L'"industria dei diritti umani” a nudo. Intervista a Alfred de Zayas (esperto Onu)

L'"industria dei diritti umani” a nudo. Intervista a Alfred de Zayas (esperto Onu)

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Dopo la sua partecipazione al programma @enlinea con Brics-Psuv, ideato da Beverly Serrano e Antonio Paez e diretto dalla vicepresidenta della Commissione Propaganda Agitazione e Comunicazione del PSUV, Tania Diaz, abbiamo intervistato Alfred de Zayas, avvocato specializzato in diritto internazionale, esperto di diritti umani presso le Nazioni Unite. Lo ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato.

 

Lei è nato a Cuba, potrebbe riassumere i momenti salienti della sua carriera che più ricorda e spiegarci perché?

Mia madre Augustina era spagnola delle Asturie e aveva studiato a New York negli anni '30, dove ha incontrato mio padre, il dottor Jose Maria de Zayas y Portela, un avvocato specializzato in brevetti all'Avana ed erede di un'antica famiglia aragonese, con stretti legami con la nobiltà, poiché uno dei nostri cugini era il marchese de Zayas, che mio padre conosceva dai suoi viaggi a Barcellona. Sia i miei genitori che i loro rispettivi fratelli e sorelle erano simpatizzanti di Fidel Castro e avevano contribuito con fondi alla rivoluzione, poiché era insopportabile continuare a vivere sotto il golpista e corrotto dittatore Fulgencio Batista, un altro lacchè di Washington. Nel gennaio 1959, tutti erano soddisfatti del successo della rivoluzione, ma come tutti i movimenti rivoluzionari anche il fidelismo galoppava e così iniziarono i problemi per la borghesia a cui appartenevamo. La mia famiglia era molto cattolica e io ero chierichetto all'Avana, poi negli Stati Uniti, Canada, Spagna, Francia, Italia e Germania. Mi piaceva anche cantare nel coro della scuola, poi ho cantato nei cori dell'università e canto ancora (sono un tenore) nel coro ecumenico di Ginevra.

Il fratello di mia madre, Jesus Alejandro Rozos, originario di Oviedo, nelle Asturie, era emigrato negli Stati Uniti ed era diventato molto ricco come commerciante a Chicago. Mio zio Tito ha avuto un'influenza fondamentale, poiché quando le scuole hanno chiuso a Cuba, ha chiamato mia madre e le ha detto che si sarebbe preso cura di me e di mio fratello Pepín finché le cose non si fossero sistemate. In effetti, mio fratello ed io siamo andati a Chicago, dove abbiamo frequentato il liceo e ci siamo diplomati in una "scuola preparatoria" a Chicago nel 1963. Nel frattempo mia madre, mia sorella e mio padre si sono recati a New York, dove mio padre ha trovato lavoro in uno studio legale specializzato in affari con l'America Latina.

Mio fratello ha studiato fisica ed è diventato professore alla Adelphi University di New York e successivamente all'Università della Florida occidentale a Pensacola. Prima volevo fare il prete e sono andato in seminario, e dopo due anni avevo dubbi sulla mia vocazione, ma ho deciso di rimanere con i gesuiti come studente laico, alla Fordham University di New York, dove mi sono laureato in filosofia e storia nel 1967. Da lì mi sono diretto a Boston, dove ho studiato storia alla Harvard Graduate School of Arts and Sciences e alla Harvard Law School, e in cui mi sono laureato nel 1970. Ho sostenuto gli esami di abilitazione per avvocato nello Stato di New York e nello stato di Floriday, e ho esercitato la professione in entrambi gli stati, lavorando come giovane avvocato nello studio legale Simpson Thacher e Bartlett, diretto dall'ultimo Segretario di Stato degli Stati Uniti, Cyrus Vance, una persona molto bella.

Dopo 3 anni, volevo finire il mio dottorato in storia e ho ottenuto una borsa di studio Fulbright per la Germania. Nel 1977 ho conseguito il dottorato con una tesi sull'espulsione di 15 milioni di tedeschi dalla Prussia orientale, Pomerania, Slesia, Brandeburgo orientale, Boemia, Moravia eccetera negli anni 1945-48. Era un argomento completamente tabù e il mio libro "Nemesis at Potsdam" è stato il primo a trattare l'argomento in lingua inglese. Ha avuto un grande successo con 14 edizioni in Germania, ora sto preparando la quindicesima. La versione inglese è fuori catalogo. Nel corso della mia carriera ho scritto altri 8 libri che hanno a loro volta incontrato molti lettori.

Ho ottenuto un lavoro come insegnante all'Università di Göttingen e successivamente al Max Planck Institute di Heidelberg. Nel gennaio 1981 ho iniziato a lavorare come avvocato presso l'allora Divisione dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, poi all'Ufficio dell'Alto Commissario per i diritti umani, dove ho svolto le funzioni di Segretario del Comitato per i diritti umani, Capo del Dipartimento per le petizioni. A Ginevra ho sposato Carolina Edelenbos, avvocata olandese, dalla quale abbiamo avuto un figlio, Stefan (deceduto). Siamo felicemente sposati da 30 anni. Nel 2003 sono andato in pensione anticipatamente per tornare a insegnare alle università di Vancouver, Chicago, Alcala de Henares, Trier e Ginevra. Nel 2012 sono stato “riciclato” come Esperto Indipendente per la promozione di un ordine internazionale democratico ed equo. Un lavoro che ho svolto per sei anni, producendo 14 rapporti e circa 100 comunicati stampa.

 

In questo terzo millennio, si fa un gran parlare di diritti umani, ma al contempo sembrano non esserci più ostacoli alle loro violazioni: a cominciare dalla negazione dei diritti fondamentali come l’alimentazione, il lavoro, la salute, la casa e l’istruzione gratuita. Qual è la sua visione dei diritti umani e cosa si può fare per garantire che le istituzioni internazionali designate per difenderli facciano effettivamente il loro lavoro? Ed è possibile oggi, vista la situazione internazionale?

Effettivamente, esiste una "industria dei diritti umani" - e molti funzionari dell'Ufficio dell'Alto Commissariato, diplomatici, attivisti di organizzazioni non governative, professori di diritti umani e, naturalmente, anche molti "esperti indipendenti" e relatori, sono più o meno opportunisti: si considerano “migliori” degli altri, ma non necessariamente si sentono solidali con le vittime delle violazioni dei diritti umani. Alcuni dei miei capi erano modelli di integrità e professionalità, come il professor Theo van Boven, il professor Kurt Herndl, il giudice Jakob Möller, l'Alto Commissario Bertrand Ramcharan, l'Alto Commissario Navi Pillay. Molti altri, però, stanno lì semplicemente perché la paga è buona, per il prestigio e altri vantaggi.

La mia filosofia sui diritti umani è la seguente: tutti i diritti umani derivano dalla dignità umana, che è insita in tutte le donne e in tutti gli uomini, richiede il riconoscimento dell'uguaglianza di tutti i figli di Dio, dell'intera famiglia umana, richiede rispetto per una vita dignitosa, il che significa avere accesso alle cose fondamentali: cibo, acqua, medicine, alloggio, lavoro, ecc. Il diritto alla vita significa necessariamente il diritto a una vita cum dignitate - e il rispetto per gli altri - sic utere tuo ut alienum non laedas. Servono anche la libertà personale, il diritto alla verità, all'informazione, all'opinione di ciascuno di noi, il diritto di sbagliare e di ricominciare da capo.

 

Recentemente ha fatto scalpore il suo rapporto sui diritti umani in Venezuela, in cui ha evidenziato la responsabilità delle cosiddette "sanzioni" imposte dagli Stati Uniti e dai loro paesi vassalli, ovvero la responsabilità delle misure coercitive e unilaterali che la stessa Onu considera crimini contro l'umanità. Com’è arrivato a quelle conclusioni e quali conseguenze hanno avuto sul suo lavoro?

Dodici dei miei colleghi relatori avevano chiesto di essere invitati a visitare il Venezuela in missione ufficiale, senza successo. Questo mi ha incuriosito. Inoltre, il Venezuela mi ha sempre interessato, poiché è un paese vicino a Cuba, le due nazioni sono sorelle anche per cultura e per musica. Ovviamente avevo letto molto sulla cosiddetta "crisi umanitaria" e volevo indagare. Grande è stata la sorpresa quando la mia richiesta di fare una visita è stata approvata dal ministro degli Esteri venezuelano Jorge Arreaza. Certo, sono stato indottrinato come tutti gli altri, poiché prima di andare in Venezuela avevo letto le informazioni disponibili - gli studi dell'Ufficio dell'Alto Commissario (nel 2017 il signor Zeid Raad el Hussein), della Commissione interamericana di Diritti umani, di Amnesty International, di Human Rights Watch. La mia visita mi ha però aperto gli occhi e ho capito che la “narrativa” mediatica non corrisponde alla realtà. Ho parlato con una dozzina di ministri, ma anche con l'opposizione, con la Federazione delle camere di commercio e produzione (Fedecámaras), con le Chiese, con il padre gesuita Numa Molina, con circa 40 organizzazioni non governative, Amnesty, HRW, Provea, Fundalatin, Grupo Sures, la rete nazionale per i diritti umani, con insegnanti e studenti. Molto importanti sono stati i miei due incontri con la professoressa Pasqualina Curcio dell'Università di Caracas, i cui 4 libri sulla crisi mi hanno colpito, soprattutto La mano visibile del mercato.

La mia preoccupazione principale era ascoltare tutte le parti - audiatur et altera pars - e valutare senza fretta tutti i documenti che mi fornivano e che io stesso mi procuravo in modo proattivo. Sono giunto alla conclusione che la "crisi" aveva 2 cause principali: la dipendenza dalla vendita del petrolio e la vertiginosa caduta del prezzo dello stesso, e la guerra economica diretta da Washington dal 1999, il blocco finanziario, le sanzioni economiche e tutti gli sforzi per rovesciare Nicolas Maduro attraverso il caos e il sabotaggio.

Prima, durante e dopo la mia visita, ho subìto una serie di minacce e una campagna di insulti e discredito che non avevo mai subìto in relazione agli altri miei 13 rapporti. Purtroppo, l'Ufficio dell'Alto Commissario non ha fatto nulla per proteggere la mia integrità, il mio onore e la mia reputazione.

Tuttavia, sono molto felice di aver instaurato un rapporto costruttivo con il governo venezuelano, che ha rispettato la mia relazione, che ha anche formulato aspre critiche, ma ha portato avanti molte delle mie raccomandazioni, inclusa la creazione di accordi di cooperazione con la FAO. OMS, UNHCR, ecc. e il rilascio dei detenuti che avevo richiesto, compreso il noto oppositore al governo Roberto Picón, dopo aver parlato con la moglie e con Roberto Jr. (un giovanotto molto simpatico), e dopo aver studiato il suo caso, che ho ritenuto meritevole di attenzione. Inoltre, la collaborazione con me è continuata, dal momento che nel 2018 e all'inizio del 2019 ho sostenuto personalmente il rilascio di un giornalista tedesco di nome Billy Six, ed è stato liberato. Billy ha pubblicato un lungo articolo su questo nell'estate del 2020. In altre parole, la mia missione ha avuto successo, perché non ero andato lì per condannare a priori, ma per ascoltare, imparare, valutare, quindi formulare raccomandazioni pragmatiche, che il governo evidentemente ha considerato fondate.

 

Come valuta le altre informative che sono state prodotte sul Venezuela, sia dalla signora Bachelet che da un gruppo di presunti esperti "indipendenti" che avevano al loro interno una persona accusata di essere coinvolta in violazioni dei diritti umani in Cile?

Ho avuto molto a che fare con la creazione dell'Ufficio dell'Alto Commissario a Caracas e con la visita personale di Michelle Bachelet. Tuttavia, nessun Alto Commissario scrive il proprio rapporto. Per questo c'è una squadra in ufficio, e questa squadra purtroppo è poco professionale, molto ideologica, neoconservatrice e a priori contraria alla Rivoluzione Bolivariana. Ho dovuto criticare molto il primo rapporto di Bachelet, poiché soffriva di problemi metodologici e ignorava gran parte delle informazioni presentate dal governo, dalle vittime delle guarimbas, dalla Fundalatin, dal Grupo Sures, ecc. Il secondo rapporto di Bachelet è stato migliore e lei adesso accetta di dire nei suoi comunicati stampa che c'è un impatto significativo e negativo delle misure coercitive unilaterali, che ha chiesto di revocare, almeno durante la crisi Covid. Bachelet ha imparato e mi ascolta. Ma ascolta anche i politici. Vergognoso è il "rapporto" dei cosiddetti "esperti indipendenti", che non sono mai stati in Venezuela e si basano su fonti inaffidabili.

 

Sulla base della sua esperienza, qual è la responsabilità e qual è il peso dei media egemonici nel presentare una realtà distorta del Venezuela e dei paesi socialisti a livello internazionale? E quali contromisure si possono prendere all'interno delle istituzioni in cui lei lavora?

I media egemonici hanno costruito una caricatura della situazione in Venezuela, a cui molti credono ancora. Io stesso ero caduto nella trappola e sono arrivato in Venezuela nel novembre 2017 con una visione distorta della situazione. Proprio per questo i media egemonici hanno cercato di seppellire il mio rapporto, come se non esistesse. Nel settembre 2018, quando il mio rapporto è stato presentato al Consiglio per i diritti umani, non c'è stata alcuna reazione da parte della stampa, poiché non stavo cantando la canzone che si aspettavano. È stato nel gennaio 2019, dopo l'autoproclamazione di Juan Guaidó come “presidente ad interim”, che un giornalista britannico, Michael Selby-Green, mi ha fatto un'intervista molto lunga, che è stata pubblicata sull'Independent. Da lì sono arrivati gli inviti alle interviste a Skynews, Euronews, France24, Aljazeera, ZDF / Arte, Democracy Now, The Real News, ecc. Sono anche riuscito a pubblicare editoriali, ma non sono mai stato in grado di pubblicare o a farmi intervistare dal New York Times, il Washington Post, la CNN, la BBC, a cui avevo offerto i miei testi. Sorprendente e scioccante è stato quando il Georgetown Journal of International Affairs mi ha chiesto un articolo, che ho scritto, e poi non l'hanno pubblicato "a causa del suo contenuto": a causa del suo contenuto. Incredibile ma vero: una presunta rivista accademica chiede un articolo e poi lo censura.

 

Lei si è anche occupato ampiamente del caso di Julian Assange, a cui è stata negata la libertà su cauzione e che rischia di morire in prigione per aver denunciato i misfatti dell'imperialismo statunitense e del suo principale alleato, la Gran Bretagna. Qual è stata la sua esperienza e qual è la sua analisi?

Ho avuto l'opportunità di visitare Julian Assange presso l'Ambasciata ecuadoriana a Londra quando stavo partecipando a una conferenza sul diritto commerciale. Julian mi è stato molto utile, dal momento che aveva appena pubblicato su Wikileaks i capitoli ultra-segreti degli accordi di "libero scambio", che non hanno molto a che fare con il libero scambio, ma hanno molto a che fare con il potere delle corporazioni transnazionali e la globalizzazione. Ho usato queste informazioni nei miei rapporti del 2015 al Consiglio per i diritti umani e all'Assemblea generale.

Considero la persecuzione di Julian come un attacco frontale al diritto all'informazione, alla professione di giornalista, all'interesse pubblico a sapere quali crimini vengono commessi in nostro nome, quali manovre vengono fatte per non condannare i crimini e garantire l'impunità. La decisione del giudice britannico è scandalosa dal punto di vista giuridico. Dimostra che non c'è professionalità, ma una genuflessione agli ordini del governo britannico, che a sua volta obbedisce agli ordini di Washington. La cauzione è un diritto umano, protetto dall'articolo 9 del Patto sui diritti civili e politici, ed è qualcosa che viene concesso nel 99% dei casi. Negarlo nel caso specifico di Assange è un atto di barbarie.

 

Nel programma BRICS-PSUV si è parlato di una giornata mondiale per la libertà di Assange, forse preparata da una campagna in cui chiedere l'impegno di quella stampa che si dichiara pronta a difendere la libertà di opinione. È d'accordo?

Una giornata mondiale per la libertà di Assange è appropriata e tutti i popoli e tutte le organizzazioni per i diritti umani devono essere mobilitati, incluso P.E.N. Internazionale. Sono stato presidente del PEN Club nella Svizzera francese tra il 2006 e il 2009 e una seconda volta tra il 2013 e il 2017 e questa volta ho sostenuto Assange, senza alcun successo. La stampa egemonica continua a censurare e distorcere.

 

L'atteggiamento dei governi europei nei confronti del Venezuela e dei paesi socialisti mostra la duplicità che esiste in materia di democrazia e diritti umani: da un lato la UE tuona contro Trump - dopo averlo sostenuto nei suoi attacchi ai popoli del sud - in quanto autoritario e antidemocratico, e difende l'arrivo di Biden, mentre dall'altra sostiene l'azione dell'autoproclamato Juan Guaidó, che è totalmente fuori dai parametri della democrazia rappresentativa. Come si spiega e cosa si potrebbe fare per far emergere questo elemento nelle istituzioni internazionali?

Mia madre mi diceva sempre "la vergogna era verde - e la capra l'ha mangiata" - in altre parole, queste persone non hanno vergogna, sono imperialisti e neocolonialisti, mancano di moralità e coerenza. Quello che fanno è altamente antidemocratico, ma hanno la stampa corporativa che li giustifica.

 

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti mette in luce il pericolo rappresentato dalla pratica di creare false istituzioni internazionali per approvare decisioni autoritarie che non sarebbero condivise dalle organizzazioni tradizionali (come il Gruppo di Lima e correlati). Quanto ci si rende conto di questo pericolo in un'istituzione come l'ONU, tenuto conto della crisi che sta attraversando, evidenziata dalle proposte alternative dei paesi del sud che chiedono una riforma profonda?

Il Gruppo di Lima è un’altra questione imbarazzante in un mondo di questioni imbarazzanti. Agisce in violazione degli articoli 3, 19, 20 e altri della Carta dell'Organizzazione degli Stati Americani (OSA), si presta alle manovre antidemocratiche del famigerato Luis Almagro e del folle Donald Trump. È ora di procedere con una profonda riforma. La CELAC esiste già in America Latina, ma dopo la morte di Hugo Chavez e la fine dei governi di Luiz Inácio Lula Da Silva e Dilma Rousseff in Brasile e Rafael Correa in Ecuador, il CELAC ha perso molto slancio. Quello che vorrei vedere è un nuovo Tribunale per i diritti umani in America Latina che escluda Stati Uniti e Canada, la cui visione dei diritti umani è fondamentalmente imperialista e neocoloniale.

 

Gli Stati Uniti stanno per reinserire Cuba nella lista dei paesi che "sostengono il terrorismo". Su che base possono farlo e come si può contrastarli?

Finora Trump ha fatto quello che voleva senza preoccuparsi di una valida giustificazione. Se c'è uno stato terrorista nel continente, sono proprio gli Stati Uniti, la cui politica di sanzioni ha ucciso decine di migliaia di innocenti in Siria, Iran, Venezuela, Nicaragua, Cuba, ecc. Il terrorismo è precisamente questo: uccidere indiscriminatamente, uccidere per intimidire, spaventare, creare caos. Se nel continente esiste uno Stato trafficante di droga, è la Colombia. Se ci sono Stati fascisti, questi sono Brasile, Ecuador, Guatemala, Honduras, Paraguay…. È una situazione assolutamente orwelliana: dire che Cuba patrocina il terrorismo è come definire terrorista Papa Francesco. Non ha senso.

 

A partire dalle leggi emanate negli anni '70 in Italia e in Europa, la cosiddetta legislazione antiterrorismo, diffusa a livello internazionale dopo l'attacco alle Torri Gemelle, ha sconvolto il diritto internazionale. Adesso vediamo che, in Paraguay come in Perù, parenti e avvocati vengono detenuti, torturati e fatti scomparire in nome dell'unità nazionale contro il terrorismo. In qualità di avvocato internazionale, qual è la sua analisi e cosa si può fare per contrastare questa situazione?

La lingua è un'arma che uccide. L'etichetta "terrorista" uccide. Va ricordato che il grande Nelson Mandela era considerato un "terrorista" da molti governi. Nel sistema delle Nazioni Unite abbiamo un relatore per “i diritti umani e il terrorismo”: il mio preferito era un britannico molto coraggioso, Ben Emmerson, Q.C. Ora la relatrice si chiama Fionnuala Ni Aoláin, una donna irlandese, ma non capisco perché non si pronuncia sugli Stati Uniti e su tanti altri paesi terroristi come l'Arabia Saudita. Quello che vediamo è una generalizzazione dell'abuso della legge per commettere ingiustizia. I romani dicevano "dura lex sed lex" - la legge è dura, ma è la legge. Tuttavia anche le leggi naziste erano leggi, le leggi della schiavitù, del colonialismo, dell'apartheid erano leggi. Ecco perché quello che cerchiamo nei diritti umani non è "legge", ma giustizia. Cicerone diceva ben 2000 anni fa - "summum jus, summa injuria" - l'eccesso della legge è spesso l'ingiustizia più alta. E questo è ciò che chiamiamo “lawfare”, commesso oggi contro Evo Morales in Bolivia, contro Rafael Correa, contro Jorge Glas in Ecuador, contro Julian Assange….

 

In Venezuela è stata approvata una legge contro il blocco economico-finanziario. Che speranza ha, in termini di diritto internazionale, il Venezuela di contrastare efficacemente le "sanzioni" che negli Stati Uniti sono diventate leggi dello Stato?

Le leggi di applicazione extraterritoriale degli Stati Uniti come l'Helms-Burton Act del 1996 (sotto la presidenza di Bill Clinton !!!) sono illegali per il diritto internazionale. Ma la forza è forza e gli Stati Uniti hanno ricattato il mondo intero. Non credo che la legge contro il bloqueo in Venezuela possa cambiare le cose. Solo la solidarietà internazionale può riuscirci: quando 160 stati rifiuteranno di attuare le leggi extraterritoriali degli Stati Uniti, quando gli europei decideranno di rispondere alle sanzioni statunitensi con sanzioni europee contro gli Stati Uniti, quando la Corte internazionale di giustizia prenderà in mano il caso e dichiarerà apertamente che queste sanzioni sono incompatibili con la Carta delle Nazioni Unite, quando la Corte penale internazionale affermerà che le sanzioni e il blocco costituiscono crimini contro l'umanità, secondo la definizione dell'articolo 7 dello Statuto di Roma. Quando, insomma, il mondo riconoscerà che LE SANZIONI UCCIDONO.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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