“E allora le foibe?”. Intervista all'autore Eric Gobetti

“E allora le foibe?”. Intervista all'autore Eric Gobetti

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Eric Gobetti , torinese, classe 1973 è uno storico freelance: studioso di fascismo, seconda guerra mondiale, Resistenza e Jugoslavia nel Novecento è autore di diverse pubblicazioni tra le quali,  Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (2013) e La Resistenza dimenticata (2018).

Esperto in divulgazione storica e politiche della memoria, organizza viaggi di turismo storico nei paesi della ex Jugoslavia e ha realizzato due documentari: Partizani. La Resistenza italiana in Montenegro e Sarajevo Rewind 2014>1914 (con Simone Malavolti).

Il suo ultimo libro, di recente pubblicazione (2021) ha fatto molto discutere, suscitando un animato dibattito politico e riuscendo da un punto di vista mediatico a imporsi anche ai riflettori della stampa mainstream: il titolo è “E allora le foibe?”(Editori Laterza)

 

 

Abbiamo per l'AntiDiplomatico intervistato l'autore.

 

-Gobetti, da dove nasce l'idea di scrivere questo testo?

Ho sentito un dovere professionale, quello di rendere pubblici i risultati delle ricerche su cui praticamente tutti gli storici seri concordano, almeno in fatto di cifre, fenomeni, motivazioni. Ma c'è  anche un dovere civile, da cittadino che è quello di impedire che un racconto fondamentalmente nazionalista e neofascista, basato su dati falsi e su opinioni ideologiche, finisca per capovolgere i valori fondanti della nostra Repubblica, presentando i partigiani come criminali e i fascisti come vittime.

 

- Cosa vuol dire concretamente il termine "foiba"?

Le foibe sono cavità carsiche, specie di grotte verticali tipiche di quell'area geografica. Sono state utilizzate, specie in guerra, come strumento di rapida sepoltura, da tutti i contendenti. Non rappresentano dunque una pratica “barbara” di uccisione, che sarebbe tipica di popoli arretrati (slavi e balcanici), ma una consuetudine delle popolazioni del luogo (dunque anche italiane) dovuta alla conformazione del territorio. Peraltro, come sanno bene gli studiosi, la maggior parte delle vittime muore nei campi di prigionia dopo il termine del conflitto. Campi che somigliano moltissimo ad altri luoghi simili presenti in tutta Europa alla fine di quella carneficina globale che è stata la Seconda Guerra Mondiale.

 

- Nel suo libro cerca di operare la contestualizzazione storica di quei tragici avvenimenti, illustrando la cornice storica di quello che avvenne prima, durante e dopo: potrebbe riassumere?

Contestualizzare non significa “giustificare”, ma comprendere. Questo dovrebbe essere ovvio, ed è il primo dovere di uno studioso. Ma in questa vicenda sembra un crimine cercare di capire cosa è successo... Ciò detto, in quest'area geografica multinazionale si sviluppano molteplici fenomeni di violenza, a partire dalla fine della prima guerra mondiale, quando il territorio entra a far parte dello Stato italiano e poi fascista. L'italianizzazione forzata dei popoli slavi in quest'area è un fenomeno che provoca grandissima sofferenza e spinge circa 100.000 jugoslavi ad andarsene. Poi viene la guerra, durante la quale, nel 1941, l'Italia invade la Jugoslavia, trascinandola nel vortice di un conflitto che farà, in quel paese, un milione di morti. Nell'area di confine ciò comporta rastrellamenti, cattura di ostaggi, rappresaglie, fucilazioni e campi di concentramento (come quello di Arbe, non lontano da Fiume), tutti crimini commessi dall'esercito italiano. Poi ci sono le prime foibe del 1943, dove le vittime sono italiane. A seguire l'occupazione nazista, con nuovi lutti e violenze. Infine la resa dei conti alla fine della guerra da parte dell'esercito jugoslavo. Questo è il contesto. Non c'è un rapporto diretto di causa-effetto fra questi fenomeni, ognuno ha le sue logiche, ma tutte queste violenze vanno incluse nello stesso racconto, se non si vuole raccontare una mezza verità, quindi una mezza bugia. Il problema è che chi lo fa passa per negazionista, quando i negazionisti sono coloro che si ostinano a ignorare, a “negare” più di metà della vicenda storica. 

 

- Quando si parla di foibe, le cifre relative alle vittime sono sempre volatili: da un punto di vista storico quali sono le reali stime accertate?

 Le cifre definitive non si sapranno mai, ma gli storici hanno raggiunto un accordo almeno sugli ordini di grandezza. È un calcolo basato sugli scomparsi, che quindi non può essere “gonfiato”, perché altre vittime non ce ne possono essere certamente, almeno non in numero significativo. Le vittime delle foibe del 1943 sono circa 400-500. Quelle delle repressioni del 1945 sono 3.000-4.000. Il totale non può superare le 5.000 vittime, mentre di solito questa cifra è raddoppiata o triplicata, in maniera dunque del tutto falsa. Vale la pena ricordare che solo nel campo di Arbe sono morti per fame sotto gli occhi dei nostri soldati 1500 civili, molti dei quali donne e bambini. Nell'ottobre del 1943 un solo rastrellamento tedesco ha fatto 2500 vittime e alla Risiera di San Sabba si parla di 5000 uccisioni. Questo è il contesto di violenza che consente di capire cosa è stata la guerra mondiale, portata in quelle terre, lo ripeto, dall'esercito fascista.

 

-Nel suo lavoro cita il rapporto della Commissione culturale mista italo-slovena che però continua a rimanere praticamente sconosciuto anche al pubblico più ben informato: che giudizio ha in merito e a cosa si deve secondo lei, questa sua scarsa diffusione?

 Si è trattato di un tentativo di memoria condivisa dopo la fine della guerra fredda (i lavori sono terminati nel 2000) che aveva un valore storico importante: la riconciliazione e la pacificazione fra paesi ex nemici. Ma i risultati di quel progetto, pur con una grande fatica di sintesi fra diverse memorie di sofferenza, andavano contro la ricostruzione che si è scelta: ovvero quella di ricordare solo le vittime italiane, ignorando tutto il resto. Così facendo si finisce per mettere l'accento sulle foibe tralasciando il dramma dell'esodo, che è la vera tragedia di quelle terre: 300.000 persone che lasciano un territorio, di fatto impoverito culturalmente per la semi-scomparsa dell'identità italiana. Ma si rischia anche di rinfocolare sentimenti di rancore, odio, paura nei confronti dei paesi slavi a noi confinanti e che fanno parte dell'Unione Europea. Mi pare una politica miope: inaccettabile storicamente, perché nega una parte consistente della verità storica, ma anche insensata politicamente, perché va nella direzione opposta di quella che dovrebbe animarci, favorendo il nazionalismo, il razzismo, le tensioni internazionali, anziché il dialogo e il riconoscimento delle reciproche sofferenze.

Francesco Fustaneo

Francesco Fustaneo

Laureato in Scienze Economiche e Finanziarie presso l'Università degli Studi di Palermo.
Giornalista pubblicista dal 2014, ha scritto su diverse testate giornalistiche e riviste tra cui l'AntiDiplomatico, Contropiano, Marx21, Quotidiano online del Giornale di Sicilia. 
Si interessa di geopolitica, politica italiana, economia e mondo sindacale

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