Patto della Mecca: perché il Pakistan frena sull'intervento contro gli Houthi
I recenti attacchi condotti dalle Forze Armate Yemenite (YAF/Ansarallah) contro il territorio saudita hanno messo a dura prova la tenuta del Patto di difesa congiunta della Mecca, sottoscritto il 7 agosto 2026 da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.
Nonostante l'accordo preveda una clausola di difesa collettiva ispirata all'articolo 5 della NATO, l'applicazione pratica si sta rivelando estremamente complessa. Secondo quanto scritto su The Cradle da FM Shakil, il dibattito si focalizza sui margini reali di intervento del Pakistan di fronte alle pressioni dell'alleato saudita.
1. Dichiarazioni contrastanti a Islamabad
La linea del governo pakistano ha mostrato oscillazioni evidenti:
Cautela diplomatica: Inizialmente, il Ministero degli Esteri pakistano ha escluso una risposta militare immediata, precisando che non vi erano opzioni d'attacco sul tavolo.
Fermezza politica: Successivamente, il ministro della Difesa Khawaja Asif ha ribadito la totale fedeltà del Pakistan agli impegni presi per la protezione dei luoghi sacri dell'Islam e dell'integrità saudita.
2. La posizione strategica del Pakistan
Come evidenziato su The Cradle da FM Shakil, le analisi di esperti e fonti militari (tra cui l'analista Zahir Shah Sherazi) indicano che il Pakistan difficilmente prenderà parte ad azioni offensive dirette sul suolo yemenita. Islamabad si trova infatti a dover bilanciare tre fattori critici:
Relazioni con l'Iran: Il Pakistan non intende compromettere i rapporti con Teheran, che ha legami diretti con Ansarallah e sta rafforzando le sue intese commerciali con l'India.
Rischi interni: Un intervento diretto rischierebbe di destabilizzare i confini occidentali del Paese (come il Balochistan) e di innescare tensioni politico-settarie interne.
Supporto indiretto: Il contributo di Islamabad a Riyadh rimarrà circoscritto alla protezione delle infrastrutture critiche, alla difesa aerea, alla sorveglianza dei confini e all'intelligence.
3. Le scappatoie legali del Patto
In base a quanto ricostruito su The Cradle da FM Shakil, l'ex senatore ed esperto di difesa Nauman Wazir rileva che il trattato presenta clausole e scappatoie operative:
L'azione collettiva scatta formalmente in caso di un attacco non provocato. Resta ambiguo se le rappresaglie yemenite conseguenti ai bombardamenti condotti dalla coalizione saudita rientrino in questo quadro.
L'accordo non contempla la condivisione dell'arsenale nucleare pakistano.
La suddivisione dei ruoli prevede il supporto finanziario ed energetico da parte saudita, la fornitura di droni e tecnologie avanzate dalla Turchia e la disponibilità di personale militare dal Pakistan.
4. La nuova catena di comando di Asim Munir
Parallelamente alla crisi, il Pakistan ha approvato la Legge sulle forze di difesa del 2026, che ha istituito la figura del Capo di Stato Maggiore della Difesa (CDF), affidata al generale Asim Munir.
Secondo quanto analizzato su The Cradle da FM Shakil, questo assetto centralizza il comando di Esercito, Marina e Aeronautica in un'unica autorità. Se da un lato ciò semplifica la gestione operativa e il coordinamento delle truppe già presenti in territorio saudita, dall'altro Munir continuerà ad prediligere la via diplomatica con l'Iran per contenere l'escalation e preservare il ruolo del Pakistan come mediatore di pace.


