Nagorno Karabakh, come l'uso del linguaggio contribuisce allo sviluppo della guerra

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Nagorno Karabakh, come l'uso del linguaggio contribuisce allo sviluppo della guerra

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di Sara Reginella*
 

Nonostante i recenti negoziati tenutisi a Mosca il 9 ottobre scorso, il cessate il fuoco tra Azerbaigian e Armenia non è stato rispettato e in Nagorno Karabakh si continua a morire.

La Turchia sembra scorgere in questo conflitto un mezzo per alimentare il proprio espansionismo e, quello che più colpisce, è l’impudente processo d’ingerenza con cui lo stesso Governo turco istiga il popolo azerbaigiano contro quello armeno: la posta in gioco è la conquista del Nagorno Karabakh, attualmente sotto il fuoco dell’artiglieria.

Il 6 ottobre scorso, il Ministro degli Affari Esteri turco Mevlüt Cavusoglu, prima ricevuto dal Presidente azerbaigiano Aliyev a Baku, ha poi incontrato il Ministro degli Esteri dell'Azerbaigian Ceyhun Bayramov.

Come riportato dall'Agenzia di stampa Bianet (1), in quell’occasione Cavusoglu ha affermato: "Sosterremo l'integrità territoriale dell'Azerbaigian, proprio come abbiamo fatto con la Georgia, l'Ucraina, la Siria e con l'integrità territoriale dell'Iraq".

Alla luce di questa affermazione, vale la pena ricordare che il supporto dato agli stati sopra nominati, ha alimentato guerre sanguinarie e ha sostenuto in modo più o meno diretto gruppi ultranazionalisti come quelli ucraini e cellule jihadiste come quelle del conflitto siriano.

Il Ministro ha inoltre ribadito che nel conflitto con l’Armenia che si consuma in Nagorno Karaback, la Turchia sarà sempre dalla parte dell'Azerbaigian - il Nagorno Karabakh appartiene all'Azerbaigian – ha asserito, mostrando tonalità poco diplomatiche che, in una situazione già infiammata, non fanno che alimentare un fuoco incendiario.

Parallelamente, agenzie di stampa come Anadoulu, che fa capo al Governo turco, hanno lanciato la notizia che membri del PKK e dell’YPG, accusati di terrorismo, sarebbero stati inviati in Armenia e Karabakh per prendere parte al conflitto contro l’Azerbaigian (2).

L’accusa di terrorismo colpisce particolarmente, nel momento in cui, per contro, altre agenzie di stampa riportano che la Turchia avrebbe a sua volta inviato mercenari siriani dell’Isis per combattere contro gli Armeni.

Il meccanismo è dunque noto: paesi che potrebbero restare esterni al conflitto, limitandosi a sostenere soluzioni diplomatiche, entrano invece in prima linea, perpetuando dinamiche di ingerenza politica che fomentano odio, creano spaccature tra i popoli e scatenano guerre. Tali processi istigatori sono dunque finalizzati ad alimentare destabilizzazioni su larga scala che possono avvenire, a volte in modo più sottile, altre in modo più diretto ed esplicito.

L’uso del linguaggio contribuisce allo sviluppo di ostilità: i processi d’ingerenza sono infatti nutriti anche da una macchina mediatica in cui, occultando informazioni e interessi economici, si punta a semplificare la realtà e a provocare sollecitazioni emotive di tipo paranoico che portano alla costruzione di un nemico, attraverso spinte emotive primitive basate su odio e paura.

A tal proposito, la rapidità con cui vengono ad esempio diffuse dai media reciproche accuse di terrorismo, rientra tra i meccanismi propri di un’oliata macchina della propaganda che è alla base di ogni guerra.

In questo drammatico scenario, mentre il popolo armeno del Nagorno Karabakh continua a morire, tornano alla memoria ferite più antiche: quelle dello sterminio e delle deportazioni di massa subite dalla stessa popolazione armena e attuate dall’Impero Ottomano, in seguito alle sconfitte subite all’inizio della Prima Guerra Mondiale per opera dell’esercito russo, in cui militavano battaglioni di volontari armeni. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, infatti, molti Armeni disertarono e l’esercito russo reclutò, tra le sue fila, Armeni che prima erano parte dell'esercito ottomano.

Arresti e deportazioni compiuti perlopiù dai membri del movimento dei “Giovani Turchi” furono gli esiti terribili che ne conseguirono.

Il film del 1919 “Ravished Armenia” di Oscar Apfel, tratto dal libro autobiografico di Aurora Mardiganian, racconta il genocidio armeno del secolo scorso. Alcune delle più tristemente celebri immagini dell’opera mostrano donne armene crocifisse, a ricordo di un capitolo della storia recente che l’Occidente ha quasi dimenticato.

Oggi, il popolo armeno del Nagorno Karabakh subisce un nuovo martirio: dalle deportazioni di massa della Prima Guerra Mondiale, dopo oltre un secolo, si è passati alle uccisioni con droni e con fuoco dell’artiglieria.

Il dolore riemerge e se il genocidio di allora è stato perlopiù dimenticato, l’informazione ha oggi il dovere di dare voce alla sofferenza del popolo del Nagorno Karaback, gettando anche un fascio di luce che contribuisca alla ricerca delle verità occultate di oggi e di ieri.

 
(1)http://bianet.org/english/world/232242-turkey-s-foreign-minister-in-baku-armenia-commits-a-war-crime
 
(2)https://www.aa.com.tr/en/azerbaijan-front-line/armenia-using-ypg-pkk-terror-group-against-azerbaijan/1989826
 

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