Le conseguenze geopolitiche delle elezioni Usa - Intervista a Demostenes Floros

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Le conseguenze geopolitiche delle elezioni Usa - Intervista a Demostenes Floros

 

Quanto sta avvenendo negli Stati Uniti d’America dal 3 novembre scorso non ha solamente a che fare con lo scontro elettorale, senza dubbio importante, che deciderà chi sarà il 46° presidente statunitense. Esso rappresenta lo spaccato della crisi sociale, economica e politica che attraversa la principale potenza mondiale. Le conseguenze di tale conflitto toccheranno l’intero pianeta ed influenzeranno la vita di tutti noi.


Per questo motivo, è opportuno inquadrare i termini della contesa anzitutto da un punto di vista di classe, per poi accennare a quelle che potrebbero essere le principali conseguenze geopolitiche.


Negli Stati Uniti, Democratici e Repubblicani rappresentano gli interessi del grande capitale finanziario, fusione di quello industriale e bancario. Nei fatti, si tratta di un partito “unico” dai due volti, i cui interessi possono anche momentaneamente divergere dando luogo a scontri durissimi, come quello a cui stiamo assistendo, ma senza mai uscire da una cornice ben delineata che coincide con quella di chi vive di plusvalore.


Donald Trump, membro dell’elite del suo paese, ma figura non riconducibile al cosiddetto Deep State Usa, è colui che si è posto come riferimento politico di coloro i quali hanno subito le conseguenze nefaste delle politiche liberiste implementate, sia da Bill Clinton e Barack Obama, sia da George W. Bush, nel corso delle ultime tre decadi. Quelle stesse politiche sono state nel contempo applicate, in alternanza o congiuntamente, dai partiti socialisti e dai popolari nei paesi membri dell’UE.


Indipendentemente dall’esito elettorale, gli effetti nefasti di tali politiche nei confronti delle classi subalterne non verranno meno. Così come non verrà meno quella che l’economista Emiliano Brancaccio ha definito “la personificazione della crisi della liberaldemocrazia” incarnata da Trump. Quand’anche quest’ultimo uscisse effettivamente sconfitto dall’esito elettorale, “l’ideologia che incarna è destinata a sopravvivergli”, mentre la stessa pandemia acuirà le disuguaglianze tra gli Stati e soprattutto, all’interno degli Stati.


L’attuale fase capitalistica della globalizzazione – caratterizzata dalla frammentazione della produzione – muterà nella direzione di una più marcata regionalizzazione, le cui filiere produttive andranno ricostruite non più sulla base del solo costo del lavoro, bensì tenendo conto dei fattori strategici e ideologici degli Stati coinvolti (per la prima volta dall’89-91). Questo processo riguarderà soprattutto, gli Stati Uniti d’America, la Cina e la Germania. Tenuto conto che la Cina esprime il 28,5% della manifattura mondiale (era il 5% nel 1995), mentre gli Stati Uniti il 17,2%, se il neo Presidente Usa ha realmente intenzione di riequilibrare il deficit delle Partite Correnti (Bilancio Commerciale in primis) potrà farlo, adottando politiche protezionistiche e/o di dumping fiscale. Così facendo, inevitabilmente aumenterà le tensioni con la Cina.


La stessa politica neo mercantilista tedesca permane insostenibile per qualsiasi attore globale. Per questo motivo, in attesa che la deflazione salariale incrementi ulteriormente la povertà e le tensioni sociali in seno all’eurozona, anche l’elezione di un presidente democratico non riavvicinerà le due sponde dell’Atlantico così come era avvenuto durante l’era Obama (con l’UE in posizione di totale subalternità), dopo i contrasti che avevano caratterizzato l’era G. W. Bush (guerra in Iraq su tutti).


A settembre, l’import cinese di made in Italy è aumentato del 33% rispetto all’anno precedente. Questo dato riassume la contraddizione che il nostro paese dovrà sciogliere: rimanere ancorati alle vecchie logiche della Guerra Fredda oppure sostenere concretamente la Via della Seta, l’unico progetto infrastrutturale e manifatturiero presente a livello globale che si discosti dalla finanza (anche quella cosiddetta Green)? Papa Francesco ha già fatto le proprie scelte.


Il 3 aprile 2020, Henry Kissinger – già Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale nelle amministrazioni Nixon e Ford – scrisse un articolo su Il Journal di Wall Street dal titolo:

La pandemia da Coronavirus altererà per sempre l’ordine mondiale1.


Kissinger avvertì con lucidità e lungimiranza la crisi di egemonia dell’Occidente e in particolare, degli Stati Uniti d’America. Per questo motivo, esplicitò la necessità di unirsi a livello globale per affrontare la pandemia da covid-19 e a ripensare il sistema economico nel post covid-19. In particolare, mise in luce la necessità di “salvaguardare i principi dell’ordine mondiale liberale”.


Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, pare sia particolarmente consapevole del reale significato politico di tali affermazioni. Non a caso, nel suo intervento al Club di Valdai del 26 ottobre, ha aperto all’alleanza militare con la Cina “per evitare brutte sorprese”.


Il messaggio era parimenti rivolto ad “asini” ed “elefanti”.


Di seguito, il link all’intervista completa di venerdì 6 novembre 2020:






1 Kissinger H. A 2020, “The Coronavirus Pandemic Will Forever Alter the World Order”, https://www.wsj.com/articles/the-coronavirus-pandemic-will-forever-alter-the-world-order-11585953005, 3 April 2020.

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