"Nessuno vince in una guerra"? Sui doppi standard (deliranti) della Kallas
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Le parole di Kaja Kallas - Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza – oltre che nota paladina della crociata anti-russa, sono l’emblema del doppio standard che domina Bruxelles. Da un lato, condanna le guerre commerciali perché "nessuno ne esce vincitore", dall’altro sostiene politiche che spingono l’Europa verso un conflitto aperto con la Russia, con il rischio reale di una catastrofe nucleare. Mentre l’amministrazione Trump cerca di riavviare una diplomazia pragmatica con Mosca, l’Europa, in ostaggio alla NATO e ai falchi atlantisti, continua a sabotare ogni possibilità di pace, preferendo una costosa, inutile e pericolosa corsa al riarmo.
Kallas si dice preoccupata per l’aumento dei prezzi causato dai dazi, ma non ha mai ammesso che le sanzioni alla Russia sono state un boomerang devastante per l’economia europea. La rinuncia al gas russo, imposta con dogmatismo ideologico, ha consegnato l’Europa alla dipendenza energetica dagli Stati Uniti, costringendo industrie e cittadini a pagare bollette esorbitanti. Invece di correggere la rotta, leader come Kallas insistono nel voler "resistere" alla Russia, anche se questo significa impoverire l’Europa e avvicinarla al baratro di una guerra dagli esiti tragici.
In questo scenario allucinante, la NATO non è un’alleanza difensiva, ma un motore di escalation. Mentre Trump cerca di disinnescare le tensioni, l’Europa, invece di agire da mediatrice, si trasforma in un campo di addestramento per esercitazioni sempre più provocatorie ai confini russi. La retorica della "minaccia russa" viene usata per giustificare un aumento insensato delle spese militari, mentre in realtà sono probabilmente i falchi di Washington a dettare l’agenda, trasformando il Vecchio Continente in una trincea del loro scontro (perso) con Mosca.
Riarmo delirante
Quello che viene spacciato come "piano per l'autonomia strategica europea" rappresenta in realtà una delle più grandi truffe politiche degli ultimi decenni. Mentre si grida alla necessità di emanciparsi da presunte dipendenze energetiche - che in realtà garantivano prosperità e stabilità ai cittadini europei - si sta costruendo una dipendenza ben più pericolosa e costosa: quella dal complesso militare-industriale statunitense.
Kallas e altri leader europei parlano ipocritamente di "diversificare le forniture", quando in realtà stanno orchestrando un trasferimento di ricchezza senza precedenti dai contribuenti europei alle casse delle corporation belliche statunitensi. La presunta "minaccia russa" viene strumentalizzata per giustificare acquisti multimiliardari di armamenti di cui l'Europa non ha attualmente bisogno e che, in molti casi, non è nemmeno in grado di utilizzare efficacemente.
L'amara ironia è che mentre si demonizzava la dipendenza dal gas russo - che garantiva energia a basso costo a famiglie e imprese - si sta ora creando una dipendenza ben più gravosa: quella da sistemi d'arma USA che vincoleranno l'Europa per decenni a logiche di confronto e a costi di manutenzione esorbitanti.
Tutto questo avviene mentre i servizi pubblici fondamentali vengono sacrificati sull'altare della spesa militare. Le scuole cadono a pezzi, gli ospedali faticano a garantire cure dignitose, le infrastrutture civili mostrano il loro degrado - eppure si trovano sempre fondi per acquistare un nuovo squadrone di F-35 o per finanziare esercitazioni NATO sempre più provocatorie.
La vera domanda che i cittadini europei dovrebbero porsi è: a chi giova tutto questo? Non certo alla pace, non certo alla prosperità continentale. L'unico risultato tangibile sarà un'Europa più povera, più divisa e più esposta al rischio di un conflitto che nessuno - tranne forse i signori della guerra d'oltreoceano - vuole veramente.
Europa verso il suicidio
Se Kallas e i suoi alleati fossero davvero convinti che "nessuno vince in una guerra", dovrebbero abbandonare la retorica bellicista che sta trascinando il continente verso un conflitto insensato. Invece di assecondare ciecamente la NATO, alimentando una spirale militarista che avvantaggia solo l’industria bellica di Washington, l’Europa dovrebbe riprendere in mano il proprio destino.
Il primo passo sarebbe riconoscere il fallimento delle sanzioni alla Russia, che hanno colpito più l’economia europea che quella russa, gonfiando i costi dell’energia e accelerando la de-industrializzazione. Senza un ripensamento immediato, il declino economico diventerà irreversibile. Allo stesso modo, ripristinare la cooperazione energetica con Mosca non sarebbe una resa, ma un atto di pragmatismo vitale per fermare l’emorragia di risorse verso i fornitori americani, che vendono gas all’Europa a prezzi di rapina.
Mentre il mondo guarda a Est, verso il dinamismo dei BRICS e le opportunità del Sud globale, l’Europa si lascia condannare all’irrilevanza da una classe dirigente miope e servile. Personaggi come Kallas incarnano tutto ciò che è marcio nell’establishment europeo: una sudditanza mentale che rasenta il patologico, unita a un disprezzo arrogante per gli interessi reali dei popoli che dovrebbero rappresentare.
Un vero statista, con un barlume di lungimiranza, capirebbe che il futuro non è nell’agonizzante egemonia occidentale, ma nella multipolarità emergente. La Cina supera gli USA come potenza manifatturiera, l’India diventa la nuova fabbrica del mondo, i BRICS offrono mercati in crescita e partnership energetiche vantaggiose. Eppure, questa Europa guidata da fanatici atlantisti preferisce giocare il ruolo del vassallo obbediente, rinunciando alla propria sovranità economica e politica pur di compiacere i padroni d’oltreoceano.
Kallas e i suoi sodali non sono semplicemente incompetenti: sono traditori dei popoli che dovrebbero rappresentare. Mentre potremmo costruire ponti con Mosca, Pechino, Teheran e Nuova Delhi – garantendo energia a basso costo, mercati in espansione e una vera autonomia strategica – questi pseudo-leader preferiscono trasformare l’Europa in una base avanzata della NATO, sacrificando il benessere dei cittadini sull’altare del complesso militare-industriale statunitense.
La verità è che non servono analisi geopolitiche raffinate per capire l’abisso tra ciò che l’Europa potrebbe essere e quello che invece questi miserabili politicanti ne stanno facendo. Mentre il Sud del mondo si organizza, innova e cresce, noi ci lasciamo impoverire da sanzioni autolesioniste e costosi riarmi, guidati da una casta che non ha né la statura morale né l’intelligenza politica per difendere gli interessi dei popoli.
Questa non è più politica: è complicità attiva nel declino. Finché personaggi di tale mediocrità continueranno a dettare l’agenda, il risultato sarà solo uno: un continente più povero, più debole e più vicino alla guerra. L’alternativa c’è, ma serve coraggio e visione politica per voltare pagina.
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