L'Europa tra l'incudine ed il martello
di Giuseppe Giannini
L'Unione Europea, progetto devolutivo di quella che una volta era chiamata Comunità, ha visto dalla sua trasformazione (la svolta del 1992) ad oggi venirne fuori tutta la inconsistenza. Da un lato gli egoismi di alcuni Stati membri (la Germania, la Francia, i Paesi frugali), dall'altro le aporie insite nell'architettura istituzionale (il meccanismo decisorio, il ruolo svilito del Parlamento, la mancanza di una Costituzione). E' emersa l'evidenza di voler privilegiare l'aspetto economico che, se agli inizi, puntava alla libera circolazione dei capitali e delle merci (meno delle persone), all'interno del meccanismo concorrenziale di mercato, con lo scopo di dare vita ad un polo capace di gareggiare economicamente e politicamente con gli USA ed il resto del mondo, in realtà per motivi storici, politici, e di scelte, si è risolto in un modello pieno di contraddizioni.
L'Unione, fatta da Stati culturalmente diversi, con tradizioni, economie (i Paesi dell'Est e dell'area mediterranea) e lingue differenti è apparsa meno omogenea rispetto agli Stati Uniti d'America. La moneta unica non è servita a saldare le discrepanze. Anzi, è spesso additata come la causa dei mali. Anche se più che gli aggiustamenti sulla stessa (rivalutazioni) sono altri i fattori incidenti: l'incapacità di controllo da parte delle banche nazionali, il ruolo anomalo della BCE, le politiche fiscali diseguali. Per tenere a galla le istituzioni sono stati inventati parametri (quelli da Maastricht in poi) che hanno caratterizzato un'economia fondata sul debito. Alla quale ogni Stato, avendo sottoscritto tale impegno per il futuro, deve attenersi pena le sanzioni che possono bloccare le spese. Questa è l'Europa dell'austerity, che conosciamo ancora oggi. Quella dei Trattati lacrime e sangue, dei patti scellerati, e dei vincoli di bilancio costituzionalizzati da tutti i governi. Che, per fare cassa, hanno svenduto di tutto, privatizzato l'impossibile, tagliando la spesa pubblica (il welfare), allungato l'età pensionabile, precarizzato il lavoro. Contemporaneamente la ricchezza è stata accaparrata e gestita da entità terze – i fondi di investimento, le multinazionali, le lobby - , che non rispondono del loro operato, e condizionano le decisioni interne e sovranazionali. Per questo motivo le conseguenze maggiori ricadono sulle popolazioni, che vedono nei rappresentanti, in primis quelli nazionali, dei tecnocrati al servizio dei grossi capitali. Qui prende forma il malcontento, la disaffezione, che in alcuni casi sfocia nel populismo fino ad arrivare a dar vigore ai partiti nazionalisti. Dopo sono arrivate le varie crisi - economico-finanziaria, pandemica, di guerra – a dare l'ulteriore mazzata.
L'Unione politica è sempre mancata. Basti osservare l'ultimo vertice USA-Russia in Arabia Saudita concernente la questione ucraina senza la partecipazione europea. Sia per gli obiettivi dei singoli Paesi, ma anche per il condizionamento esterno americano. Incapace di avere una posizione autonoma, indipendente, la politica estera europea è al servizio degli interessi statunitensi. Chiara dimostrazione è data dalle guerre condotte dai vassalli dell'imperialismo USA, da quelle in ex-Jugoslavia all'attuale in Ucraina. Ed ancora, la politica agricola ed industriale, le scelte in materia ambientale, e di gestione del fenomeno migratorio, risentono di pressioni indebite, ingerenze, e discriminazioni intollerabili.
Così per stare dietro agli americani l'Europa potrebbe implodere. Quante volte, in questi anni, abbiamo sentito dire che "ci vuole più Europa", ma se l'Europa è questa, retta da politiche ultraliberiste e guerrafondaie, altro che solidarietà tra i popoli e le nazioni. Da quando la Nato ha deciso di sostenere l'Ucraina oltre ai danni di guerra ( c'è chi parla di 1,5 milioni fra morti, feriti e dispersi), al riemergere dei fanatismi di parte, è l'impatto economico che desta preoccupazione.
Siamo letteralmente alla canna del gas! Le sanzioni alla Russia hanno avuto ripercussioni sulle nostre economie. Qui il solito gioco delle speculazioni, la mancanza di materie prime, le delocalizzazioni dei decenni precedenti, e fattori esogeni, hanno fatto schizzare alle stelle i prezzi dei beni di prima necessità e delle forniture energetiche. Acquistiamo a prezzo esorbitante il gas americano e da altri Paesi, mentre interi settori produttivi sono paralizzati. Come se non bastasse arriva la minaccia dei dazi di Trump. La svolta protezionista rende sconveniente esportare i prodotti del Vecchio Continente, impattando pesantemente sulle economie nazionali. Rischiando di dare il colpo definitivo alle economie locali falcidiate in passato dalla globalizzazione economica, le politiche sui brevetti, il gioco scorretto della GDO, il commercio deregolamentato del web.
E' qui che ci vorrebbe la svolta. Invece, continuiamo con misure tampone: la riduzione dei tassi di interesse; le agevolazioni fiscali per talune categorie; i bonus; le decontribuzioni. Senza vedere il grosso del problema, che necessita un cambio netto di paradigma, ma che reclama anche la fine delle politiche di guerra. Dalle quali traggono beneficio le industrie delle armi che agevolano la supremazia americana.
L'Europa, presa tra l'incudine del gas ed il martello dei dazi, decide di obbedire al diktat che vuole l'aumento delle spese militari. Troppo basso l'impegno del pil impiegato e richiesto dalla Nato. In uno slancio di generosità della pessima Von der Leyen le relative spese verranno esentate da quelle correnti sul debito. Implicita dimostrazione che da anni siamo direttamente coinvolti nel conflitto contro la Russia, non solo con il supporto logistico.
Quindi, visto il pericolo per la tenuta delle istituzioni europee, e date le continue provocazioni, da ultime le sconclusionate parole del presidente Mattarella con l'improvvida affermazione che accomuna quanto sta facendo la Russia al regime del Terzo Reich, non c'è da stare per niente tranquilli.
L'autorevolezza dei Paesi e dei suoi rappresentati si misura anche da comportamenti lucidi e lungimiranti. Evidentemente a loro non gli tocca, qualsiasi conseguenza politica, sociale, ed economica, riguarda i sottoposti. Carne da macello da sacrificare per l'egosimo di questa élite disumana.