Il falso mito della liberazione di Brusca

Il falso mito della liberazione di Brusca

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Chi in questi giorni non ha letto la notizia della “liberazione” di Giovanni Brusca? Dopo 25 anni di carcere il pentito è libero! Nientedimeno. Si è assistito al solito circo equestre di politici che, come la Meloni, con un partito pieno di gente inquisita per mafia, si è scandalizzata della liberazione del macellaio e “niente conta il fatto che sia un pentito”, “deve rimanere in carcere per tutta la vita” e “gli diamo pure lo stipendio e pure la scorta”...Insomma le solite sciocchezze

Facciamo un po’ di ordine nella vicenda partendo dalle basi, anche linguistiche, della questione. Brusca è stato scarcerato, non liberato, in quanto dovrà scontare altri quattro anni di libertà vigilata. Poi il suo status non sarà mai quello di uomo libero dato che è un pentito e su di lui pesa (più di) una condanna a morte comminatagli dalla mafia che la eseguirà appena sarà in condizione di farlo. Ad impedirglielo ci sarà lo stato, infatti Brusca vivrà sotto protezione per tutta la vita, condizione che non è affatto simile a quella di una persona libera.

Sarà lo stato a dargli una nuova identità, deciderà in che città andrà a vivere, in che casa abiterà, cosa potrà realmente fare o non fare, dato che le sue esigenze e volontà dovranno sottostare alla burocrazia ministeriale che si occupa della sua sicurezza. Verranno camuffati i suoi tratti somatici e dovrà vivere, lui come la sua famiglia, in modo quanto più anonimo possibile, assomigliare quanto più possibile ad un fantasma. Tutta la sua vita precedente è stata cancellata dal pentimento che, per il mondo in cui ha sempre vissuto, significa tradimento.

E’ lo stato ad essere in possesso della vita del pentito, senza lo stato il pentito è un uomo morto. In queste condizioni è davvero difficile che Brusca possa godersi la vita con i “fantastiliardi” di cui sarebbe riuscito ad evitare il sequestro. Ancora più improbabile che si possa rimettere a fare il boss. Con chi? Con i suoi nemici di sempre a cui ha fatto la guerra e che vogliono scannarlo o con i suoi ex amici che lui ha “tradito” col pentimento e che vogliono scannarlo pure loro?

Brusca ha un lavoro da compiere e cioè si dovrà presentare a tutti quei processi, molto pesanti, in cui la sua testimonianza potrebbe fare la differenza, come l’ha già fatta in passato. Deve ancora terminare di fare la sua parte di pentito presentandosi in tribunale; il suo rapporto di collaborazione con la giustizia non è finito e forse finirà solo il giorno della sua morte. Altro che libertà.

Scandalizza la mole di omicidi di cui è mandante ed esecutore materiale, “con uno come lui lo stato non deve scendere a compromessi”. Altra argomentazione fuorviante: l’istituto del pentitismo è rivolto proprio a questo genere di persone, ai grandi boss, di certo non ai ladri di motorini o a quelli che vendono il fumo in pazza. Riflessione più seria in merito sarebbe quella relativa al come sia possibile che uno possa commettere centinaia di omicidi senza essere fermato prima dall’attività repressiva della polizia: ma sappiamo benissimo che la mafia ha goduto di protezioni garantite non solo dai vertici dello stato ma anche a livello internazionale.

Il solito attacco all’istituto del pentimento fatto dai soliti politicanti mira proprio ad evitare un efficace contrasto alla criminalità. Del resto il pentimento di Di Matteo non solo aiutò a risolvere delitti altrimenti irrisolti, ma fu ciò che aiutò gli inquirenti ad arrestare Brusca ed il pentimento di Brusca ci ha permesso di effettuare altri arresti ma soprattutto ci ha permesso si sapere cose che altrimenti non avremmo mai saputo su uno dei capitoli davvero più oscuri della storia italiana, cioè il biennio ‘92-‘94, quello dell’attacco frontale allo stato. Senza i pentiti non staremmo parlando di niente, dato che niente sapremmo di queste vicende.

Quella italiana è la legislazione più avanzata del mondo in materia di contrasto alla criminalità organizzata, con distacco rispetto ad ogni altro paese. Ogni singolo provvedimento legislativo che compone questo insieme di norme è stata la reazione dello stato alla violenza omicida della mafia. Perché un parlamento, sonnolento se non colluso, approvasse queste leggi è sempre stato necessario l’estremo sacrificio di un servitore dello stato cui è seguita la reazione di un popolo davvero infuriato.

Una stagione di riforme, che di fatto ha seguito la scia di sangue versata dai martiri di questa guerra asimmetrica, iniziata con gli omicidi di Pio La Torre e di Carlo Albero Dalla Chiesa del 1982, quando il parlamento introdusse, nel nostro codice penale, il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. 

Queste leggi sono state scritte letteralmente col sangue e non si toccano perché sono valide, avanzate e funzionanti.

Francesco Corrado

Francesco Corrado

Giornalista 

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