SarDegna. I Sardi tornano in piazza contro l’oligarchia

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SarDegna. I Sardi tornano in piazza contro l’oligarchia



di Cristiano Sabino*

L’Olimpo della politica regionale si staglia sempre più in alto rispetto alle povere istanze della plebe sarda. Appena capita che settori della società civile si muovano per reclamare qualche diritto, per promuovere qualche proposta, per sollevare qualche tematica, su questi poveri mortali cala subito la tripla saetta di Giove o – se preferite – il tridente di Nettuno per castigare i mortali che hanno osato sollevarsi contro le divinità del cielo. Così i mortali sardi vengono alternativamente colpiti dall’indifferenza del Palazzo, dal monito del potere o dalla richiesta d’abiura.

È accaduto durante la mobilitazione per la legge di iniziativa popolare Pratobello 2024 e sta riaccadendo adesso, con la campagna di raccolta firme per “SarDegna – Iniziativa popolare”, per sostituire quella specie di sgorbio di legge elettorale con cui votiamo per le elezioni regionali, con una legge elettorale semplicemente democratica.

Appena infatti è stata annunciato a mezzo stampa l’avvio della raccolta firme, da parte di una rete di associazioni, movimenti, comitati e comunità civiche, il consulente all’innovazione nell’ufficio di Presidenza Thomas Castangia, ha subito sentito il dovere di glossare sui  social che il tema della elettorale sarda «è un tema prettamente da Consiglio Regionale».

Chiarito che il popolo è minorenne e non dovrebbe occuparsi di questioni che non gli competono ha anche aggiungo una serie di preziosi consigli non richiesti e cupi moniti:

«ritengo che chi realmente intende modificarla debba confrontarsi con i rappresentanti eletti nelle istituzioni per trovare una via per correggere i limiti di quella attuale. Mi pare i limiti più evidenti e su cui è possibile trovare un’intesa siano tre: la rivisitazione della soglia di sbarramento per le coalizioni, la rivisitazione della soglia per le singole liste, un migliore e più efficace meccanismo di elezione nei diversi collegi che garantisca una ripartizione territoriale equa. Non mi pare invece praticabile un sistema proporzionale puro ed un elezione del presidente della regione in Consiglio Regionale perché porterebbe ad una totale ingovernabilità ed infatti non esiste in nessuna regione. Mi pare ancora meno opportuno togliere il voto disgiunto se rimaniamo in un sistema di elezione diretta».

 

Nella mitologia greca non ci sono solo gli dei e gli uomini, ci sono anche i demoni, il cui compito è fare da messaggeri tra i due mondi. E il messaggio del demone Castangia è assai chiaro: 1) della legge elettorale non si dovrebbe occupare il popolo bue, bensì l’Olimpo, le élites che dominano per procura i destini di questa terra; 2) se proprio volete occuparvene, dovete seguire le indicazioni che vengono dall’Olimpo, altrimenti vi colpiranno le punte del tridente che avete assaggiato con la Pratobello, facendovi capire che potete raccogliere anche un milione di firme, tanto a noi non ce ne importa nulla; 3) ci sono dei tabù che non dovete nemmeno osare toccare, come per esempio il ripristino del proporzionale pure, cioè la pura democrazia che permetterebbe di avere tutte le voci del popolo in Consiglio e soprattutto smonterebbe il giochino del bipolarismo che permette alle due destre rappresentate in Consiglio di avvicendarsi allegramente il pallino del comando. Inoltre guai a toccare l’abolizione del voto disgiunto, se no come si fa a costruire feudi personali e clientele elettorali? Quindi, cari mortali sardi, cercate di restare nel vostro terreno, altrimenti la pestilenza che colse gli achei sotto le mura di Troia vi sembrerà uno scherzo!

Ma la parte più preziosa e illuminante che rivela la mentalità del potere è la chiusura di questo post da una ventina di likes sui social, dove Castangia invita con tono austero a «parlarne presto e di farlo evitando di raccogliere firme su testi blindati che poi non sono modificabili dal consiglio regionale semplicemente perché chi viene eletto ha il diritto dovere di incidere sulle riforme».

Insomma, il Re (o la Regina, fate voi) potrà anche decidere se ascoltarvi, ma guai a piazzare volgari banchetti nelle piazze come se il popolino potesse davvero decidere qualcosa. E chi lo farà si esclude automaticamente dalla corte dei miracoli e sarà bollato come eretico e trattato come tale.

Torna insomma in grande stile il tormentone toddiano e comandiniano della scorsa estate «i legislatori siamo noi», che spezza le gambe ad ogni istanza popolare. Chi sa se l’autore di questo post è lo stesso Castangia che, il 20 settembre 2017, si presentava alla conferenza stampa della proposta di legge di iniziativa popolare “Più democrazia, più sovranità al “cittadino”. Sarebbe ironico che lo fosse, perché appunto oggi sembra aver cambiato idea sulla possibilità di reclamare più democrazia e più sovranità.

Miserie umane e politiche a parte, il punto politico rilevante però mi sembra che lo indichi Ivan Monni nella sua consueta “imprenta” de S’Indipendente dello scorso 8 marzo. Dopo aver presentato il risultato della conferenza stampa del gruppo “Ricostruiamo la democrazia sarda” per una proposta di legge elettorale, l’amico e collega Ivan si avventura in una previsione: «la legge popolare “proposta” da Lucia Chessa al gruppo SarDegna, dopo che avrà raccolto almeno 10.000 firme, verrà nuovamente ignorata dalla politica, a favore di altre soluzioni che non cercano lo scontro politico. Tuttavia, proprio la legge popolare potrebbe essere la pistola puntata sul Consiglio per far sì che venga approvata comunque una legge (qualsiasi essa sia) che elimini quello sbarramento osceno».

Mi sembra di capire che Ivan denunci il dispositivo della legge 20 sulle “Aree idonee” che anticipava e di fatto silenziava la legge popolare Pratobello 24. All’epoca la narrazione dettata dagli oligarchi era quella di separare i “cattivi” che inondavano la Sardegna con i banchetti per raccogliere le firme di una proposta che dichiaratamente voleva rovesciare la politica del Palazzo sulla questione della subalternità agli speculatori e poi c’erano i “buoni” che volevano fare i consiglieri del Re (o della regina) e ricomporre la frattura tra dirigenti e diretti, tra alto e basso, tra oligarchie e popolo in nome di una fantomatica “unità del popolo sardo”.

Mi sa che siamo punto e a capo e che ormai sia una strategia rodata che è difficile non scorgere.

Lo schema si riproduce infatti tale e quale. Anche in questo caso ci sono i bad boys, gli agitatori della rivolta degli schiavi, i turbolenti spartachisti che «cercano lo scontro» e poi ci sono i Giunta-compatibili, i gattopardeschi “tutto cambi purché nulla cambi”, quelli insomma che seguono per filo e per segno i consigli della staffetta Castangia in modo da ottenere magari un lasciapassare per il paradiso, o almeno qualche lauta mancetta (da leggersi in senso letterale) per qualche nuovo giro di giostra.

 

  1. E allora? Di rottura in rottura

 

In tanti sembrano consigliare dunque prudenza: volete cambiare la legge elettorale? Bene, allora fate piano e cercate di non indispettire il potere, il muro contro muro non serve a nulla, con il Palazzo bisogna parlarci! Questa è la narrazione che il Coordinamento dei comitati (ma dietro c’era Soru e pezzi importanti del campo largo) a proposito della battaglia contro la speculazione energetica. Questa è la medesima musica che ha risuonato alla conferenza chiamata da Sardegna chiama Sardegna. E non è certo un caso che tra le adesioni figura Sinistra Futura, una delle sigle del “Campo largo”  e della maggioranza a guida Todde che più ha attaccato la Rete Pratobello e più ha sostenuto la speculazione energetica della nostra terra. Non è certo un caso che al loro fianco figurino anche i comitati “buoni” del movimento no speculazione (quelli appunto contro la legge Pratobello).

 Che si tratti di un progetto di «rivoluzione passiva» lo ammettono gli stessi esponenti della proposta: «arriveremo a un documento che raccoglie la sintesi delle proposte in cui ognuno di noi fa un passo indietro per raggiungere una legge che dia voce alle differenze». Insomma i consigli di Castangia seguito alla lettera!

E se invece il cuore del problema fosse proprio quello di dover spezzare il cordone ombelicale con gli elementi che dentro quella apparentemente strana alleanza rappresentano un sistema che si è macchiato di una condotta profondamente antidemocratica, antipopolare e oligarchica?

Il punto è che la democrazia non è riducibile ad un insieme di regole ma è una pratica e oggi, per come si stanno le mettendo le cose in Sardegna e nel mondo, abbiamo bisogno di recidere i ponti con quella cupola con cui Danilo Lampis dichiara di voler costruire una sintesi, non di crearci saldature.

Al contrario di quanto prevede l’amico Ivan, credo che il metodo in questo frangente valga più della sostanza o della soluzione. Parliamoci chiaro, la cupola al potere così come non ha nessuna intenzione di fermare la speculazione energetica, non si sogna nemmeno di cambiare la legge elettorale.

Con questa oligarchia antidemocratica e antipopolare non è possibile venire a patti, quello che serve è lavorare sulla creazione di una volontà collettiva non ambigua e oggi raccogliere firme è una pratica rivoluzionaria e di sovranità popolare che non chiede permesso ai Castangia di turno e perciò vale la pena di essere battuta.

C’è un filo rosso che lega la lotta contro la speculazione energetica con la rivendicazione di una democrazia realmente popolare: il non chiedere il permesso ai nuovi oligarchi.

La Pratobello non riconosceva Draghi e non legittimava tutto ciò che da quel DPCM discendeva come corollario. Questa era la differenza principale tra la Rete Pratobello e il “Coordinamento dei comitati” che infatti, una volta partita la raccolta firme, è ben presto evaporato in una nuvoletta.

Ora la questione è restituire la parola al popolo con una legge elettorale proporzionale pura, anti presidenziale e senza voto disgiunto. Una legge che fa tremare la cupola, un vero e proprio spettro che si aggira per la Sardegna contro cui si andrà a costruire una santa alleanza sempre più ampia, dai reazionari più manifesti agli pseudo radicali con le smanie di protagonismo e in cerca di mancette.

 

  1. Saldare il no speculazione alla rivendicazione democratica

 

Brutte notizie per chi credeva o sperava che con il confinamento della Pratobello 24 in una soffitta si sarebbe esaurita la voglia di cambiamento di un sardismo popolare e meticcio rinato nelle battaglie per la sovranità energetiche e destinato a politicizzarsi nelle battaglie di struttura per una Sardegna delle comunità.

La maggioranza delle comunità sociali e politiche che hanno animato una delle più grandi esperienze democratiche della storia della Sardegna ha accolto a braccia aperte questa nuova sfida, poco importa che il nome Pratobello non sia stato speso. La linfa vitale di quel movimento anima anche “SarDegna – Iniziativa Popolare”. Inutile spiegare che i numeri non saranno quelli della Pratobello, inutile anche sottolineare che le battaglie giuridiche appassionano molto meno delle battaglie per il territorio. Basterà che una parte di quel movimento capisca la strategia e resti coerente nel praticare la rottura con la cupola e con i suoi alfieri.

Non sono tempi di grandi ammucchiate, di compromessi e di “sintesi”. E non sono tempi per simulare “grandi processi democratici” che dietro l’estetica del post-it attaccato alla parete nascondono il solito disegno del potere che vuole sopravvivere alla giusta rabbia popolare.

Ma il discorso sarebbe monco se non aggiungessimo un terzo elemento costituente di un movimento politico in piena formazione: l’opposizione alla guerra e la rivendicazione della Sardegna come terra di pace.

 

  1. Non un filo d’erba alla loro guerra

 

ReArm Europe è il piano del Consiglio europeo per il “riarmo” dell’Europa. Si parla di 800 miliardi fatti a debito e pagati dai lavoratori per accelerare una folle corsa al riarmo del vecchio continente. A questo si accostano le farneticazioni della cupola europea sull’invio di soldati europei in Ucraina e sulla necessità della novella casta guerriera di «infliggere una sconfitta strategica alla Russia».

Poco importa se si tratti solo di propaganda o di una reale volontà dell’oligarchia guerrafondaia che domina la UE, perché le conseguenze per la stragrande maggioranza della popolazione europea è già devastante e lo sarà sempre di più, perché i costi di questo folle riarmo sono e saranno sempre di più scaricati sui lavoratori, tagliando servizi, diritti e libertà.

E le cose saranno ancora peggiori in territori marginali e subalterni come la Sardegna, perché qui il complesso militare-industriale domina letteralmente tutti gli aspetti della vita collettiva e la militarizzazione dell’isola è sempre più asfissiante, come testimonia l’ampliamento della base militare aerea di Decimomannu con l’arrivo degli F-35 e le dichiarazioni di Crosetto sulla strategicità della Sardegna.

Sono cose note e in Sardegna esistono da anni vari movimenti che, con fortune alterne, hanno sollevato il problema e tenuta accesa la fiammella dell’opposizione all’occupazione militare. Ma tutto questo non basta più. Non è più tempo di testimonianza e soprattutto non è più tempo di ideologismi di fronte al piano inclinato che ci sta portando di fatto a preparare la terza guerra mondiale.

Parliamoci chiaro, l’antimilitarismo non è più percorribile. Di fronte al piano inclinato della guerra (economia di guerra – riarmo – guerra guerreggiata) è necessario un salto politico della lotta per la pace. Bisogna dire chiaramente che i sardi non hanno nemici, che la Sardegna è indisponibile ad essere utilizzate a scopi bellici e che nessun sardo deve essere mandato al fronte e su questo coinvolgere chiunque ci sta, indipendentemente dall’orientamento o dalla sua “estetica” politica. Dopo i 14 mila caduti sul Carso, mai più alcun sardo dovrà morire per una guerra che non ci appartiene e la guerra che si sta mettendo in cantiere non è in alcun modo la nostra guerra. Con questa linea troveremo tanti nuovi alleati e la mobilitazione non sarà più confinata al ribellismo giovanile che è stato una fase importante della mobilitazione ma che ora rischia di convertirsi in un suo freno.

Il punto però è chi è legittimato a sollevare il problema e in vista di quale obiettivo.

Credo che esista una saldatura tra lotta alla speculazione energetica, questione democratica e pace. La maggior parte delle comunità che hanno condotto la lotta alla speculazione energetica portando più di duecento mila sardi ad alzarsi in piedi contro i nuovi feudatari industriali ora stanno sollevando direttamente la questione della democrazia e dovranno a breve sollevare anche il tema della pace.

Uno spettro si aggira per la Sardegna: lo spettro di un nuovo sardismo popolare che non chiede permesso a Castangia, che non ha bisogno di mediatori fintamente radicali, che non si nutre di estetiche antagoniste e che sa unire le questioni fondamentali e strutturali che riguardano la vita del popolo sardo in un’agenda di liberazione.

Sovranità energetica, democrazia, pace è già un progetto politico: buttare giù la cupola al potere e salvare la Sardegna dalla guerra, altro che «non cercare il conflitto» o «fare un passo indietro».

 

*Cristiano Sabino. docente di filosofia, saggista, scrittore, attivista politico e sindacale, attivista del collettivo di ricerca Filosofia de Logu, blogger


Articolo pubblicato su S’Indipendente con il titolo “Un fantasma si aggira per la SarDegna” riproposto su gentile concessione de l'Autore

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