Gli insegnamenti da trarre dalla fine della prima globalizzazione

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Gli insegnamenti da trarre dalla fine della prima globalizzazione

 

di Antonio Di Siena

 

Vi racconto una storia.
Poco dopo la seconda metà dell'Ottocento il mondo – o meglio, ciò che allora si considerava fosse il “mondo” - venne stravolto da un fenomeno assolutamente nuovo. La rivoluzione industriale e gli straordinari miglioramenti nel campo dei trasporti (ferrovie, navi a vapore, apertura del canale di Suez ecc), infatti, crearono le condizioni affinché il mondo si rimpicciolisse, i confini divenissero più labili e il commercio globale vivesse un periodo di espansione mai visto prima nella storia umana. 

Gran Bretagna, Francia, Germania (e in misura minore il Belgio), le superpotenze dell'epoca, presero a investire massicciamente all’estero, finanziando la costruzione di infrastrutture e industrie nei possedimenti dei loro vasti imperi coloniali in Sud America, Asia e Africa. Era la precondizione necessaria affinché le materie prime estratte (rectius depredate) nelle colonie fluissero agevolmente verso l’Europa, dove venivano poi trasformate in prodotti finiti successivamente venduti nei mercati esteri. Il sistema monetario vigente poi, detto Gold Standard perché basato sull’oro, garantiva un sistema monetario a cambi praticamente fissi, condizione che facilitava notevolmente gli scambi commerciali tra paesi.

Insieme alle merci, poi, cominciarono a spostarsi anche le persone. Decine di milioni di europei, a seconda dei casi, viaggiavano o emigravano verso le Americhe e le colonie (soprattutto Stati Uniti, Argentina, Brasile, Canada e Australia) in cerca di fortuna o di una vita migliore, il che contribuì a diffondere idee, tecnologie e soprattutto capitali. Insomma, il periodo dal 1870 al 1914, vide sorgere un' economia “globale” fortemente interconnessa, tanto da essere definito dagli storici "prima globalizzazione".

Sembra il giardino dell'eden, ma in realtà questa globalizzazione ante litteram portò a un’intensificazione della competizione economica tra le grandi potenze industriali che sfociò ben presto in aperta rivalità. Eccezion fatta per gli USA, infatti - che godevano di un territorio enorme e ricchissimo di materie prime - per poter sostenere la competizione e la crescita economica costante, le potenze europee erano perennemente alla ricerca di nuovi mercati e quantità sempre maggiori di materie prime. Scoppiarono così le prime tensioni. La crisi di Fascioda (che fece sfiorare il conflitto aperto tra Francia e Regno Unito) e le Crisi marocchine (tra Germania e Francia). 

Ma come si passò da un clima di pacifica “cooperazione commerciale” alle tensioni? Il caso tedesco è emblematico e può aiutarci a capire.

La Germania cresceva rapidamente, un'espansione industriale e commerciale cui seguì la comprensibile e crescente volontà tedesca di ottenere nuove colonie e mercati di sbocco più ampi, una sorta di proprio "spazio economico".

Necessità legata non solo al fondamentale approvvigionamento di risorse, ma anche a superare le difficoltà legate a un'eccessiva produzione industriale domestica. Detto in altri termini, l'industria tedesca produceva tonnellate di beni che il mercato interno e quello estero non riuscivano integralmente ad assorbire. La Germania dell'epoca quindi era una superpotenza economica con un enorme problema legato alla bilancia commerciale... Esigenza che metteva di fatto in discussione l'egemonia britannica sul globo, (in particolar modo sui mari e sulle rotte commerciali), sfidandola apertamente. Il Regno Unito, infatti, era la principale superpotenza del XIX secolo sotto tutti gli aspetti: militare, commerciale e finanziario. Era dotata della migliore e più grande marina militare del mondo - tanto che l'impero britannico viene spesso definito una delle più potenti talassocrazie della storia - godeva di una fiorente economia (tanto che le banche inglesi prestavano e facevano affari pressoché ovunque) e, ovviamente (e guarda caso), anche di una bilancia commerciale storicamente positiva grazie al suo vasto impero coloniale e al controllo della maggior parte delle rotte commerciali internazionali.

L'emergere delle Germania come nuova superpotenza industriale - di un nuovo e temibile rivale economico - però stravolse il quadro perché la concorrenza dell'industria tedesca causò un rallentamento della propria crescita economica. Un evento che l'establishment britannico non poteva non percepire come una minaccia economica e politica serissima. 
In tale contesto, la Germania cercò (a torto o a ragione poco importa) di sfidare il predominio britannico tentando di ottenere nuove sfere di influenza anche con la costruzione di una nuova e potente flotta navale da guerra, in grado di proteggere i propri interessi commerciali sui mari. Un comportamento inaccettabile per il Regno Unito che contribuì a inasprire ulteriormente le relazioni internazionali (anche con l'adozione di misure economiche molto aggressive).

L'ovvia conseguenza fu che di lì a poco tutte le superpotenze presero pesantemente a riarmarsi, una vera e propria militarizzazione delle economie mossa dalla paura di perdere possedimenti strategici, rotte commerciali e mercati di sbocco. 
Il sistema economico internazionale nato per favorire scambi commerciali, risorse e mercati (in altre parole il libero mercato) si trasformò in un campo di battaglia sotto il profilo geopolitico.
Qualcuno tra i più assennati cominciò a temere una guerra catastrofica e su vasta scala, una guerra mondiale. Ma gli esperti erano sicurissimi che non ci sarebbe stata alcuna guerra. Emblematico Norman Angell, premio Nobel per la pace nel 1933, secondo cui una guerra tra grandi potenze era impossibile perché le loro economie erano troppo interconnesse...Eppure il 28 luglio 1914 il villaggio globale che a tanti era sembrato Eldorado precipitò nella Prima guerra mondiale. Almeno venti milioni di morti (la metà civili) e altrettanti tra feriti e mutilati. 

Cose ci insegna questa storia?

Che il primo sistema di economia globalizzata della storia umana non impedì affatto la guerra, ma al contrario la rese più probabile (per non dire che ne fu de facto il motore) perché spinse le superpotenze a proteggere i propri interessi economici con la forza. Non fu quindi un fattore pacificatore, tutt'altro. Fu l'arena di scontro per il controllo di risorse e mercati di sbocco.
Certo, se ci si ferma alla narrazione scolastica degli eventi ad usum delphini (o piddini, fate voi), tutto si può ridurre allo scontro tra buoni e cattivi. All'eterna lotta tra bene e male che tanto efficacemente entusiasma le masse e le trascina gaudenti e baldanzose al fronte di guerra. Ma uno sguardo più attento non mancherà di notare che le ragioni del conflitto sono altre e – come in quasi tutte le cose umane - non stanno soltanto da una parte.
Bene, ora che la storia è finita proviamo a fare un gioco.
Prendiamo le parole chiave che ne hanno scandito il breve racconto (egemonia commerciale ed economica globale, potenze emergenti, ricerca di nuovi sbocchi di mercato o protezione di quelli vecchi, deficit e surplus della bilancia commerciale, tensioni internazionali e crescente militarizzazione) e contestualizziamo il tutto al mondo d'oggi, cosa ne viene fuori?

La risposta la lascio volutamente aperta che se no arriva il genio di turno a darmi del trumpiano o del propagandista del cremlino a seconda del deficit cognitivo. 
Buon fine settimana.

Antonio Di Siena

Antonio Di Siena

Direttore editoriale della LAD edizioni. Avvocato, blogger e autore di "Memorandum. Una moderna tragedia greca" 

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