Ucraina. Neonazismo e negazionismo (I Parte): dai ministri alle svastiche nei parchi giochi per bambini. Tutta fantasia?

Ucraina. Neonazismo e negazionismo (I Parte): dai ministri alle svastiche nei parchi giochi per bambini. Tutta fantasia?

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Per un attimo sono stato indeciso se scrivere o meno su questo argomento. Parlare di neonazismo mentre migliaia di persone tra militari e civili stanno morendo mi faceva sentire un po’ a disagio. Ma il dubbio è durato un’istante. Il mio pensiero era figlio di un riflesso condizionato dalla narrativa in cui siamo immersi.

Mi spiego, quei drammi esistono davvero, ma il fenomeno neonazista in Ucraina è parte integrante di questa guerra – non una realtà parallela – e proprio per questo c’è bisogno di parlarne per quello che è, e non col negazionismo che i grandi media e i governi occidentali lo affrontano.

Uno dei due obiettivi dichiarati da Putin è la “denazificazione” dell’Ucraina.

Che questo sia stato il motivo scatenante dell’invasione non lo pensa nessuno, ma che la sua affermazione abbia portato a conoscenza di molti quello che veniva coperto dall’Occidente è un dato di fatto. Bisogna dire che prima, a differenza del silenzio dei governi, alcuni dei grandi media avevano denunciato il crescente neonazismo in quel Paese, mentre ora tacciono e perfino lo negano.

Non è fantasia quando si afferma che l’Ucraina sostenuta dagli Stati Uniti e Unione Europea ha spalancato le porte delle sue istituzioni ai neonazisti; proclamato “Eroi dell’Ucraina” a Roman Shukhevych e a Steban Bandera con statue e vie in loro onore, distruggendo quelle sulla vittoria sovietica contro il nazismo di Hitler; che nelle scuole i bambini vengono condizionati ideologicamente; che sono state conferite onorificenze a membri di Pravy Sector; coperto i loro indicibili crimini e permesso al Battaglione Azov di creare campi di formazione per bambini con educatori ultranazionalisti e finanche neonazisti.

No, tutto questo non è fantasia, è una realtà inconfutabile, che si può verificare con facilità anche attraverso i tanti articoli e video che troverete continuando la lettura.

Inizio col portare l’esempio di Andriy Biletsky perché è quello presente nella foto di copertina (al centro, in maglia nera), ed è il fondatore del ‘Battaglione Azov’, che usa il simbolo nazista Wolfsangel come logo identificativo.

Biletsky è uno che tra sue aberrazioni ideologiche ha chiesto la "pulizia razziale" e detto che «la missione storica della nostra Nazione è guidare le Nazioni Bianche di tutto il mondo nell'ultima crociata della loro esistenza”.

Questa persona, dopo il colpo di Stato dell’Euromaidan nel 2014, ha ricevuto dal Presidente Poroshenko il grado straordinario di tenente colonnello della polizia; e a settembre è stato inserito nel Consiglio militare dell’Ucraina. Ma non è finita lì, perché nel 2017 è diventato vicepresidente del Comitato per la Sicurezza e la Difesa nazionale.

Quando Arsenij Jacenjuk è diventato Primo ministro con il governo Poroshenko, ha premiato le organizzazioni ultranazionaliste e neonaziste dandogli un ruolo di rilievo nelle istituzioni per l’importante ruolo che hanno svolto in Piazza Maidan.

Ne sono un esempio due esponenti di ‘Svoboda’ – partito di ultradestra – con Oleksander Sych nominato vice primo ministro e Andriy Parubiy a Presidente del parlamento. Quest’ultimo nel 1991 è stato il fondatore del Partito Social-Nazionale d'Ucraina, di stampo neonazista, trasformato poi in Svoboda.

Nelle nostre trasmissioni televisive, radiofoniche, articoli di giornale e in ogni dove si faccia presente il pericoloso radicamento di forze neonaziste in quel Paese, si leva un coro di voci che tendono a mettere in un angolo chi afferma tale realtà, sostenendo che queste ‘forze’ sono del tutto ininfluenti nella società ucraina, e il fatto che il Presidente Zelensky sia di religione ebraica dovrebbe far capire quanto siano ridicole tali accuse, e chi si permette di farle viene tacciato come “filo putiniano”.

Sulla mistificazione che l’ebraicità di Zelensky garantirebbe dalle ingerenze dei neonazisti è sufficiente ascoltare lo scrittore/professore Nicolai Lilin che conferma la “glorificazione del nazismo” in Ucraina e “la distruzione di memoriali alle vittime della Shoà”. E poi quelle del giornalista Francesco Amodeo, che con poche parole demolisce del tutto questa falsa narrativa che aveva riproposto il giornalista ucraino a “Ballarò”, spiegando che l’oligarca ebreo Ihor Kolomoisky ha sostenuto con enormi finanziamenti i movimenti neonazisti, e allo stesso tempo ha finanziato la campagna elettorale di Zelensky. Tra i tre c’è un indiscutibile legame, anche se spesso in conflitto tra loro.

Chiudo il cerchio su questo tema ricordando che solo pochi mesi fa il Presidente Zelensky ha conferito il titolo di “Eroe dell’Ucraina” a Dmytro Kotsyubaylo, e lo ha fatto in Parlamento a favore di telecamere, dove tutti si sono alzati in piedi ad applaudire.

Kotsyubaylo è membro di Pravy Sector, principale formazione neonazista e tra le più violente in Piazza Maidan, e che ha suoi uomini coinvolti negli attacchi sui civili del Donbass e nel massacro di Odessa, dove decine di persone sono state bruciate vive, uccise a colpi di pistola o a sprangate. Tutti crimini rimasti impuniti nella nuova e democratica Ucraina: nessuna condanna, nessun colpevole.

Ma questa cultura viene da lontano ed è cominciata a riemergere dopo il crollo dell’Unione Sovietica, fino a consolidarsi nel 2014. E questo perché da vent’anni gli Stati Uniti buttano benzina sul fuoco con miliardi di finanziamenti e l’addestramento militare delle milizie neonaziste.

Proprio nel 2014, dopo il colpo di Stato, l'OBC Transeuropa (think tank’ che esplora le trasformazioni sociali, politiche e culturali del sud-est europeo) confermava quanto fosse radicato il fenomeno dell’ultradestra.

Con questo articolo dal titolo “Stepan Bandera, l’eroe criminale che divide l’Ucraina”, evidenziava anche la contrapposizione ideologica-culturale che era in corso tra la parte occidentale e quella sud-orientale del Paese:

«Patriota della Seconda guerra mondiale e criminale di guerra, partigiano e filonazista, eroe nazionale e sterminatore di polacchi ed ebrei. La figura più controversa della storia recente dell’Ucraina taglia il paese in due: dove gli sono intitolate vie e piazze e dove il suo nome è associato a quello di Hitler.»

In Ucraina occidentale Bandera è un idolo per la gente. Non c’è da perdersi il grande stendardo che il passato 1° gennaio, giorno della sua nascita, è stato messo all’ingresso di un importante centro commerciale, con tanto di siparietto di artisti canori che cantano "Nostro Padre è Bandera". Tutti gli anni, in quel giorno, si organizzano imponenti manifestazioni pubbliche in sua memoria.

Un altro che è stato nominato “Eroe dell’Ucraina” è Roman Shukhevych, che ha altrettante responsabilità nella morte di migliaia di ebrei.

Politico e militare, anche lui, come Stepan Bandera, fu uno dei collaborazionisti della Germania nazista prestando servizio nelle unità armate del Terzo Reich, e tra i vari incarichi coperti fu anche vice comandante dell'unità speciale Nachtigal, partecipando al ‘Pogrom di Leopoli’ del 1941, dove, confermato dall’“Enciclopedia dell’Olocausto”, furono 4.000 gli ebrei assassinati.

Eppure ogni anno si organizzano manifestazioni come questa, con una moltitudine di persone che marciano, anche in mimetica, e gridano slogan in suo onore tra le vie della città.

Ma se la maggioranza continua a considerarli eroi nazionali, formalmente, né Bandera e né Shukhevych, lo sono più, perché l’Alta Corte amministrativa ucraina ha dovuto dare ragione a due tribunali di Donetsk (la regione separatista filorussa) che ne avevano contestato il titolo per il fatto che il loro luogo di nascita, a suo tempo, era territorio austro-ungarico e non ucraino, mentre solo chi nasce in Ucraina può ricevere tale onorificenza.

È evidente come la cultura ultranazionalista sia diffusa in quel Paese, anche se gli ucraini non lo esprimono in modo netto nel voto elettorale. Ma il problema più grande è che all’interno delle istituzioni e dell’Esercito ci siano rappresentanti di un’ideologia suprematista e neonazista, diffondendo una massiva propaganda culturale/ideologica sul territorio, che ha reso normale vedere una folla di persone sventolare bandiere in onore del ‘Battaglione Azov’ mentre marcia per le pubbliche vie del Paese in stile Terzo Reich.

Il video che segue dimostra quanto detto, e sommariamente spiega cos’è, come è nato, chi lo ha finanziato e cosa rappresenta il ‘Battaglione Azov’ in Ucraina.

Agli occhi di chiunque voglia capire questo allarmante fenomeno che si è consolidato nel cuore dell’Europa, sono a disposizione così tante fonti a confermarlo che bisogna essere senza vergogna nel raccontare lo storytelling che Stati Uniti e Europa impongono alle loro opinioni pubbliche.

Ma cos’altro ci si può aspettare da questi se tutti i Paesi appartenenti alla NATO e all’Unione Europea si sono astenuti su una risoluzione presentata all’assemblea dell'Onu nel novembre 2021, dove si chiedeva di «combattere la glorificazione del nazismo, neonazismo e altre pratiche che contribuiscono ad alimentare le contemporanee forme di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e relativa intolleranza».

Chiunque avrebbe scommesso che tale richiesta sarebbe stata approvata all’unanimità. Ma così non è stato. Tutti i rappresentanti degli altri Paesi hanno votato a favore della condanna, e solo quelli citati si sono astenuti. Questa loro compattezza sul voto fa capire che c’è stato un accordo preventivo.

Non è difficile immaginare il perché di questo accordo.

Ci sono stati due Paesi che – incredibile ma vero – hanno votato contro la risoluzione di “condanna alla glorificazione del nazismo” e, manco a dirlo, sono Ucraina e Stati Uniti.

Se avessero votato a favore avrebbero dovuto condannare e mettere fuori legge quei movimenti neonazisti che tanto sono utili alla causa Occidentale.

Sappiamo che i governi europei si adeguano alle direttive Usa, ma forse non se la sono sentita di umiliarsi così tanto votando contro, e per questo l’astensione.

Sulla scandalosa votazione c’è stato un silenzio tombale dei partiti, del governo e dei media nazionali, salvo la rara eccezione di Mario Dinucci col suo articolo su “il manifesto”, il quale ci dice che “il significato politico di tale votazione è chiaro: i membri e partner della Nato hanno boicottato la Risoluzione che, pur senza nominarla, chiama in causa anzitutto l’Ucraina, i cui movimenti neonazisti sono stati e sono usati dalla Nato a fini strategici.”

Basterebbe quello fin qui riportato a far comprendere che l’Ucraina non è affatto, come ci viene raccontato, il baluardo della democrazia occidentale che, con la sua “Resistenza, sta combattendo il regime criminale del dittatore Putin-Hitler.

È evidente che la parola “resistenza” venga utilizzata in Italia per suscitare nell’opinione pubblica un’istintiva empatia verso l’esercito ucraino. Questa “magica” parola rimanda al sacrificio dei nostri partigiani che hanno combattuto il nazi-fascismo, e pensate un po’, di nazi-fascisti l’esercito ucraino ne è pieno.

Non è un caso che nel suo video-collegamento col Parlamento italiano Zelensky abbia recitato la scenetta alzando il pugno chiuso.

In questo articolo ho già portato in evidenza molti aspetti che confermano il radicamento delle forze di ultradestra e neonaziste in Ucraina, ma ci sarà una seconda parte nella quale, come in una sorta di “dossier”, segnalerò tanti articoli e inquietanti video che dimostreranno ancor di più quello fin qui esposto.

Accedendo ai vari link si potrà constatare l’indottrinamento ideologico nelle scuole sin dall’infanzia; campi di addestramento per bambini; perfino una svastica nel bel mezzo di un parco giochi; spedizioni squadriste per distruggere negozi; report dell’OSCE che conferma i crimini commessi dall’Esercito ucraino e dalle sue milizie neonaziste, e infine il negazionismo dei nostri principali politici su questa allarmante realtà, anche se erano anni che ne avevano piena contezza.

*A breve la seconda parte.

Roberto Cursi

Roberto Cursi

Sono nato a Roma nel 1965, passando la mia infanzia in un grande cortile di un quartiere popolare. Sin da adolescente mi sono avvicinato alla politica, ma lontano dai partiti. A vent'anni il mio primo viaggio intercontinentale in Messico; a ventitré apro in società uno studio di grafica; a ventiquattro decido di andare a vivere da solo. Affascinato dall'esperienza messicana seguiranno altri viaggi in solitaria in terre lontane: Vietnam, Guatemala, deserto del Sahara, Belize, Laos... fino a Cuba.

Il rapporto consolidato negli anni con l'isola caraibica mi induce maggiormente a interessarmi della complessa realtà cubana.

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