a difetti genetici o ad ambienti circostanti che condizionano negativamente gli esseri viventi.
Solo avendo chiaro l’obiettivo comune sapremo come utilizzare nei nostri interessi la tecnica.
Cosmismo con caratteristiche cinesi, e terzo mondo con caratteristiche europee
Ebbene l’obiettivo comune dell’uomo è di migliorare la Terra e rimanerci, ma è destinato anche a raggiungere altri cieli. L’esplorazione e la colonizzazione spaziale è una necessità a prescindere, ma lo sarà soprattutto quando avremo raggiunto – o saremo vicini dal raggiungere – una soluzione all’immortalità. Se le posizioni malthusiane sono fortemente da osteggiare, è altrettanto vero che 10 miliardi persone la Terra le potrà ospitare, e verosimilmente anche di più, ma c’è naturalmente un limite materiale legato sia alle risorse che allo spazio. Avere una popolazione che non subirà più un ricambio, perché immortale, comporterà cambi di paradigmi drastici e forse violenti, ed è quindi cinicamente auspicabile o che si raggiunga l’immortalità solo una volta stabilite nuove colonie presso altri pianeti resi abitabili (o adattandoci biologicamente), o che si avvii la colonizzazione in tempo una volta raggiunta l’immortalità – e ciò non è da escludere, dato il ritmo esponenziale che seguirà il progresso tecnologico.
Ma stiamo parlando dei prossimi 50 se non 100, 150 anni, o se siamo sfortunati, anche di più. Tornando ai nostri tempi e sulla Terra, coi piedi per terra, e voltando lo sguardo verso occidente, è probabile che assisteremo ad un progressivo isolamento dell’Europa e forse del nord America, mentre il mondo verrà trainato dall’Oriente e dalla Russia. Mentre la Cina ci sta portando nel mondo del domani, l’Europa pare aver nostalgia di un oscuro passato, segnato dalla ripetitiva ed ormai monotona offensiva verso Mosca, che equivale pressappoco al gesto della testa spaccata ripetutamente contro un muro. L’Europa pensa al riarmo per difendere un regime nazista (déjà vu), e gli Stati uniti come solito pensano a bombardare palestinesi e yemeniti per difendere uno Stato genocidario e una tratta commerciale. L’occidente pare non cambiare mai. Una cosa però è destinata a cambiare: stavolta sarà come le altre, ma l’occidente sarà il terzo mondo. Mentre la Cina si avvicinerà alla velocità degli aerei di linea coi propri treni, l’Europa avrà macchine a benzina esportate da oltreoceano e i mezzi pubblici traballanti che faranno incidenti a frequenze mensili. Il nord America neanche avrà i soldi per far tornare i propri astronauti a casa, e finiranno col stare sull’ISS grazie al cibo offerto dai russi – ah aspetta, già sta succedendo [Articolo della BBC, articolo di iNews]. Però almeno abbiamo la democrazia e la libertà! Non so cosa vogliano dire queste due parole ma sembrano cose belle, così belle da valer la pena radere al suolo qualche Paese che non so segnare sulla carta geografica.
Tornando al resto del mondo degno di nota e che, a differenza nostra, nei libri di storia avrà uno spazio, pare che avevano ragione Fëdorov ed altri cosmisti russi nell’individuare per il Regno di mezzo il ruolo salvifico che guiderà l’umanità verso le stelle e la sconfitta della morte, ma quel Regno di mezzo forse non è la Russia ma la Cina. La Russia ha avuto la sua occasione nel secolo scorso, ed ora la Cina ha preso il testimone. Questa Filosofia dell’Opera comune forse avrà caratteristiche confuciane piuttosto che lo sfondo ortodosso che si credeva fosse destinato ad avere. Tuttavia è ingiusto escludere già ora che la Russia possa ancora avere un ruolo rilevante nell’esplorazione spaziale e il raggiungimento di una nuova pace mondiale. Come già scritto in un mio precedente articolo, è grazie alla Russia se il multipolarismo si confermerà su questa Terra, e come abbiamo già scritto qua, grazie alla Russia si stanno facendo certi progressi sul campo medico, così come sappiamo anche che sarà la Russia a progettare con la Cina le future missioni dirette sulla Luna – dove dal 2035 non ce ne andremo più. La Russia ha un grosso potenziale essendo, come rilevato dagli eurasiatisti e i cosmisti russi, ma come ammesso anche da diversi pensatori cinesi, un ponte tra oriente ed occidente, tra comunitarismo slavo ed asiatico e spiritualità cristiana e anche musulmana. Un ruolo che spetta la Russia, se non si renderà attiva, è sicuramente quello di trasmettere le potenzialità del modello cinese e la grandezza delle sue opere verso occidente, ed è quindi inevitabile che il ruolo di unificatore o di pacificatore dell’Eurasia continui a spettare alla terza Roma.
Tutto sta nel popolo russo e la sua dirigenza, che ha, finché è in tempo, molto da imparare dai vicini cinesi.
Per chiuderla con Engels, «siamo pressappoco all’inizio della storia dell’umanità»14; siamo sfortunati nell’esser nati forse troppo presto per gioire dei frutti che questi cambiamenti porteranno, ma siamo sicuramente fortunati nell’esser nati in tempo per dare il nostro contributo e migliorare questo mondo, che ha un potenziale enorme.
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1. Cioè le aziende “indipendenti”, composte da un numero minimo di dipendenti, spesso organizzati in una struttura cooperativa.[?]
2. «L’economia cinese dovrebbe dare priorità alle prestazioni rispetto alla velocità. Dagli anni ’80 agli anni ’90, la crescita economica è stata la massima priorità del governo cinese e il PIL è quadruplicato in quel periodo. Entro il 2020, il PIL e il PIL pro capite dovrebbero raddoppiare rispetto al 2010. Dal 2013, dopo trent’anni di rapida crescita quasi ininterrotta, la Cina è entrata in una nuova fase che chiamiamo “nuova normalità”. La crescita ha rallentato e l’economia cinese si sta trasformando da un modello estensivo ad alta crescita a un modello intensivo ad alte prestazioni». Da “Una teoria del ‘miracolo’ cinese“.)). Ma al contrario di quanto si possa pensare da questo nuovo principio, non vuol dire che l’economia cinese si debba rassegnare alla stagnazione tipica dei Paesi occidentali post-globalizzazione e “già sviluppati”, anzi, l’alta qualità delle forze produttive presuppone una costante innovazione, ed è questo il concetto cardine su cui si fonda la dottrina economica che sta seguendo Xi Jinping((Vorrei spezzare inoltre una lancia a favore di Gianfranco La Grassa, che nonostante abbia a livello personale perso la fiducia nel raggiungimento del comunismo, aveva già capito prima di molti, se non di tutti almeno in occidente, che l’innovazione di prodotto e l’innovazione in generale erano indispensabili, in misura continua, per il raggiungimento dell’ideale marxista del “a tutti a seconda delle proprie necessità”. Sarebbe da considerare molto di più questo pensatore italiano semi-sconosciuto ai molti.[?]
3. Apparso poi su Qiushi Journal, edizione cinese, n. 11, 2024[?]
4. Scrivono Enfu e Xiaoquin: «Nel mercato, domanda e offerta dovrebbero mantenere un equilibrio dinamico, con l’offerta leggermente superiore alla domanda».[?]
5. Questo approccio è in perfetta linea con il marxismo. Marx stesso scriveva nella Prefazione della Critica dell’economia politica: «A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse».[?]
6. 800 milioni di persone uscite dalla povertà dal 1980 (Banca Mondiale), con un tasso di povertà assoluta sceso dal 66% al 0% nel 2020.[?]
7. Formalmente il qubit, in quanto punto di uno spazio vettoriale bidimensionale a coefficienti complessi, avrebbe quattro gradi di libertà, ma la condizione di completezza da un lato e l’impossibilità di osservare il fattore di fase dall’altro li riducono a 2.[?]
8. Questa proprietà del qubit viene definita come “vettore unitario di uno spazio di Hilbert”. Non si ragiona più in (0) e (1) ma in stati |0? e |1?.[?]
9. Come l’esempio del computer quantistico tedesco, in cui una computazione da 2.6 miliardi di anni è stata svolta in 4 minuti(!); figuriamoci con i nuovi computer cinesi.[?]
10. In ogni singolo momento della giornata abbiamo oltre 1 milione di persone che viaggia tra i cieli, nonostante solo il 5% della popolazione globale abbia viaggiato su un aereo almeno una volta nella vita.[?]
11. Schmitt, Nomos della Terra, Capitolo 1.[?]
12. Distinzione interessante, seppure forse più filosofica che altro, che venne spiegata da Kojève nelle sue lezioni e nei carteggi con Schmitt.[?]
13. Fëdorov, Filosofia dell’Opera comune.[?]
14. Engels, Anti-Dühring, Sezione I, Cap. IX.[?]