La guerra per le rotte arriva al Grande Nord
di Giuseppe Masala per l'AntiDiplomatico
La guerra mondiale a pezzi che si combatte ormai in varie parti del mondo almeno dal 2014 (prendo come data di riferimento la prima volta che a mia memoria Papa Francesco parlò di “Guerra Mondiale a Pezzi” ovvero quando rientrò dal suo viaggio in Corea nell'agosto del 2014) è sostanzialmente caratterizzata da alcuni fattori:
1) Le grandi potenze ( USA da una parte e l'alleanza tra Cina e Russia dall'altra) che muovono i fili dei conflitti combattuti dai paesi “proxy” non si espongono direttamente e attendono che la parte avversa sfinita dell'enorme dispendio di mezzi economici e finanziari imploda su se stessa e capitoli;
2) Il conflitto è lento e non combattuto su un fronte unico ma in diversi quadranti del globo tra essi non collegati. Ad un occhio disattento addirittura può sembrare che nulla leghi i singoli conflitti, non riuscendo a cogliere il nesso che è negli interessi geostrategici delle grandi potenze che tra di loro si contrappongono;
3) La Grande Guerra Mondiale a pezzi segue una rotta ben precisa che è quella dei flussi di energia e di merci e, conseguentemente, ha delle recrudescenze nei cosiddetti “colli di bottiglia” ovvero negli stretti dove questi flussi sono obbligati a passare;
In relazione al punto 3 ricordo che la prima fase del conflitto mondiale a pezzi si combatté in Siria a causa del progetto avversato dal governo di Assad di far arrivare il gas qatariota direttamente sul Mediterraneo attraverso un gasdotto che avrebbe dovuto percorrere il territorio siriano; il progetto come si può capire avrebbe consentito di far bypassare al gas proveniente dal Qatar il passaggio nello stretto di Hormuz e, al contempo, sarebbe stato un forte concorrente del gas russo diretto per l'Europa. La seconda fase del conflitto esplose tra l'Ucraina e la Russia ed ebbe l'effetto (assolutamente voluto da Washington) di interrompere il flusso di gas e materie prime provenienti dalla Russia e dirette in Europa e al contestualmente - a causa delle sanzioni - anche del flusso di merci che dall'Europa arrivava in Russia.
Ricordo inoltre, come se non bastasse, che una manina ha distrutto il gasdotto Northstream che attraversando il Baltico portava il gas russo direttamente in Germania dunque senza attraversare il territorio della Polonia sempre più filo USA. Infine la terza fase della guerra, che si sta svolgendo in Medio Oriente e che è deflagrata con il bombardamento USA-Israele dell'Iran e che sta causando, come effetto non certamente secondario, la chiusura dello Stretto di Hormuz e la conseguente interruzione del flusso di petrolio e gas in uscita da questo stretto. Ricordo inoltre che come corollario del blocco di Hormuz vi è anche il parziale blocco dello stretto di Bab el Mandeb causato dal conflitto tra sauditi e ribelli Houti dello Yemen.
In un contesto come questo, dove elemento fondamentale della crisi sono le rotte di merci e di energia e i “colli di bottiglia” geografici che devono attraversare, ha preso sempre di più importanza un quadrante ritenuto finora secondario: il quadrante artico. La Russia, evidentemente accortasi del fatto che elemento cruciale della crisi sono le rotte energetiche e delle merci ha iniziato a lavorare (in collaborazione con la Cina) all'apertura permanente della cosiddetta rotta Artica. Una rotta che partendo da Vladivostock e oltrepassando lo stretto di Bearings attraversi tutto l'Artico per sbloccare infine nel Mare del Nord e dunque in Europa. Si tratta di una rotta che – come si intuisce - può essere aperta permanentemente solo con una notevole flotta di rompighiaccio nucleari e con la forte infrastrutturizzazione del “Grande Nord Siberiano”. Obbiettivi questi ormai raggiunti; infatti la Cina questa estate ha inaugurato il suo servizio regolare portacontainer che dalla Cina arriva fino al porto britannico di Felixstow consentendo così alle merci cinesi di arrivare fino all'Europa risparmiando oltre 20 giorni di mare rispetto alla rotta tradizionale attraverso Suez e soprattutto evitando di incorrere nei problemi di sicurezza legati all'attraversamento del Mar Rosso e dello stretto di Bab el Mandeb.
Va inoltre aggiunto che questa rotta del Nord sarà funzionale anche al flusso energetico che dalla Russia porta fino alla Cina. Infatti proprio in questi giorni è iniziato il flusso commerciale del petrolio proveniente dall'enorme giacimento russo Vostok che si trova nella regione siberiana prospicente il Mar di Kara. Flusso petrolifero che viene caricato nel nuovo porto di Bukhta Sever nella penisola di Taimyr. Si tratta di una infrastruttura che ha richiesto investimenti colossali (quantificabili ad ora in oltre 45 miliardi di dollari) sia per l'esplorazione e la coltivazione dei giacimenti petroliferi presenti nell'area, sia per la costruzione delle infrastrutture necessarie a partire dal porto di Buckta Sever (è il porto più a nord del mondo) e sia per la costruzione delle petroliere di classe Arc7 in grado di navigare in sicurezza in realtà così estreme.
Si tratta di un progetto però di grande valore economico perchè consente di mettere a regime un enorme area petrolifera come quella dell'estremo nord siberiano prospiciente il Mar di Kara, che comprende una licenza di 52 aree e 13 giacimenti petroliferi e di gas, per un totale di circa 7 miliardi di tonnellate di riserve petrolifere accertate. Inoltre siamo anche di fronte ad un progetto di enorme valore geostrategico perchè consente di aprire una rotta dell'energia alternativa per la Cina rispetto a quella tradizionale che passa per gli stretti di Hormuz e di Malacca. Una rotta energetica quella artica peraltro, al momento, totalmente libera dal controllo della potenza statunitense che del dominio dei mari e degli stretti ha fatto un elemento fondamentale del proprio status di potenza globale.
E proprio in questa logica di dominio globale legato al controllo delle rotte commerciali va visto il recente interessamento degli statunitensi per la Groenlandia. La pretesa di Trump di annettere la Groenlandia agli Stati Uniti non era il capriccio di uno svitato ma una fondamentale esigenza geostrategica e militare che serve a consentire agli USA di esercitare un controllo sulla nuova rotta del Nord aperta dalla Russia sia per le merci e sia per il petrolio.
Sono da considerarsi sciocchezze a parere di chi scrive anche quelle ipotesi secondo le quali gli USA sono interessati alla Groenlandia per l'estrazione di terre rare e petrolio: a quelle latitudini le estrazioni comportano costi enormi e tempi biblici (la Russia ha scoperto i giacimenti del progetto Vostok negli anni 80...quando ancora si chiamava Unione Sovietica). L'unico motivo che può spingere gli USA ad impegnarsi in Groenlandia è appunto di ordine militare; infatti appena firmato a New York l'accordo tra Danimarca e USA sulla Groenlandia, gli Stati Uniti hanno manifestato l'intenzione di ripristinare un'ex base dell'era della Guerra Fredda a Narsarsuaq, nel sud della Groenlandia, e aprire un'altra struttura militare a Mestersvig, sulla costa orientale dell'isola. Scelte che hanno un senso solo nell'ottica di controllare (ed eventualmente minacciare) la rotta del nord che da Berings porta a Murmansk infatti se si guarda il globo terrestre ponendo il polo Nord al centro ci si accorge che la distanza tra il Capo Morris Jesup della Groenlandia e le isole russe dell'arcipelago della Severnaja Zemlja è di poco più di 1200 km, quindi ad una distanza favorevole sia per un controllo con i radar sia per minacciare con dei missili a media gittata (dunque senza usare i “definitivi” ECBM).
In buona sostanza la guerra mondiale a pezzi continua aprendo continuamente nuovi fronti di contrapposizione tra le grandi potenze in lizza per il controllo delle rotte delle merci e dell'energia come parte assolutamente essenziale della lotta per l'egemonia globale.


