Pubblica amministrazione, le bugie hanno le gambe corte
di Federico Giusti
Il Governo e il Ministro Zangrillo lo avevano promesso: riformeremo la Pubblica amministrazione a partire dal reclutamento e la performance, l'ideologia del merito, giocherà ruoli sempre maggiori nella gestione del personale.
Ma sono forse questi i reali problemi della Pubblica amministrazione?
Certo che no, è fin troppo facile puntare il dito contro i fannulloni o rivendicare la cultura del merito, una vera e propria ideologia divisiva e securitaria, come panacea di ogni male.
La campagna contro i dipendenti Pubblici ha già sortito gli effetti sperati: ridurre le retribuzioni nei primi dieci giorni di malattia, rinnovare i contratti a un terzo della inflazione, favorire la furia delle privatizzazioni facendo credere che in fondo la gestione pubblica sia fallimentare.
Servono infermieri, medici, tecnici e amministrativi in sanità per abbattere le lunghe ed estenuanti liste di attesa? Si propongono bonus per lavorare di più a quanti hanno già superato abbondantemente l'orario settimanale. E le assunzioni? Con il contagocce, del resto in deroga ai tetti di spesa si va solo per favorire il riarmo.
E la performance, lungi dal premiare e valorizzare il merito, serve a mettere in competizione lavoratori e lavoratrici per ottenere poi quello che spetterebbe loro già per diritto: il salario accessorio.
Quali sono allora i problemi reali della PA?
- progressiva erosione degli organici nella Pubblica amministrazione con la forza lavoro italiana tra le più vecchie dei paesi UE
- assenza di un permanente percorso formativo per accrescere competenze e conoscenze del personale prevedendo nei CCNL capitoli di spesa ad hoc e un monte orario minimo annuale per la formazione
- mancati investimenti tecnologici. Volete degli esempi? Ci sono programmi, indispensabili per le attività lavorative, che occupano troppa memoria per pc obsoleti o macchinari ospedalieri vecchi per i quali non sono reperibili i pezzi di ricambio
- precarizzazione della forza lavoro (e nell’immediato futuro siamo alquanto preoccupati per il ricorso ai contratti di apprendistato con i quali si vorrebbe costruire un percorso virtuoso tra scuola superiore e Pa) e del tutto palese è la inadeguatezza dei percorsi attuati per la stabilizzazione del personale precario
- forte sperequazione salariale esistente tra i comparti della PA che non è certo di aiuto nella ricerca di personale specializzato
- perdita del potere di acquisto e di contrattazione in tutta la PA ma in particolare in tre settori: università e ricerca, sanità ed enti locali se confrontiamo i salari italiani con quelli dei colleghi di altri paesi UE.
Siamo invece davanti a un dibattito parlamentare, la Cub Pubblico Impiego in questi giorni invierà un dossier alla commissione incaricata del dibattito sulla proposta di Legge presentata da Zangrillo e Meloni, che non parte dai problemi reali che affliggono la Pubblica amministrazione, non fa un bilancio del recente passato e guarda all'immediato futuro in un'ottica fin troppo angusta.
Sarebbe utile e necessario porre fine alla performance erroneamente giudicata la soluzione ottimale per accrescere la produttività della forza lavoro. La performance è invece fallita nella illusione che dividendo il personale o attribuendo allo stesso quote di salario accessorio in base alle valutazioni dirigenziali si potesse accrescere qualità e quantità delle prestazioni. La ideologia del merito è stata alimentata per anni in risposta ad un presunto egualitarismo che vorrebbero individuare nel mare assoluto che affligge la PA, eppure proprio l'egualitarismo risulta incompatibile con l’ordinamento della PA nella quale esistono invece profili e livelli salariali assai diversificati.
Le misure di attrattività per i giovani verso il Pubblico impiego andrebbero pensati in rapporto a tutte le professionalità delle quali oggi la Pa necessiterebbe e non solo in funzione della riuscita di percorsi scolastici specifici derivanti da interventi di riforma da parte Governativa. Il rapporto tra scuola, università e Pubblica amministrazione è da tempo oggetto di attenzione ma i pochi esempi virtuosi esistenti in qualche paese membro della UE non sono mai serviti da modello come anche la possibilità di concedere al dipendente pubblico reali opportunità formative in cambio di temporanee riduzioni orarie (senza decurtazioni economiche) e attraverso specifici percorsi di aggiornamento all’interno delle università pubbliche individuati a monte da Ministeri, Anci, Upi e Atenei.
Da tempo sosteniamo che la scarsa attrattività della PA sia dovuta anche alla mancata valorizzazione del servizio pubblico, del suo ruolo e della sua funzione, prova ne siano le privatizzazioni e le esternalizzazioni dei servizi sui quali non è mai stata costruita una seria e documentata analisi tra costi e benefici.
In molti casi il sistema degli appalti e dei subappalti ha rappresentato la scelta privilegiata solo nell’ottica di ridurre la spesa di personale e rientrare nei parametri di spesa sanciti dalle norme comunitarie e nazionali. A questo si aggiunga il crescente ricorso ad aziende partecipate verso le quali indirizzare servizi e parte di personale pubblico per una gestione di fatto privatistica. Ma, e lo ripetiamo ancora una volta, ogni qual volta parliamo di crisi della PA non si analizzano le scelte operate valutandone la efficacia sotto ogni punto di vista e non solo nella angusta ottica di per risparmiare sul costo del lavoro.
Quando si parla di reclutamento dei funzionari e dirigenti dovremmo partire dalla necessità di individuare percorsi concorsuali selettivi, rigorosi e trasparenti ad esempio rinunciando a quel rapporto fiduciario che porta figure apicali all’interno delle Funzioni locali con contratto a tempo determinato legato al mandato delle Amministrazioni. E sarebbero maturi i tempi per porre fine ad ogni assunzione legata a rapporti fiduciari anche per affermare una volta per tutte la indipendenza e l’autonomia della PA dal potere politico.
La presenza di queste figure, previste dalle norme, subordina la classe dirigenziale ai voleri della classe politica e non permette la piena autonomia a tutela del solo interesse pubblico che non dovrebbe mai indentificarsi con gli obiettivi legati ai vari mandati politici.
Oggetto misterioso, anche agli occhi degli addetti ai lavori, resta la Scuola superiore, un domani nazionale, della PA, anche in questo caso alle roboanti dichiarazioni del passato, fatte da molteplici Esecutivi e di differente colore politico, non sono seguiti fatti concreti e tali da permettere un salto di qualità dei servizi pubblici.
Prima di ogni rilancio e ridefinizione sarebbe indispensabile comprenderne la utilità e un eventuale reclutamento di parte dei dirigenti attraverso la Scuola Superiore della PA striderebbe a nostro avviso con le regole e i principi guida della PA. Ma anche l’idea di un concorso nazionale per i dirigenti di tutta la PA a nostro avviso non tiene conto anche dei ruoli e delle funzioni specifiche dei singoli comparti, in tempi nei quali viene richiesta la specializzazione e la settorializzazione delle competenze un reclutamento del genere sarebbe auspicabile e produttivo? Dirigere un ufficio delle agenzie delle entrate o una direzione comunale o il personale di un Ateneo, solo per fare esempi calzanti, prevede conoscenze ben diverse, l’idea di una figura dirigenziale unica per la PA potrebbe essere foriera di sventura.
Nell’ultima manovra di Bilancio è stato deciso per alcuni comparti di ridurre il turn over al 75% pur conoscendo le carenze di organico, una decisione a nostro avviso errata e dettata solo dal bisogno di ridurre la spesa pubblica a fronte di inadeguate politiche fiscali dettate da ragioni elettorali. A questo si aggiungano le nuove regole che impongono alle pubbliche amministrazioni di riservare il 15% delle proprie assunzioni ai candidati alla mobilità di altri Enti a partire dal 2026
Bisogna intendersi una volta per tutte su una questione per noi dirimente: se il futuro della PA dipende dalla competizione tra comparti nel suo complesso il servizio pubblico uscirà frantumato e indebolito. In questi ultimi anni abbiamo scontato la inadeguatezza dei percorsi atti all’indirizzo e alla formazione in materia di lavoro, la riforma avvenuta oltre dieci anni fa che in sostanza depotenziava in questo campo il ruolo del Pubblico non ha prodotto i risultati sperati alimentando invece il business della formazione. Ancora una volta invece di aggiornare e ridefinire il servizio pubblico mantenendone il ruolo guida sono state operate scelte privatizzatrici i cui effetti benefici non sono mai pervenuti.
Sono del tutto evidenti le sperequazioni economiche all’interno del personale della PA, disparità frutto della concertazione tra parte politica e sindacale, quella concertazione ancora oggi esistente come dimostra la sottoscrizione di un contratto nazionale, quello degli statali, con aumenti pari a un terzo della inflazione. E fate attenzione che per abbattere le sperequazioni sarebbero capaci di adeguare i salari ai livelli più bassi trasformando diritti acquisiti in privilegi. La disinformazione strategica gioca, soprattutto per la PA, un ruolo dirimente al fine di indirizzare l'opinione pubblica verso alcune posizioni (dai fannulloni alla inutilità del pubblico solo per fare due esempi calzanti).
Se lesiniamo risorse ai contratti, se contraiamo i percorsi occupazionali, se si attinge, in caso di concorso, dalle graduatorie degli idonei solo in minima parte, se per un concorso dobbiamo attendere mesi od anni, se si privilegia la mobilità rispetto alla nuova, e aggiuntiva, occupazione, i risultati saranno solo deludenti e l’auspicato rilancio della PA, che sappiamo quanto sia importante per la stessa economia e il funzionamento dei servizi, non ci sarà.
E mentre si parla di nuove figure legate alla sicurezza informatica e all'utilizzo della intelligenza artificiale non saremmo sorpresi nell'imbatterci in procedure diversificate tra ambito civile e militare all’ombra della PA , basti pensare al progetto di riarmo Ue che potrebbe essere accompagnato da regole diversificate magari per favorire, sotto il profilo economico e delle carriere, il personale pubblico militare rispetto a quello civile alimentando, in nome della sicurezza nazionale ed internazionale, sperequazioni aggiuntive a quelle già esistenti tra i vari comparti pubblici.
Ma il ragionamento va sviluppato a 360 gradi a partire dai criteri di reclutamento, dalla spesa pubblica in materia di personale che dovrebbe riguardare la PA nel suo complesso e non singoli settori o profili specifici previsti a tutela della sicurezza. Anche in fase di scrittura una norma legislativa può far trasparire priorità che rispondono non tanto ai reali fabbisogni ma ad una idea di società alla costruzione della quale si sacrificano gli interessi generali.