Il Tribunale dell'Aja e le bugie sulle guerre in Jugoslavia

Il Tribunale dell'Aja e le bugie sulle guerre in Jugoslavia

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di Vincenzo Brandi

Nei giorni scorsi il Tribunale dell’Aja ha confermato la condanna all’ergastolo per crimini di guerra e genocidio del generale Mladic, già capo delle milizie bosniache di etnia serba e fede cristiano-ortodossa durante la guerra civile in Bosnia degli anni ’90. Nessuno vuole affermare che Mladic fosse un santo.

Era certamente un militare duro e determinato. Tuttavia, non si può nemmeno negare che il Tribunale dell’Aja sia stato un tribunale di parte, costituito tutto da giudici provenienti da paesi facenti parte della NATO e da altri paesi occidentali, istituito essenzialmente per screditare e punire la parte serba, al termine di una guerra civile feroce, in cui certamente sono stati compiuti crimini ed eccidi da tutte le parti.

Ricordiamo che la guerra iniziò quando il capo del principale partito musulmano della Bosnia, Izetbegovic, già autore del libro “la mia battaglia”, in cui esponeva il suo sogno di creare uno stato musulmano in Bosnia, dichiarò la secessione unilaterale dalla Jugoslavia.

I cristiano-ortodossi di etnia serba (che rappresentavano il 37% della popolazione) ed i Bosniaci cattolici di etnia croata (17% della popolazione) non erano d’accordo di finire in uno stato dominato da leggi islamiche e da una popolazione musulmana (circa il 46% del totale, e quindi nemmeno la metà della popolazione). Ne seguì una guerra civile di tutti contro tutti.

La regola ufficiale fondamentale del tribunale speciale dell’Aja era quella secondo cui le testimonianze di presunte vittime erano da considerarsi prove a tutti gli effetti anche se in assenza di chiari riscontri.

Lo scopo era quello di avvalorare, senza particolari indagini approfondite e neutrali, tutte le voci di presunti massacri di Musulmani che erano servite a giustificare gli interventi armati della NATO: il primo intervento fu quello del 1995 in Bosnia, cui seguì il successivo intervento del 1998-99 contro ciò che rimaneva della Federazione Jugoslava (cosiddetta guerra del Kosovo).

Come esempio di funzionamento di questo tribunale possiamo ricordare alcuni episodi: un gruppo di avvocati presentò al tribunale una denuncia per crimini di guerra contro la NATO per il deliberato bombardamento di un obiettivo civile come l’edificio della TV jugoslava in cui furono deliberatamente uccisi una ventina di giornalisti e tecnici.

L’attacco deliberato contro un obiettivo civile è considerato crimine di guerra, ma il tribunale in quel caso se la cavò dichiarandosi “non competente”. Il tribunale fu anche costretto ad affrontare il caso del generale musulmano Oric, comandante delle milizie bosniache-musulmane di Srebrenica. Le milizie musulmane della Bosnia erano poi rinforzate da jihadisti provenienti da tutto il mondo musulmano. Vi erano testimonianze di massacri compiuti dagli uomini comandati da Oric nei confronti di civili serbi nei villaggi vicino Srebrenica (sarebbe attestata l’uccisione di circa 3500 civili).

Il tribunale lo riconobbe colpevole e lo condannò solo ad un anno con la condizionale, mentre il suo avversario Mladic ha ricevuto l’ergastolo. Ancora più clamoroso il caso del presidente jugoslavo Milosevic, eletto in regolari elezioni, poi defenestrato da un colpo di stato, rapito a Belgrado e portato davanti al tribunale dell’Aja nelle cui prigioni morì in circostanze poco chiare. Pochi sanno che anni dopo lo stesso tribunale ha dovuto riconoscere, quasi in segreto, la sua innocenza.

L’episodio più famoso che ha portato all’intervento della Nato in Bosnia e alla condanna di Mladic è il “massacro di Srebrenica”, ma su questo tragico episodio esistono versioni molto contrastanti rispetto a quelle sostenute dai Musulmani e dalla NATO.

Queste versioni sono contenute in vari libri - come quello edito nel 2007 dalla casa editrice La città del Sole “Il dossier nascosto del genocidio di Srebrenica”, basato su documenti ufficiali ed analisi di accurate di storici statunitensi ed jugoslavi - ed uno dall’editore Zambon: “Srebrenica, come sono andate veramente le cose”, a firma di A. Dorin e Z. Jovanovic.

Interessanti per chiarire il contesto dell’epoca anche il libro di J. Schindler “Guerra in Bosnia: 1992-1995: il jihad nei Balcani” e quello del noto giornalista d’inchiesta tedesco Elsasser: “Menzogne di guerra”. Più recente è il libro di Jean Marazzani Toschi: “La porta d’ingresso dell’Islam: Bosnia-Erzegovina, un paese ingovernabile”, edito da Zambon.

Nei primi due di questi libri si ricorda che a un certo punto i comandanti delle milizie serbo-bosniache decisero di attaccare Srebrenica per porre fine ai massacri nei villaggi serbi vicini. Quando fu chiaro che l’attacco era imminente, i Musulmani – benché molto numerosi - non tentarono minimamente di resistere (forse per creare “l’incidente” che avrebbe permesso l’intervento della NATO?).

I comandanti, tra cui Oric, fuggirono in elicottero abbandonando i soldati semplici al loro destino. I soldati semplici fuggirono verso Tuzla per cercare di raggiungere le linee musulmane. Le milizie serbo-bosniache entrarono in città senza combattere. I rapporti dell’ONU riportano che i civili non furono toccati, anche perché si erano posti sotto la protezione dell’ONU che svolse il suo compito di protezione.

I miliziani musulmani fuggitivi, sbandati e disorganizzati, cercarono di aprirsi il passo combattendo ma subendo grandi perdite (tra 1000 e 2000 uomini), mentre anche i Serbo-bosniaci ebbero 350 morti. Questo spiega la presenza di fosse comuni di non grandi dimensioni di combattenti caduti in battaglia sparse in tutto quel territorio, anche se certamente non può escludersi che gruppi isolati di prigionieri siano stati passati per le armi in modo sommario.

Molti miliziani musulmani riuscirono a raggiungere le loro linee, ed infatti molti dei nomi dei presunti “dispersi” compaiono poi negli elenchi dei votanti delle successive elezioni in Bosnia. Le famose “grandi fosse comuni” con migliaia di cadaveri di cui hanno parlato i nostri mezzi di comunicazione in realtà non sono mai state trovate. Ciò è attestato dai rapporti dell’ONU, i cui ispettori si recarono nei luoghi indicati dai Musulmani senza trovare nulla. Si è detto allora che i Serbo-bosniaci le avevano spostate! Come se fosse facile e possibile spostare migliaia di cadaveri in decomposizione senza essere notati dai satelliti e dagli abitanti del luogo!

Ricordiamo che anche la successiva guerra del Kosovo fu innescata da un presunto massacro a Racak. Un medico legale finlandese scoprì poi che le presunte vittime erano militanti kosovari caduti in combattimento in varie zone diverse e poi ammassati a Racak per simulare una fucilazione di massa. Lo stesso avvenne nel caso del famoso presunto massacro di Timisoara, che servì ad innescare il colpo di stato contro Ceausescu in Romania. Si è dimostrato che si trattava di cadaveri presi a caso negli obitori della città e delle città vicine.

Insomma, senza voler dire che la verità sta sempre tutta da una parte, ritengo che abbiamo tutti il dovere morale di investigare e ragionare sulle notizie che giornalisti spesso servili e compiacenti ci propinano senza prove per giustificare attacchi militari, in Jugoslavia, come in Libia, Iraq o Siria. Bisogna usare il cervello per non farsi travolgere dai luoghi comuni e dalle “bufale” preconfezionate.

 

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